Privacy Policy Lobby tabacco Prima la borsa e dopo la vita -
lunedì 16 Dicembre 2019

Lobby tabacco
Prima la borsa
e dopo la vita

30 milioni di euro in fumo ogni giorno in Italia. Chi è il ladro? Tanti di noi. Massimo Lauria è un giornalista che ancora insiste ad impicciarsi di cose scomode. Ad esempio della potente e pericolosa lobby del tabacco. Ecco i segreti delle potentissime “Sette sorelle” del fumo e del dollaro

Non c’è crisi che tenga nel mercato delle sigarette e le multinazionali del tabacco lo sanno, riuscendo a garantirsi profitti enormi sulla pelle dei fumatori e alle spalle delle casse dello Stato. Con oltre 30 milioni di euro spesi ogni giorno (1100 euro pro capite in media all’anno), per oltre 8 milioni di pacchetti venduti, il nostro Paese ha il triste primato del consumo europeo di bionde. Mentre Big Tobacco rappresenta una lobby fortissima, che esercita pressioni sui governi, perché non aumentino le tasse sulle sigarette. E il nostro Paese non fa eccezione.

 

Il costante calo di fumatori negli ultimi anni – che comunque si attesta a livelli di poco inferiori a quelli degli anni ’90 – non ha quasi intaccato i giganteschi guadagni delle multinazionali, che per compensare hanno rivisto il prezzo delle bionde decine di volte negli ultimi 15 anni. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), «il consumo di tabacco ha raggiunto i livelli di un’epidemia globale. In tutto il mondo si fumano ogni giorno più di 15 miliardi di sigarette. Il consumo continua ad aumentare dall’inizio del ventesimo secolo, tanto che si è passati da 50 miliardi di sigarette fumate a circa 6 mila miliardi».

 

Philip Morris (il cui marchio più famoso è la Marlboro), British American Tobaco (Bat, Pall Mall), Japan Tobaco International (Jti, Camel), Impirial Tobacco (Fortuna), Rj Reynolds (inventore della Camel), ognuna di loro controlla una grossa fetta del mercato mondiale e nazionale. Insieme hanno in mano oltre il 98% del mercato italiano. L’industria del tabacco si è di fatto costituita in un cartello, governando l’andamento dei prezzi e della tassazione. Negli ultimi 10 anni, dicono gli esperti del settore, «abbiamo avuto un costante aumento dei prezzi da parte dei produttori, senza che le tasse fossero toccate».

 

Di fatto si tratta di un grande regalo da parte dei governi alle multinazionali delle bionde, che hanno visto crescere esponenzialmente i propri profitti. Il risultato è che i fumatori scontano due volte il costo delle sigarette: da una parte come consumatori, pagandole di più, dall’altro come contribuenti, a cui viene di fatto sottratta una quota significativa di gettito erariale. Secondo la stima più accreditata nel 2013 l’Italia ha perso oltre 800 milioni di euro sul consumo di sigarette. Perché, dunque, non vengono alzate le tasse, lasciando che i produttori governino indisturbati l’andamento del mercato?

 

Dal 2004 ad oggi, infatti, l’aliquota sull’accisa proporzionale (una delle componenti delle tasse sul tabacco) è rimasta bloccata al 58,5%, innescando un meccanismo perverso per il quale chi vende sigarette a prezzo più basso paga più tasse, mentre chi le vende a prezzo più alto ne paga meno. Tra questi ultimi c’è naturalmente la Marlboro. A farne le spese sono i piccoli produttori, che fatturano cifre ben lontane dalle multinazionali. Una di queste è l’italiana Yesmoke, che dallo stabilimento di Settimo Torinese detiene lo 0,8% del mercato italiano: briciole – proporzionalmente parlando – rispetto ai Big del tabacco.

 

I torinesi, insieme alla manifattura di Chiaravalle (Marche), sono i soli due produttori di sigarette rimasti in Italia. La lunga tradizione della manifattura italiana è stata smantellata definitivamente nel 2005 quando lo Stato ha privatizzato il settore, vendendo tutto alla Bat. Da allora la quasi totalità della produzione – un comparto da 14 miliardi di euro l’anno – è stata svuotata e portata all’estero, dove costa meno fare le bionde. Dall’esterno dei nostri confini, quindi, la Big Tobacco contribuisce a determinare le scelte fiscali del nostro Paese. Mentre i produttori nostrani sono messi a margine delle decisioni.

 

In questo contesto è iniziata una vera e propria guerra dei prezzi, che porta il costo di alcune sigarette al ribasso. Da una parte c’è Yesmoke, che propone di adeguare le tasse al livello europeo, alzando l’aliquota minima dell’accisa dal 58,5% attuale al 65,5%: in questo modo il nostro Paese incasserebbe fino a 1 miliardo e 400 milioni di euro in più. Dall’altra parte c’è Big Tobacco con Philip Morris in testa, che non gradisce la provocazione della pulce torinese. Non è la crisi né l’attenzione al consumatore, quindi, a far scendere i prezzi, ma la necessità di difendere un segmento di mercato.

 

Ma questa è un’altra storia, che merita una puntata a parte.

 

Potrebbe piacerti anche