Sul piano interno, l’Iraq è oggi un Paese senza il Presidente. Jalal Talabani, curdo, colpito da ictus due anni fa, ed è ostaggio di una guerra settaria che coinvolge il Partito di Governo e il suo leader Nouri al Maliki e le diverse Province che si fanno sempre poiù Stato.
A livello regionale, il Paese mantiene buoni rapporti con Iran e Siria. Forti tensioni invece con la Giordania, nonostante il Regno ne acquisti il petrolio a prezzi scontati; col Consiglio di Cooperazione del Golfo, dall’invasione del Kuwait nel 1991; con la Turchia per il diverso schieramento sulla Siria, e per l’acquisto di petrolio da parte di Ankara direttamente dai curdi del Nord e l’appartenenza a differenti correnti religioni essendo l’Iraq sciita e la Turchia sunnita.
Il 2 aprile è stata aperta la campagna elettorale dopo il ritiro delle dimissioni della Commissione elettorale che aveva denunziato interferenze dovute anche a una legge davvero singolare che impedisce la candidatura di persone “di non buona reputazione”.
Divertente immaginarla in Italia.
Grazie a una sentenza della Corte Suprema irachena, Nouri al Maliki può presentarsi per un terzo mandato di governo nelle elezioni che dovranno nominare 328 rappresentati del Consiglio fra ben 9.040 canditati, ed eleggere tra loro il Primo Ministro e il Presidente.
La nuova legge elettorale prevede una quota di seggi distribuiti in base al principio proporzionale e tentativi di colloquio con il Governo Regionale Curdo nonostante le tensioni dei mesi precedenti e la messa in attività dell’oleodotto Kirkuk-Ceyhan per portare in Turchia il petrolio curdo senza il controllo del Governo centrale iracheno.
Nel resto del Paese rimane alta la tensione fra arabo-sunniti e arabo-sciiti e tra gruppi di diversa provenienza ideologica all’interno delle due identità religiose.
Negli ultimi mesi la Provincia di Anbar è stata teatro di violenti scontri fra gruppi sunniti locali, Esercito iracheno e militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e dello Sham affiliato ad Al Qaeda fino a febbraio 2014 quando il leader di quest’ultima Ayman al Zawahiri s’è dissociato da ISIS accusandolo di attività contrarie alla strategia qaedista.
A Falluja e Ramadi i gruppi più radicali hanno acquisito un vasto controllo territoriale che mina l’integrità dello Stato iracheno.
Nelle stesse città molti gruppi locali sunniti nonostante l’opposizione al Governo presieduto da uno sciita e ritenuto autoritario e disattento ai diritti delle minoranze, hanno scelto di contrastare ISIS.
Nel campo sciita il ritiro dalla vita politica di Muqtada al Sadr annunciato pochi mesi fa ha favorito la proliferazione di movimenti che agiscono da soli o sotto la guida dell’Esercito governativo.
Fra questi si distingue la formazione Asaib Ahi al-Haq (Lega dei Giusti-AAH) sciiti integralisti provenienti dalle Brigate Al Mahdi di Sadr e strettamente legati all’Iran.
Forte di 2 – 3 mila combattenti AAH opera con attacchi mirati per vendicare le stragi eseguite dall’ISIS contro la popolazione sciita non solo in Iraq ma anche in Libano dove ha una base.
Dal suo canto, Muqtada al Sadr poco dopo l’abbandono della vita politica ha invitato gli iracheni a partecipare alle votazioni per destituire Maliki e porre fine a un Esecutivo considerato corrotto e disonesto.
Il Premier sarà probabilmente rieletto con maggioranza relativa, dovrà formare un Governo di coalizione come il precedente e tenderà a superare i contrasti dietro la bandiera della lotta al terrorismo.
Ma l’ instabilità interna resterà ancora in pericolosa crescita soprattutto nelle aree ad alta violenza settaria come Al Anbar, la Regione occidentale irachena roccaforte sunnita assediata da ISIS.
Oltre 300 mila civili sono fuggiti da Anbar, Falluja e Ramadi e già la temporanea alleanza fra tribù sunnite locali e Governo vacilla tanto che il 20 marzo il Consiglio delle tribù di Anbar ha chiesto il ritiro dell’Esercito governativo per tentare la soluzione diplomatica del conflitto.
L’instabilità rimarrà per le divisioni fra comunità sciita e sunnita.
Delle 18 Province irachene ben 12 sono quelle in conflitto con Baghdad a causa della politica di centralizzazione di Maliki che ha catalizzato la risposta dei gruppi armati.
Nel 2013 il bilancio degli scontri è stato di 9 mila morti e nei primi mesi del 2014 si contano oltre 2 mila vittime di cui 592 – con 484 civili – nel mese di marzo.
Inoltre sono sempre più forti le spinte separatiste del Kurdistan iracheno che intende creare un Governo regionale autonomo da Baghdad che ha finora reagito sospendendo i finanziamenti federali per ritorsione alle vendite di petrolio all’estero da parte dei curdi senza coordinamento con il Governo.
Il prossimo futuro dell’Iraq a breve e medio temine non si discosterà da quello attuale in termini di progressiva caduta socio-economica e della sicurezza, con possibile frammentazione dello Stato.