Privacy Policy Grande Medio Oriente La posizione iraniana -
mercoledì 22 Gennaio 2020

Grande Medio Oriente
La posizione iraniana

Contatti fra leader islamici di diverso orientamento appena accennati nei media arabi con contorni molto significativi. Ad esempio, il Premier turco Recep Tayyip Erdogan non rinuncia a recarsi in visita a Teheran pur nella tempesta di accuse su di lui, famiglia e partito, e le elezioni poi vinte

Dunque il Premier turco Recep Tayyip Erdogan non rinuncia a recarsi in visita a Teheran nonostante Turchia e Iran svolgano un ruolo opposto sulla crisi siriana, l’incontro fra il Premier e la Guida Suprema della Rivoluzione Islamica Sayyed Alì Khamenei evidenzia il solido rapporto fra i due Paesi sottolineato dalle dichiarazioni dei leader.

L’Ayatollah parla di una “fratellanza senza precedenti nei recenti secoli” e il Primo Ministro replica che sta visitando “il suo secondo Paese”.

A pochi giorni di distanza, visitano Teheran anche il Ministro degli Esteri del Qatar e la delegazione di Hamas guidato dal Segretario Generale Khaled Meshal.

Dopo la visita di Meshal, a Gaza il Premier locale Ismail Haniye parla pubblicamente contro Israele e spinge i palestinesi a combattere ed essere pronti al martirio.

 

Un’ immediata eco è raccolta dal Palestinian Islamic Jihad filo iraniano:

nel fronte interno, il JIP lancia razzi contro i vicini insediamenti israeliani, provocando l’immediata reazione dell’ Esercito di Difesa Israeliano che bombarda la Striscia provocando 4 morti e numerosi feriti;

sul fronte estero, subito prima del discorso di Haniyeh, si recano a Teheran il Capo delle Relazioni Internazionali di Hamas Osama Hamdan, che riferisce dei buoni rapporti con gli iraniani, e il Segretario Generale del JIP Ramadan Abdullah Shallah.

Insolitamente, poco prima dell’intervento di Haniyeh, da Beirut il Ministro degli Esteri egiziano Nabil Fahmi sottolinea l’importanza del riavvicinamento con l’Iran nonostante gli aiuti anche finanziari ricevuti dall’Arabia Saudita.

 

Cosa sta cambiando nella Regione ?

Le rivolte iniziate nei Paesi islamici dal 2009 con le forti proteste in Iran per la rielezione contestata del Presidente Ahmadi Nejad hanno provocato sostanziali e veloci cambiamenti ancora in divenire.

La caduta dei Presidenti tunisino ed egiziano seguita dall’uccisione del leader libico e dal pilotato esilio del Presidente yemenita nel 2011 consente l’ emersione dei Fratelli Musulmani che vincono elezioni democratiche in Tunisia, Egitto e Marocco e conseguono significati risultati in Algeria e Giordania.

Nel 2013 sono i moderati iraniani a conquistare la Presidenza del Paese.

E nello stesso 2013 mentre la Libia crolla nel caos orchestrato da milizie jihadiste, i Fratelli Musulmani sono costretti a lasciare la guida del Governo in Tunisia e Marocco.

 

In Egitto con un colpo di Stato i militari arrestano il Presidente e l’intera leadership dei Fratelli Musulmani scatenando la repressione con un bilancio di centinaia di morti e migliaia di feriti e arrestati, fino all’inclusione dei Fratelli Musulmani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

Inclusione subito imitata da Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati, tutti di matrice wahabita, che hanno sempre visto la Confraternita come un nemico esiziale perché non riconosce a Riyadh il ruolo di custode di Mecca e Medina.

E sono ancora Fratelli Musulmani a pagarne le conseguenze dai gazawi dei Territori Occupati palestinesi al ricco Qatar che li ha sostenuti e finanziati: i primi strangolati dall’assedio per terra, mare e cielo da parte di Israele e l’Egitto dei militari, e il secondo emarginato in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo per le critiche nei confronti dei golpisti egiziani.

 

Se il 2014 sancisce con il 25° Vertice della Lega Araba l’egemonia saudita, nel fronte dei non-allineati i moderati iraniani ritengono arrivata la finestra di opportunità per riproporre il progetto appena accennato nel 2011 quando la Guida Suprema Khamenei dichiara le rivolte in atto una continuazione della rivoluzione islamica iraniana.

Ora l’ala moderata iraniana ritiene di poter realizzare un’epocale riunione fra sunniti e sciiti con ricadute positive su diversi scenari:

mettere fine al conflitto siriano e alla crisi irachena, dove lo scontro fra le diverse formazioni jihadiste ha attivato una guerra fratricida di matrice religiosa;

concludere i negoziati sul nucleare nel Gruppo “5 P + 1”;

porre fine finalmente all’occupazione dei Territori Palestinesi.

 

Situazioni che trovano su posizioni differenti non solo gran parte dell’Occidente ma anche altri Paesi islamici, soprattutto l’Arabia Saudita.

Situazioni che potrebbero essere oltrepassate da un’alleanza globale, già presente sia pure in embrione nei rapporti dell’Iran con Qatar, Oman e Kuwait; le formazioni armate palestinesi sunnite e sciite; la Turchia.

E soprattutto nella ripresa dopo 33 anni del dialogo con gli USA e gran parte dell’Occidente.

La sfida è ambiziosa ma Teheran non appare disposta ad abdicare al ruolo svolto nella Regione.

 

 

Potrebbe piacerti anche