domenica 25 Agosto 2019

Domani referendum
E poi quale Crimea?

L’ultima mediazione a Londra. il Segretario di Stato americano John Kerry cercherà di convincere il ministro Sergei Lavrov che la Russia è il Paese che più di tutti dovrebbe temere dalla secessione della Crimea e che il prezzo politico ed economico che Mosca pagherà sarebbe molto alto. Gli Usa?

In Crimea il referendum è pronto. Il referendum si farà. Ne sappiamo già ora il risultato. Ma cosa succede dopo il referendum? Nessuno parla di guerra ma silenziosamente e prudentemente ci si prepara anche all’evenienza. Mosca è pronta da tempo a ogni scenario, a giudicare dallo schieramento delle truppe al confine, e l’Ucraina stessa è in odore di manovre di arruolamento, non si sa mai. “La Russia non vuole la guerra e nemmeno i cittadini russi, e sono convinto che neanche gli ucraini la vogliono”, prova a stemperare gli animi l’ambasciatore Vitaly Churkin a margine della riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza. Ma un casus belli può anche esploderti in mano.

 

Al momento a sparare sono le truppe della diplomazia internazionale ci racconta LookOut: “È inaccettabile rifiutare il diritto della Crimea per l’autodeterminazione -ha detto l’ambasciatore Churkin- In Crimea tutto è sorto a causa di un vuoto giuridico e a seguito di una condizione d’incostituzionalità, verificatasi dopo il violento colpo di stato effettuato a Kiev da nazionalisti radicali”. Pezzi di ragione sparpagliati in giro, tra le parti in contesa. Perché mai gli Stati Uniti d’America non accettano un istituto democratico come un referendum e giustificano invece una rivolta di piazza che ha generato un golpe e rovesciato un presidente eletto? Risposta non pervenuta

 

Chi riconosce il nuovo governo di Kiev rispetta i parametri del diritto internazionale? Non c’è il rischio che gli Stati Uniti stiano supportando soggetti all’apparenza filo-europei, che si potrebbero rivelare pericolosi estremisti radicali, per non dire nazisti? E chi invece, come Mosca e gli abitanti della Crimea, non riconosce quel governo, sono davvero così “fuori dalla realtà” come suggerisce il Cancelliere tedesco, Angela Merkel? È a queste domande che si deve dare risposta, per evitare che la bomba innescata nel cuore dell’Europa, esploda veramente. La Johon Kerry, monotono insiste: “gravissima serie di conseguenze in Europa”, ripete dando ormai per scontata la secessione Crimea.

 

Intanto, tra i più attenti, esplode la contraddizione Siria. Quando fu Washington a minacciare l’uso della forza, riuscendo a far passare i russi per dei difensori della pace e delle regole democratiche. Anche perché quei supposti soggetti democratici costeggiati dagli Usa si rivelarono estremisti se non terroristi puri. Fu così che la Casa Bianca abbandonò quei toni ultimativi e lasciò gli estremisti al loro destino. Il contesto ucraino è diverso, ma non lo è l’approccio americano. Col rischio di una toppata bis. Nuova “red line” sulla Crimea, oltrepassata la quale gli americani prometteranno fuoco e fiamme? Ma se la Crimea verrà annessa alla Federazione Russa, cosa potrà fare Washington?

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