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martedì 15 Ottobre 2019

Quante guerre
devastano la Siria?

La legge di Al Qaeda in Siria. I miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante abbandonano le aree intorno ad Aleppo. Intanto gli Usa pensano a creare una zona cuscinetto per proteggere da possibili attacchi la Giordania e il Golan. Spaccatura tra Qatar e Arabia Saudita per la leadership

Da marzo in Siria niente più ISIS o ISIL, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Scadenza dell’ ultimatum imposto da Al Julani, leader del fronte Nusra, uno dei due movimenti islamisti di punta dello scenario siriano, erede riconosciuto di al Qaeda e da un mese a questa parte in conflitto aperto con l’altra formazione jihadista. Notizie dal nord della Siria sembrano confermare che il movimento levantino Isis o Isil si starebbe effettivamente ritirando dalle aree limitrofe della città di Raqqa, la sua roccaforte e dalle posizioni conquistate intorno ad Aleppo. Troppe crudeltà commesse è l’accusa

 

Il ritiro di ISIS sarebbe stato accolto con grande entusiasmo. Il movimento estremista aveva infatti imposto alle popolazioni sotto il suo controllo un trattamento che risale ai fasti della civiltà islamica delle grandi conquiste. Un trattamento in base al quale, secondo il diritto islamico più radicale, i non musulmani erano tenuti a pagare un tributo (jizia) che garantiva loro lo status di “protetti” (dhimmi), e dunque di continuare a esistere ma con forti limitazioni sul piano della libertà religiosa. Proprio per questo motivo, un gran numero di cristiani ha abbandonato la città di Raqqa dal 2013.

 

Opposizione anti Assad sempre più frantumata, è la sostanza. Sostenitori del partito Ba’th avrebbero organizzato una marcia a Qamishli, città al confine nord-occidentale con la Turchia, per contrastare l’istituzione dell’entità amministrativa autonoma curda nata lo scorso novembre. Dubbi intanto sui corridoi umanitari decisi a Ginevra 2 e sull’andamento della distruzione delle armi chimiche di Assad. Rapporti d’intelligence privi di riscontri riferiscono l’intenzione statunitense di creare una zona cuscinetto lungo il confine meridionale della Siria contro offensive nel Golan e in Giordania.

 

Settimana di trattative anche all’interno dell’opposizione siriana, spaccata dalla tradizionale rivalità tra Qatar Arabia Saudita, principali finanziatori della resistenza armata al regime siriano. Tensioni tra i due Stati che si sono acuite la scorsa settimana, quando Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar. Una mossa senza precedenti, segno di una crisi regionale profonda. L’uomo forte del Qatar all’interno della Coalizione, l’ex premier siriano Riyad Hijab, a gennaio aveva perso la corsa per la leadership, assegnata al filosaudita Ahmad Jarba.

 

Proprio per impedire la sua riconferma, il Qatar avrebbe deciso di intervenire spingendo i suoi fedelissimi a rientrare all’interno della Coalizione e far valere i loro voti. È questo lo scenario cui si assiste all’interno dell’opposizione siriana, e a dimostrarlo sarebbe anche il silenzio del portavoce della Coalizione Monzer Akbik, il quale non ha voluto commentare la decisione del blocco qatariota di rientrare nella formazione. La faida interna all’opposizione siriana non ha soltanto indebolito gli sforzi dei miliziani dell’Esercito Libero Siriano ma ha pure favorito l’ala più intransigente dei ribelli.

 

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