Privacy Policy Tunisi e democrazia sogno mediterraneo -
venerdì 13 Dicembre 2019

Tunisi e democrazia
sogno mediterraneo

Il 3 marzo a Tunisi il Presidente Moncef Marzouk ha dichiarato che il suo governo rappresenterà il primo esempio di democrazia nel mondo arabo. Poi ha annunciato la riforma dell’apparato di sicurezza e anti terrorismo e ha chiesto di sostenere la Tunisia nel recupero dei beni rubati da Ben Alì

Il Presidente Moncef Marzouk l’obiettivo chiave lo ha raggiunto nella notte del 28 gennaio quando, dopo la fase di stallo in cui il Paese si dibatteva da due anni, ha ottenuto l’approvazione della nuova Costituzione e la nomina del nuovo Governo.

La Costituzione è passata con 200 voti a favore, 12 contrari e 4 astensioni con soddisfazione e poche riserve da parte dei salafiti e rappresenta un segnale di discontinuità nel mondo arabo.

Per la nuova Costituzione la sharia non è fonte legislativa pur restando l’islam religione di Stato, che si impegna a proteggere il “sacro”.

E’ riconosciuta la parità di genere davanti alla legge e nei Consigli eletti, anche se resta qualche disparità per l’asse ereditario che ancora garantisce solo la metà alla donna.

Sono assicurati libertà di coscienza e di religione e la neutralità delle moschee.

 

Minor entusiasmo per il Governo di Mehdi Jomaa, voluto dagli islamisti ma non approvato dall’opposizione che lamenta anche la limitata presenza delle donne, solo 3 sui 29 componenti.

Ancora meno gradita è la nomina a Ministro dell’interno di Olfa Yousef, unica conferma del precedente Governo di Alì Laarayedh.

Ministro al quale l’opposizione addebita la responsabilità di non aver evitato l’assassinio di due leader del Fronte laico: Chokri Belaid nel febbraio 2013 e del deputato ed ex segretario del Partito Popolare Mohamed Brahimi a luglio.

Motivo per il quale il Fronte Popolare voterà contro il Governo.

Ma come ha fatto la Tunisia ad arrivare a questo risultato?

 

Piccolo Stato, quasi privo di risorse energetiche, in una posizione geografica non appetibile per gli interessi stranieri, ha dato avvio alle rivolte che hanno attraversato l’arco Mediterraneo da Rabat a Lakatia fino alla penisola araba dalla fine del 2010.

Dopo la fuga di Ben Alì in Arabia Saudita nel gennaio 2011, la Tunisia ha dovuto affrontare lo scontro tra gli islamisti e laici riuscendo a svolgere nell’ottobre dello stesso anno libere elezioni che hanno premiato il Partito Ennahda vicino ai Fratelli Musulmani, vincitore della competizione con 98 seggi sui 217 del Parlamento.

Non potendo aspirare all’egemonia, Ennahda ha formato una coalizione con Il Congresso della repubblica ed Ettakol, due Partiti laici.

Nonostante la troika rappresentasse l’intera società restavano insoluti due problemi, che nel tempo si sono aggravati: l’aggressività dei salafiti verso i laici non sempre contrastati sul piano religioso e legale da Ennahda; l’incapacità del Governo verso ampi settori della popolazione senza lavoro e senza speranze col rischio di sfociare nel fondamentalismo jihadista.

 

Le manifestazioni contro il Governo, ritenuto ostaggio dei salafiti radicali, si sono susseguite per tutto il 2012 con scontri tra le varie componenti sociali e fra queste e la Polizia.

Fino all’uccisione dei leader laici, quando gli scontri sono diventati sempre più duri sfociando anche in conflitti armati tra fazioni opposte.

L’elemento di discontinuità che ha consentito a Tunisi di non cadere nel baratro libico e nell’autoritarismo egiziano è stato il sussulto delle forti componenti sociali.

Alla troika di comando si è opposto quello che può definirsi il “quartetto”: l’Unione Generale tunisina del Lavoro, l’Organizzazione Tunisina dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, l’Ordine degli Avvocati e la Lega Tunisina dei Diritti Umani.

 

Le formazioni – con l’appoggio anche di Ahlen Belha, già Presidente dell’Associazione Tunisina delle donne democratiche – sono state in grado di guidare il dialogo nazionale coinvolgendo tutte le forze politiche laiche e no.

E hanno elaborato una road map che, pur con tempi troppo lunghi per le urgenze date, è riuscita a pilotare il quadro politico verso le dimissioni del Governo di Ennahda, la presentazione della nuova Costituzione e la nomina del nuovo Premier.

L’attuale posizione di Tunisi è stata possibile per almeno cinque fattori essenziali.

In primo luogo l’esercito tunisino con pochi militari, scarsamente politicizzati e poco armati è rimasto fermo dall’inizio della rivolta.

Inoltre, la Polizia e il debole apparato di sicurezza di Ben Alì era sufficiente a un Governo tecnico e corrotto senza precisi riferimenti religiosi e ideologici.

Terzo, la rivolta ha eliminato l’élite del vecchio partito unico ma ha potuto lasciare intatti burocrazia e Polizia che non facevano parte del regime e potevano contribuire a mantenere un’accettabile stabilità.

E’ stato inoltre possibile rimettere in moto le strutture istituzionali e legislative mai attuate dal precedente regime.

Ultimo ma non in ordine di importanza, non vi sono state interferenze esterne.

 

Permangono criticità sulla tenuta dei salafiti, scontenti del dettato costituzionale e in attesa che la definizione di “sacro” all’articolo 6 della Costituzione, possa essere il più ampio possibile.

Non meno problematica è la posizione del Fronte Popolare che non solo si opporrà al Governo ma non defletterà dalla ricerca degli assassini dei suoi leader.

Ma il ritorno di uno Stato autoritario appare poco possibile.

 

Potrebbe piacerti anche