lunedì 19 Agosto 2019

Destino Ucraina
Petroldemocrazia
Oligarchi corrotti

In alcuni paesi socialisti la chiamavano la ‘rincorsa del peggio’. Il nuovo che arriva potrà farti rimpiangere il despota o il corrotto dell’altro ieri. E viceversa. Julia Tymoshenko ex premier ed ex rivoluzionaria arancione finita in carcere in odore di petrolio era è tornata Giovanna D’Arco

Lady di ferro di Kiev, più maliziosamente ‘principessa del gas’, o misticamente ‘Giovanna d’Arco della rivoluzione arancione’. Per la gente ucraina, più sbrigativamente “vona” che in italiano vuol dire “lei”. Ovviamente quel ‘Lei’ buttato lì, può diventare riconoscimento d’identità e autorevolezza, oppure, al contrario un pronome che serve a cancellare un nome sgradevole persino da pronunciare. Julia Tymoshenko torna ora da trionfatrice mentre il suo avversario storico Victor Janukovic sembra stretto tra l’opzione dell’esilio e il rischio di sostituire Julia in carcere.

 

Ma restiamo alla trionfatrice del momento a cui dedicano biografie un po’ agiografiche tutti i media del pianeta. L’avvenente treccia bionda ha antica confidenza col potere. La sua scalata al potere parte negli anni d’oro degli oligarchi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Dal 1995 al 1997 guida la compagnia generale dell’energia che importa metano dalla Russia, ma scattano le prime accuse di arricchimento illecito attraverso la manipolazione del prezzo del gas. Ecco come nasce la ‘principessa del gas’. Che agli idrocarburi, vedremo, continua a prestare la sua attenzione.

 

L’attuale e temporanea eroina sembra avere il destino segnato dalle tentazioni personali e dai sospetti pubblici. Giovanissima ottenne l’incarico dall’allora premier post-sovietico Lazarenko che fu poi arrestato negli Stati Uniti per truffa e riciclaggio. Nel 1999 diventa vice premier nel governo del futuro alleato Viktor Yushchenko. Due anni dopo il primo arresto per falsificazione di documenti e importazione illegale di metano. Nel 2004 con Yushchenko guida la rivolta di Kiev che porta all’annullamento per presunti brogli della vittoria elettorale di Janukovych.

 

Dietro alla rivoluzione arancione, documenta oggi la storia, c’erano interessi energetici occidentali. Secondo Pace Reporter il governo degli Stati Uniti spese 65 milioni di dollari per finanziare la ‘rivoluzione arancione’ di Kiev, che nel dicembre 2004 spodestò il regime filo-russo di Leonid Kuchma. Ovviamente Washington ha cercato di incassare i dividendi di quell’operazione politica con la costruzione di una nuova pipeline per portare sui mercati occidentali il gas e il petrolio del bacino caspico bypassando la rete di oleodotti e gasdotti controllati da Mosca.

 

Ma torniamo alla bella ‘Vona’. Dal 2007 al 2010 è primo ministro, poi la sconfitta elettorale da parte del nemico di sempre Janukovych. Segue il processo e la condanna a sette anni di carcere per aver chiuso con la Russia un accordo sul gas troppo oneroso, contrario dunque agli interessi dell’Ucraina. Sempre quel maledetto petrolio. Andiamo a guardare meglio. Le riserve petrolifere del Mar Caspio. Secondo gli esperti, almeno 250-270 miliardi di barili di petrolio di altissima qualità oltre ad immensi giacimenti di gas naturale: 15-20mila miliardi di metri cubi.

 

Petrolio e democrazia corrono lungo gli oleodotti. Il 3 ottobre 2003 il presidente ucraino filorusso, Leonid Kuchma, sbatte la porta in faccia alle compagnie petrolifere occidentali. Circa un anno dopo, la ‘rivoluzione arancione’ porta al potere il filoamericano Viktor Yushenko che accetta il progetto occidentale di oleodotti e apre pure le porte alla Nato. Due buone ragioni per l’operazione politica americana da 65 milioni di dollari che le ha rese possibili. Accade poi che sotto il governo colorato c’è stato un vertiginoso aumento del costo della vita a parità di stipendi.

 

Gli ucraini, delusi, voltano le spalle agli arancioni. Non solo peggiorano le condizioni di vita, ma nessun gerarca del regime precedente finisce in galera come aveva promesso Yushenko. Anzi, questi hanno continuato a stare in politica facendo affari anche con i ‘leader rivoluzionari’. Poi le liti tra il presidente Yushenko e la ‘pasionaria’ Yulia Timoshenko e la conseguente crisi di governo che ha spaccato il fronte arancione, oltre alla ‘guerra del gas’ con la Russia che ha messo in ginocchio il paese, dimostrando allora le velleità del nazionalismo filo-occidentale arancione.

 

Oggi, superati euforia di vittoria e lutti ancora da ben ricostruire, contabilizzare e metabolizzare, c’è l’enigma del “dopo”. Dopo il regime filorusso corrotto, dopo l’ex rivoluzione arancione venduta. Dopo il futuro del mai? Attesa alla prova dei fatti una classe politica certamente immatura, segnata da fazioni nazifasciste organizzate e scientemente schierate in campo che ora presenteranno il conto. Una classe politica potenzialmente arraffona, stando al passato recente. Mancano segnali di redenzione in corso d’opera. Ovviamente sperando di essere smentiti a breve.

 

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