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martedì 19 20 Novembre19

Governo libanese
nuova coalizione
vecchio conflitto

Dopo undici mesi di stallo, il Libano ha un governo. Esecutivo di coalizione, o meglio di “spartizione” tra le fazioni. Parcellizzazione dei ministeri per accontentare le bande. Paese allo sbando nella progressiva disgregazione sociale ed economica su cui grava lo spettro della guerra in Siria

Il Libano ha finalmente un governo. Il premier Tamam Salam ha formato l’esecutivo spartendo tra le fazioni politico religiose che lo sostengono i 24 ministeri. Nove ai sunniti della Coalizione del 14 Marzo, di cui fa parte il Movimento per il Futuro di Saad Hariri. Sei alla Coalizione dell’8 Marzo, con il Movimento Patriottico Libero di Gilbran Massil. Due al Movimento-Partito Hezb’Allah. Sette ministeri spartiti tra i Partiti centristi tre dei quali assegnati alle Falangi Libanesi di Amin Gemayel anche se hanno solo cinque parlamentari.

Nuovo governo, vecchia guerra. Nonostante gli appelli del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, il nuovo patto nazionale non è però servito a evitare altri attentati. Dopo appena tre giorni dall’insediamento, doppio attentato nella roccaforte di Hezb’Allah a Bir Hassan nel sud di Beirut che ha colpito il centro culturale iraniano e la vicina Ambasciata del Kuwait provocando 4 morti e 16 feriti.

 

L’episodio dimostra chiaramente che l’accordo raggiunto tra i partiti per la formazione del nuovo esecutivo non ha arginato l’ondata di violenze degli ultimi mesi. Il perverso “Effetto Siria” incombe e minaccia i già precari gli equilibri settari del Libano. Più concretamente, il massiccio afflusso di profughi, oltre che di jihadisti, che passano il confine per colpire i sostenitori del regime di Assad sta ormai avendo un effetto destabilizzante sulla tenuta del Paese dei Cedri, come già in passato era accaduto con l’arrivo dei palestinesi.

 

Intanto, emergono le prime indiscrezioni su come si sia giunti alla formazione del governo Salam. Secondo alcune fonti vicine ai palazzi libanesi, l’esecutivo sarebbe stato reso possibile solo dopo l’approvazione delle due principali potenze straniere che mantengono un’influenza decisiva nel Paese e che spesso hanno alimentato il conflitto settario: l’Iran e l’Arabia Saudita.

Entrambi gli Stati avrebbero ritenuto conveniente scongiurare nuovi disordini in Libano derivanti dalla guerra in Siria. In quest’ottica sembra che il presidente iraniano Hassan Rouhani abbia fatto dei tentativi per normalizzare i rapporti diplomatici col regno saudita.

In attesa di verificare se questa strategia politica riuscirà a preservare l’integrità del Libano, sarà necessario capire se i gruppi jihadisti sunniti decideranno o meno di seguire le direttive dei loro sponsor internazionali.

 

Non meno complesso è l’aspetto economico che trova nel settore energetico il suo punto di forza da quando, tre anni fa, si è scoperto nelle sue acque territoriali un giacimento di gas naturale di 30 trilioni di piedi cubici.

Le riserve confinano a Sud con quelle israeliane per cui è in corso un contenzioso sui confini marittimi.

Passaggio chiave e verifica sulla tenuta dei nuovi equilibri raggiunti, le elezioni presidenziali programmate per maggio di quest’anno.

 

Partita complessa, influenzata da molti fattori.

Il crescente ruolo dell’Arabia Saudita sulla crisi siriana, accentrando di fatto il potere decisionale. Elenco lunghissimo: 1) Il fallimento della Conferenza Ginevra 2 imponendo l’esclusione dell’Iran; 2) l’imposizione a capo dell’Esercito Libero Siriano del generale Abdallah Bashir in sostituzione di Salim Idriss fuggito; 3) Ha messo Ahmad Assi Jarba, suo uomo di fiducia, a capo della Coalizione Nazionale; 4) Ha riunito a fine 2013 le sei formazioni jihadiste nel Fronte Islamico; 5) E’ di fatto titolare dei rapporti non ufficiali con il Fronte Nusra e l’ISIS, attualmente in guerra tra loro.

 

Di fatto l’Arabia Saudita sta cercando di monopolizzare il potere decisionale sul prosieguo della crisi siriana coinvolgendo nella partita strategica anche il Libano.

La competizione per la Presidenza di questo Paese -oltre che ad essere condizionata da questi fattori- dipenderà pure dalla posizione statunitense su Siria e Iran, gli eventi in Iraq e le elezioni in Turchia, tutti eventi in grado di orientare le decisioni che assumerà il gruppo dei cosiddetti “Amici della Siria” sull’intera Regione.

 

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