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mercoledì 16 Ottobre 2019

Afghanistan amaro
Come fu per l’Urss
ora l’addio agli Usa

Karzai presidente afghano per volontà Usa si ribella e scarica Obama. Sessantacinque terroristi talebani rilasciati beffando il governo americano. Karzai ad Ankara a discutere di un futuro islamico e tre col Pakistan. Bloccato l’accordo sulla permanenza delle truppe americane anche dopo il 2014

Il carcere di Bagram, nella provincia di Parwan, è una struttura militare sorta sulle rovine del vecchio campo di aviazione sovietico alle porte di Kabul, arrivando dalla valle del Panshir. Allora, nel 2001, testimonianza diretta, c’era soltanto la sforacchiata torre di controllo su una pista percorsa solo da animali al pascolo, e da carcasse di aerei e carri armati T54 sovietici esibiti a perenne umiliazione. Simboli. Esattamente come diventa simbolo il rilascio dei 65 presunti terroristi talebani deciso dal governo Karzai in spregio alle indicazioni americane. Rapporti difficili come non mai tra il governo di Kabul e Washington. Il procuratore generale di Kabul ha motivato la decisione sostenendo che non ci sarebbero adeguate prove di colpevolezza nonostante gli elementi forniti dagli americani.

 

Secondo funzionari americani alcuni dei detenuti rilasciati sarebbero già tornati alle milizie talebane di origine. Per l’ambasciata americana a Kabul sarebbero stati violati gli accordi del 2012 per il passaggio della struttura detentiva di Bagram gestita direttamente dall’esercito Usa, sotto il controllo delle forze di sicurezza locali. La politica di Karzai in vista delle elezioni presidenziali di aprile (alle quali l’attuale presidente non potrà partecipare avendo già compiuto un secondo mandato), ha portato alla graduale divaricazione con gli Stati Uniti sulle scelte per il futuro del Paese dopo il 2014, proprio a cominciare dai negoziati di pace in corso con i talebani. Verso una rottura piena tra la parte politica clanistica e famigliare attorno a Karzai e gli ingombranti tutori statunitensi.

 

Intanto Karzai è in Turchia insieme al premier pakistano Nawaz Sharif, per discutere dell’assetto amministrativo dell’Afghanistan, di sicurezza, cooperazione economica e scambi culturali. Per Karzai l’incasso di una serie di accordi commerciali, partendo dal settore energetico col governo turco. Prima della missione ad Ankara, il presidente afghano aveva bloccato l’accordo bilaterale che avrebbe permesso alle truppe americane di restare nel Paese anche dopo il 2014. Adesso -secondo molti osservatori- il suo obiettivo è rinviare le elezioni di aprile e prolungare il più possibile il suo mandato. Aria pesante anche sul piano militare con il blocco della via principale di transito per i rifornimenti da parte dei sostenitori del partito pakistano Tehreek-e-Insaf contro i raid aerei Usa.

 

Tutta la pianificazione militare dei prossimi mesi rischia di diventare un problema sempre più complicato da gestire per Stati Uniti e l’ International Security Assistance Force di cui fanno parte anche i militari del contingente italiano. A Kabul rimane inoltre in sospeso la questione del patto di sicurezza. Il presidente Karzai ha bloccato l’accordo bilaterale che avrebbe permesso la permanenza delle truppe americane oltre la data stabilita del 2014 rinviando la firma al dopo elezioni che Karzai sta cercando di posticipare. Alcuni rappresentanti della Camera Alta afghana hanno presentato una richiesta di rinvio del voto per presunti motivi legati alle avverse condizioni meteorologiche, che rischierebbero di impedire a molti cittadini di recarsi alle urne nelle aree più remote del Paese.

 

Ma la partita tra Kabul e Washington coinvolge ovviamente anche la Nato. Se si ritirano gli USA anche il resto dei Paesi NATO verrebbe privato di un adeguato quadro giuridico. Washington ha minacciato l’opzione zero, mentre l’Alleanza ha indicato che senza la presenza dei suoi militari sul territorio verranno a mancare i finanziamenti e gli aiuti. Punti di vista e problematiche occidentali che si scontrano con le dinamiche interne afghane. Karzai vuole giocare un ruolo di primo piano anche dopo la scadenza del suo mandato e mantenere così l’influenza nello scacchiere politico e tribale del Paese. Dunque -possibile lettura dei fatti- l’accordo con gli americani può aspettare. Cose più complesse invece per il futuro nell’area senza l’attuale presenza militare degli Stati Uniti.

 

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