• 24 Febbraio 2020

Libia, per molti è
voglia di passato

Costituito nel luglio 2012 con un mandato di 18 mesi, il Congresso Generale Nazionale ha il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni precedute da una nuova Carta Costituzionale.

Nello stesso giorno, il Premier Alì Zeidan rientrando da Zurigo ha dovuto fare scalo a Malta per ottenere notizie sull’assalto sferrato a Tripoli da uomini armati contro il Quartier Generale dell’Esercito e dei Servizi di Sicurezza.

La Libia, ormai divisa in Cirenaica a Nord Est, Fezzan al centro e Tripolitania a Ovest, sta precipitando nel caos con un Governo incapace di fermare i disordini e centinaia di milizie che dettano legge.

 

Non stupisce che mentre in una scuola a Benghasi è stata fatta esplodere una bomba che ha ferito 12 bambini, a Parigi il Ministro dell’Interno nigerino Hassoumi non ha escluso un intervento franco-statunitense nel Paese.

Il Ministro ha citato il rapporto annuale del Capo dell’Intelligence USA James Clapper nel quale si evidenzia come l’Africa sub-sahariana sia diventata “un’incubatrice” dell’estremismo e ne ha dedotto che l’intervento sia possibile per contrastare la minaccia.

Gli eventi del primo mese del 2014 hanno confermato una deriva difficilmente arrestabile.

 

Alla fine di gennaio, il vice Premier e ministro ad interim Seddiq Abdel Karim è scampato a un attentato a Tripoli. Una raffica di proiettili ha colpito la sua auto senza provocare vittime.

Meno fortunato il Ministro per l’Industria Hassan al Drui, ucciso a colpi di pistola a Sirte.

Milizie armate hanno messo a segno tre sequestri di persona in 10 giorni: cinque diplomatici egiziani a Tripoli rilasciati dopo 2 giorni; due operai edili italiani, Francesco Scalise e Luciano Gallo rilasciati l’8 febbraio; a Tripoli, un diplomatico sudcoreano, liberato con un blitz tre giorni dopo.

Nello stesso periodo, una catena di eventi ha costretto il Premier Al’ Zeidan a dichiarare lo stato d’emergenza.

Per la terza volta militanti gheddafiani hanno devastato a Tripoli il cimitero italiano e ucciso, nell’incursione del 21 gennaio, un guardiano.

Il 18, gruppi armati fedeli a Gheddafi hanno occupato la base aerea della città di Sehba a Sud di Tripoli ed espulso i militari governativi issando la bandiera verde della Grande Jamahiriya Socialista del Popolo Libico Arabo.

Nel campo petrolifero di Sarir nel sud della Cirenaica, sono stati uccisi tre soldati governativi nell’attacco a un camion di rifornimenti; a Benghasi la guarnigione 147 è stata assaltata da uomini mascherati che tentavano di prendersi l’arsenale mentre nel centro della città un colonnello è stato ucciso e tre militari sono rimasti feriti nel tentativo di disinnescare una bomba.

 

Che altro sta accadendo nella “nuova Libia”?

Da mesi è in atto a Sahba e in altre città del Sud del Paese la crescente “Resistenza Verde” formata da tribù e vari gruppi etnici emarginati a livello politico, economico e sociale dall’inizio della guerra in Libia.

Gruppi etnici minoritari come i Tawergha e i Toubou, africani di pelle nera, hanno subito da parte di milizie arabe attacchi trasformati in operazioni di pulizia etnica nel silenzio del Governo che anzi, ha escluso per quelle popolazioni dalla partecipazione nella vita politica ed economica libica.

Secondo media locali, l’evento che ha scatenato la rabbia della popolazione nera è stata l’uccisione di un capo ribelle della tribù araba Awled Sleiman all’inizio del 2014.

La tribù Awled ha addebitato l’episodio ai vicini Toubou avviando attacchi che hanno provocato dozzine di vittime.

 

L’inerzia governativa nella Regione di fronte di questo ennesimo e ingiustificato attacco ha favorito la riorganizzazione dell’alleanza fra Toubou, Tuareg e altri gruppi minoritari neri dal Sud della Libia sino al Nord di Chad e Niger che sono poi confluiti all’interno di ciò che resta delle forze di Gheddafi.

Una alleanza dai contorni non chiari ma cementata dalla consapevolezza che il governo imposto dalla NATO chiamata in campo da USA, U.K. e Francia e dalla coalizione di supporto con Arabia Saudita e Qatar, non ha mantenuto le promesse di democrazia e libertà in Libia.

La realtà, per i libici di pelle nera c’è stata la sensibile diminuzione del sia pur modesto livello di vita comunque assicurato dal regime di Gheddafi.

Non solo la popolazione nera è stata privata del poco che aveva ma è stata sistematicamente esclusa dalle nuove istituzioni.

 

L’ Human Rights Watch che giustificò la guerra NATO contro Gheddafi sostenendo la campagna mediatica sull’ipotetico genocidio preparato dal Colonnello ora scrive “Un crimine contro l’umanità per le forzate espulsioni di massa continua senza tregua, da parte delle milizie di Misurata che impediscono a 40 mila persone della città di Tawargha di rientrare nelle loro case dalla quali sono stati scacciati dal 2011”.

Paradossale ma vero è che l’Human Rights Council ONU nel rapporto del 2011 elogiava Gheddafi per avere assicurato sviluppo economico e sociale nonché protezione politica ai libici di pelle nera e ai migranti provenienti dai confinanti Stati africani.

Inoltre, Amnesty International dal 2011 ha documentato numerosi crimini di guerra commessi dagli “insorgenti liberatori ” che, legittimati nella Comunità Internazionale e da Paese interessati, hanno colto l’occasione per eseguire esecuzioni di massa nei confronti di libici neri, clan rivali e gruppi etnici”.

 

Quanto accade in Libia in termini di instabilità, crisi economica, aumento di conflitti su base religiosa, tribale, etnica e frammentazione del Paese per l’ inadeguatezza dei “Governi degli insorgenti” non è dissimile dagli eventi dei Paesi toccati dalle “guerre umanitarie” dall’Afghanistan all’Iraq, e in quelle attuali dal Mali alla Repubblica Centro Africana poi tutte estese ai Paesi confinanti.

Conflitti che stanno spingendo sempre più osservatori a concludere che le iniziative militari NATO/USA non nascono dall’urgenza di proteggere i civili ma a favorire cambi di regime per interessi economici e geopolitici.

In Libia, questa crescente “guerriglia verde” portata avanti da segmenti di minoranze nere in estemporanea alleanza con le residue forze del regime gheddafiano è destinata a durare anche se non a vincere.

 

Aldo Madia

Aldo Madia

Aldo Madia, per oltre 40 anni ha svolto attività sul terrorismo in Italia e Paesi europei e dell’opposizione armata in Medio Oriente, Asia e Africa.

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