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domenica 17 20 Novembre19

Rabbia interetnica
nella Bosnia tradita
dai politici dell’odio

20 anni fa accadde in Bosnia ciò che non era neppure immaginabile. Il vilipendio di una terra e di un popolo. Oggi, nel culmine di rievocazioni isolate -la settimana scorsa il ricordo dei tre colleghi della Rai uccisi a Mostar- la Bosnia delle contrapposizioni etniche strumentali, esplode

Dunque ieri la Bosnia si è arrabbiata, ci racconta Nadira, fragile signora di ferro della Sarajevo eroica e resistente dell’assedio e, anni dopo, puntuta corrispondente Ansa accanto ad Angela Virdò dalla Sarajevo liberata che allora sperava in un futuro certo migliore. Oggi a Sarajevo non si muore più di granata o cecchino, ma in Bosnia per molti e da tempo è morta la speranza. E dopo la disperazione, lo scoramento, ora -finalmente- esplode la rabbia. Ma sentiamo la narrazione dal campo. “Esplode la protesta sociale in Bosnia e i palazzi del potere vengono dati alle fiamme. Oltre duecento i feriti a fine giornata, decine gli arresti”, scrive l’Ansa.

 

Il racconto di Nadira Sehovic fa la fotografia degli elementi estremi di questo avvilimento esloso in rabbia: “Un anno senza stipendio e senza assicurazione sanitaria, 14 anni senza un solo giorno di contributi versati, 15 anni con 25 euro al mese: queste sono solo alcune delle storie dei partecipanti alle manifestazioni”. Viene da pensare che forse dovevano arrabbiarsi prima, ma in Bosnia ogni violenza riporta alla memoria momenti talmente truci da indurre probabilmente ad una rassegnazione che a noi, da casa, può apparire eccessiva. Pazienza esaurita al grido di “Un ladro è ladro, non serve sapere se è serbo o croato o musulmano”.

 

“Cominciati a Tuzla due giorni fa, i tumulti si sono man mano estesi ad altre città compresa la capitale Sarajevo. In prima linea gli operai di diverse aziende locali che in passato davano lavoro a migliaia di persone, e che oggi, dopo sospette privatizzazioni, sono sull’orlo del fallimento. Le manifestazioni con migliaia di persone in piazza, mai così massicce nella Bosnia del dopoguerra, oggi sono dilagate in tutta la Federazione BH (entità a maggioranza croato-musulmana di Bosnia) e sono sfociate in disordini, scontri con la polizia e distruzioni, con un bilancio ancora provvisorio di quasi duecento feriti e decine di arresti”.

 

Questa volta di sono arrabbiati davvero! “I manifestanti, dopo lanci di sassi e uova, hanno demolito e poi incendiato le sedi dei governi locali a Tuzla, Sarajevo, Zenica e Mostar. A Sarajevo in serata è stato appiccato il fuoco anche alla sede della presidenza collegiale. Le frustrazioni e la rabbia dei manifestanti si è rivolta contro le amministrazioni cantonali, particolarmente costose e che non esistono nell’altra entità bosniaca, la Republika Srpska (Rs, a maggioranza serba), poiché, secondo i manifestanti, non si fa nulla per risolvere i problemi e salvare i posti di lavoro”. Si qui i fatti, poi con giornalismo puntuale, l’analisi.

 

“Una dura protesta sociale era da molti annunciata come inevitabile rivolta della gente in un Paese che, devastato dalla guerra (1992-95), non ha ancora raggiunto nemmeno il livello dello sviluppo precedente al conflitto, con la disoccupazione al 46% – solo nel cantone di Tuzla vi sono centomila disoccupati contro gli 80mila che hanno un lavoro, e il paese è ancora molto lontano, a differenza delle altre ex repubbliche jugoslave, dalla prospettiva di adesione all’Unione europea a causa dell’indifferenza dei leader politici verso i problemi della gente”. Un fraseggio educato per dirci della Bosnia nelle mani di incapaci o banditi.

 

Ancora cronaca : “La violenza degli scontri con la polizia – gli agenti feriti sono più numerosi dei civili – dimostra, come dice il politologo Sacir Filandra, “che la crisi sociale è causata da una profonda crisi politica”, motivo per cui molti sperano che stia iniziando una “primavera bosniaca”. Anche per il presidente di turno della presidenza tripartita bosniaca, Zeljko Komsic, i responsabili dei “problemi che si accumulano da anni” sono i politici, nessuno dei quali ha oggi avuto il coraggio di affrontare i manifestanti. Solo il premier del cantone di Tuzla e il governo cantonale di Zenica si sono dimessi questo pomeriggio”.

 

Evviva la Sarajevo che ritrova la sua dignità e lo grida ai suoi governanti e al mondo. Grazie a Nadira Sehovic, brava giornalista ma grande donna e cara amica da quegli anni davvero terribili.

 

 

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