martedì 20 Agosto 2019

Il neonato Sud Sudan
a rischio di morte
per il troppo petrolio

Le guerre africane apparentemente difficili da capire eppure tanto elementari. Negli anni 70 multinazionali americane scoprono ricchi giacimenti di petrolio e gas. Il Sudan sceglie come principale partner la Cina. Immediatamente nel Sud Sudan si materializza il Sudan People’ Liberation Army.

La pace in Sud Sudan -notizie dell’ultim’ora- resta una chimera. Il cessate il fuoco firmato nella capitale etiope dalle delegazioni fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’ex vicepresidente Riek Machar non ha avuto gli effetti sperati. E nel Paese africano la guerra civile continua e lo scontro che è di potere nella gestione di immense ricchezze energetiche, è scivola verso una deriva etnica.

 

Il 7 febbraio il Presidente del Sud Sudan Salva Kir e il suo ex vice e ora principale avversario, Riek Machar, si incontreranno nuovamente ad Addis Abeba in Etiopia per provare a ricucire la tregua raggiunta il 23 gennaio.

Ma vediamo cosa era accaduto prima, per capire il difficile presente e il possibile prossimo futuro.

Negli anni ’70 multinazionali americane del settore energetico scoprono nell’area ora contesa ricchi giacimenti di petrolio e gas sfruttati dagli oleodotti di Khartoum.

Il Sudan sceglie come principale partner la Cina con le aziende statali Cina National Petroleum Corp. e Sinopec.

Immediatamente nel Sud Sudan si materializza il Sudan People’ Liberation Army, ed è subito guerra.

Da un lato il “neo-nato” movimento è rifornito da USA e U.K. e dall’altra parte è la Cina che si preoccupa di armare l’Esercito del Nord.

Dopo circa 1,5 milioni di morti e 18 anni di guerra, nel 2005 si arriva ad accordi di pace con la promessa di un referendum per permettere al Sud di scegliere se restare con Khartoum godendo di una maggiore autonomia ed equa redistribuzione delle risorse energetiche o separarsi.

Dietro le quinte, era già tutto programmato.

 

Il referendum si svolge nel gennaio 2011 fra scontri e accuse di brogli e premia gli indipendentisti che vincono con il 98,83% dei 3.837.406 voti validi.

Con l’indipendenza il Sud Sudan dovrà pagare per alcuni anni a Khartoum tasse per il trasporto attraverso l’oleodotto del suo greggio fino a quando sarà pronto quello nuovo, verso il Kenya.

Non a caso delle agenzie ONU stavano già da prima lavorando a strade e infrastrutture in direzione dei confini con il Kenya che non è un Paese scelto a caso, ma quello dal quale dovrà passare l’oleodotto alternativo a Khartoum.

Tutto questo danneggia anche la Cina.

Il nuovo Stato viene dichiarato indipendente il 9 luglio 2011. La sue capitale è Juba e il primo Presidente è Salva Kir, d’etnia Dinka, vice è Riek Machar, dell’opposta etnia Nuer.

Etnie che, guidate dai rispettivi leader divenuti Presidente e vice del nuovo Stato, si erano massacrate negli anni’90 con decine di migliaia di morti da ambo le parti senza che i responsabili siano mai stati processati.

 

L’inizio del nuovo Stato non è facile.

Il Presidente sudanese Omar al Bachir rivendica subito la sovranità della città di Abey, ricchissima di risorse petrolifere, e con una popolazione a maggioranza Dinka vicina ai gruppi animisti-cristiani e ostili ai musulmani sudanesi.

Ne segue una battaglia che in un solo mese provoca 120 morti e innumerevoli feriti.

In ritorsione, l’esercito di Juba avvia una campagna militare nella zona confinaria ricca di risorse energetiche e arriva nell’aprile 2012 a occupare Heglig nello Stato sudanese del Kordofan meridionale pretendendone la sovranità.

Quinidi, problemi di territorio e risorse.

 

Ma non soltanto. All’interno del Sud Sudan riesplode lo scontro fra le etnie Dinka e Nuer, scontro attivato dagli stessi leader che arriveranno alla rottura nel luglio 2013 quando Salva Kir estromette il suo vice.

La mediazione dell’Unione Africana prosegue a fasi alterne in un clima di guerra civile anche per l’acuirsi degli scontri fra le opposte etnie che provocano numerose vittime specie fra i civili e all’esodo di oltre 20 mila persone nei compound dell’ONU.

L’allarme lanciato da testimonianze raccolte dall’Human Rights Wach viene ripreso dopo la scoperta di 75 cadaveri in una fossa comune a Juba il 24 dicembre.

E gli statunitensi impongono l’immediata ripresa negoziale.

Il futuro del nuovo Stato dichiarato appena sei mesi fa è ad alto rischio di implosione.

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