venerdì 24 maggio 2019

Abu Mazen colomba
lascia la Palestina
al falco Netanyahu

Il Presidente dall’Autorità Palestinese Abu Mazen è corso a Mosca incalzato dalla popolazione che ormai accoglie a Ramallah il Segretario di Stato John Kerry con imponenti manifestazioni di protesta. L’amministrazione Obama accusata di non aver saputo tenere a bada i falchi di Netanyahu

I colloqui di pace israelo-palestinesi fortemente voluti nel luglio 2013 dal Segretario di Stato americano Kerry cosa hanno prodotto sini ad oggi? 1) Incremento esponenziale della colonizzazione. 2) l’ aumento dei raid israeliani nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania conm un grave bilancio di morti, feriti e arrestati. 3) Piani per l’inglobamento in Israele di 3-4 blocchi di insediamenti e anche della fertile Valle del Giordano col trasferimento degli abitanti palestinesi locali in una zona nel deserto del Negev. 5) progetti per un molto futuro Stato “con confini mobili” da definire.

Di fatto l’ennesimo piano USA non è mai neppure iniziato.

 

Ed ecco che Abu Mazen va in Russia a cercare supporto politico per consolidare il successo all’Assemblea del 2012 con l’ammissione dell’ANP come Stato Osservatore non membro. Operazione simbolo senza alcun peso nella Comunità Internazionale.

Il Presidente Vladimir Putin ha promesso l’investimento di un miliardo di dollari per esplorazione ed estrazione di gas in 2 campi palestinesi, uno vicino a Ramallah e l’altro sulla costa della Striscia di Gaza.

Sono stati anche firmati tre Accordi su sanità, affari interni e dogane. Accordo quest’ultimo che facilita gli scambi e soprattutto permette alla Russia un accesso al Mediterraneo.

Ma la visita potrebbe portare al superamento del monopolio statunitense sul negoziato israelo-palestinese e aprire la strada per l’adesione dell’ANP ad altre Istituzioni Internazionali.

 

Eppure, soltanto il giorno dopo Abu Mazen, in un’intervista preparata per la Conferenza sulla Sicurezza dell’ Institute for National Security Studies di Tel Aviv, ha lanciato un segnale completamente opposto.

Abu Mazen ha dichiarato di essere pronto ad accettare che, dopo la firma dell’Accordo definitivo, l’Esercito israeliano non lasci subito il territorio ma proceda al suo ritiro entro 3 anni.

Dal canto suo, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato due punti:

a) i palestinesi potranno avere uno Stato solo dopo che riconosceranno Israele “come Stato degli ebrei” e aderiranno a tutte le richieste sulla sicurezza del suo Governo;

b) gli israeliani non sono obbligati ad accettare tutte le indicazioni inserite nella bozza di

Semplicemente la somma di due debole contrapposte.

Netanyahu incalzato dall’ala intransigente del suo partito -il leader della “Casa Ebraica” Naftali Bennet- mentre trova in Abu Mazen un obiettivo facilmente attaccabile.

Già dall’inizio della ripresa dei colloqui, il Presidente palestinese si è impegnato a non fare ricorso alle Istituzioni dell’ONU per reclamare i diritti palestinesi “almeno per 9 mesi”, fino all’aprile 2014, data stabilita dagli USA per la chiusura dell’accordo finale.

 

Le conseguenze di questa decisione dell’ANP hanno pesanti ricadute negative in vari settori, il più evidente dei quali è l’accelerazione della colonizzazione con significativa erosione delle sempre più residuali terre palestinesi.

Non a caso, subito dopo l’ennesima eccessiva disponibilità di Abu Mazen, autorevoli esponenti palestinesi hanno manifestato le preoccupazioni condivise dall’intera popolazione.

Abu Ala, già Premier nel Governo palestinese nel 2003, ha evidenziato dati allarmanti sulla colonizzazione di Gerusalemme.

– Espansione di 15 insediamenti che occupano 1/3 della superficie tradizionale della città;

– 2 quartieri e 8 avamposti smembrati per ospitare 2 mila coloni;

– Nella città vecchia (meno di 1 kmq) la presenza di 4 mila coloni che vivono in 4 blocchi di insediamenti e 56 unità abitative mentre sono rimasti solo 33 mila palestinesi;

– Esistenza del progetto di estendere il “muro di sicurezza” intorno a Gerusalemme per 152 km con 12 postazioni di controllo, quando già 90 mila palestinesi sono stati espulsi oltre il muro e privati del permesso di residenti;

– Dal 1967, demolizione di 1.120 fabbricati, chiusura di 88 Istituzioni Nazionali Palestinesi e confisca di 14.621 carte di identità palestinesi.

Le misure in favore dei coloni sono accompagnate da numerose restrizioni sui locali per quanto riguarda istruzione, sanità, lavoro.

 

Situazione non migliore nel Sud della Cisgiordania.

La Valle di Cremisan e Battir con le terrazze agricole di limoni, ulivi e vigneti è all’attenzione dell’Alta Corte di Giustizia di Israele che sta esaminando un ricorso contro il piano del Ministero della Difesa di Tel Aviv per il passaggio del “muro di separazione” in quella Valle.

Secondo Nicola Perugini, antropologo all’Al Quds Bard Honors College, il muro distruggerebbe un “patrimonio naturale e culturale di cui l’UNESCO ha già riconosciuto il valore con il premio internazionale (Melina Mercouri) e che potrebbe essere inserito tra i siti del patrimonio mondiale dell’umanità”.

Lo sdegno degli abitanti per la quasi certa approvazione del piano del Ministero della Difesa è mirato contro l’arrendevole Presidente Abu Mazen la cui promessa di non ricorrere alle Istituzioni dell’ONU ha impedito di chiedere all’UNESCO la registrazione di Battir come “patrimonio dell’umanità”.

Fragilità e instabilità dell’ANP non sono mai state così evidenti con rischio di implosione.

 

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