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domenica 15 Settembre 2019

Le difficili eredità
che attendono l’Algeria

Il 2014 di svolta in Algeria. Il Presidente Abdel Aziz Bouteflika, 76 anni, rientra ad Algeri dopo giorni di visite mediche nell’ospedale militare di Parigi e fissa le elezioni presidenziali per aprile. Mentre il Ministro per l’Energia annuncia che il Paese avrà la sua prima centrale nucleare

Saddam Hussein, Bashar al-Aswsad al centro e a destra di profilo Abdel Aziz Bouteflika
Saddam Hussein, Bashar al-Aswsad al centro e a destra di profilo Abdel Aziz Bouteflika

 

Il 2014 inizia in Algeria con due importanti notizie che non hanno suscitato alcuna eco mediatica.

Il presidente Abdel Aziz Bouteflika, 76 anni, rientra ad Algeri dopo tre giorni di visite mediche nell’ospedale militare di Val-de- Grace di Parigi e decreta le elezioni presidenziali il 17 aprile 2014.

Lo stesso giorno il Ministro per l’Energia Yousuf Youcef comunica che fra il 2025 e il 2030 il Paese sarà dotato della sua prima centrale di energia nucleare per uso civile.

Il Ministro spiega che il ricorso all’energia nucleare è necessario per soddisfare la domanda energetica interna aumentata dell’equivalente di 50 milioni di tonnellate di petrolio bruciate nel solo 2013.

Yousuf Youcef aggiunge che l’industria energetica ha fruttato 800 miliardi di dollari all’economia dopo la nazionalizzazione del 1971 e accompagnato l’indipendenza con uno sviluppo economico e sociale grazie all’investimento di 80 miliardi di dollari nel Paese.

Inoltre, la ricerca petrolifera sarà potenziata dopo la scoperta di 31 giacimenti che si aggiungono agli altri 300 individuati e perforati dopo il 1971.

Nessun commento da parte della Comunità Internazionale che pure ha sempre seguito elezioni presidenziali e sviluppi energetici nucleari con grande attenzione senza risparmiare commenti e preoccupazioni.

 

Certo, l’Algeria non è l’Iran.

Ha un’importante posizione geostrategica con l’ampia zona costiera affacciata sul Mediterraneo, la catena montuosa dell’Atlante che confina a Est con la Libia e la vasta regione desertica del Sud divisa con Mauritania, Mali e Niger.

La popolazione di circa 39 milioni ha due etnie principali con l’82% di arabi e berberi arabizzati il 17% di berberi-mauri (le popolazioni originarie) oltre all’1% di europei.

Eppure, l’assalto all’impianto di produzione e trasformazione di gas a In Amenas, nel sud, a gennaio 2013 concluso dall’intervento dell’Esercito algerino con un bilancio di 32 terroristi uccisi, 23 vittime fra il personale del campo e la liberazione di 685 lavoratori algerini e 107 stranieri potrebbe fornire qualche spunto di riflessione.

 

I militanti appartenevano ad Al Qaida in the Islamic Maghreb e avevano programmato l’attacco per portare in Algeria la guerra in corso nel Mali dal 2012 fra gli indipendentisti del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, il gruppo armato di tuareg da anni in lotta per il distacco da Bamako delle regioni settentrionali.

Diverse formazioni jihadiste erano confluite in Mali inizialmente per supportare l’M.N.L.A. per poi perseguire l’agenda del radicalismo finalizzato alla creazione di un Califfato.

Movimento Azawad e jihadisti provenivano quasi tutti dalla Libia.

Il risultato è che la guerra iniziata dalla Francia nello stesso gennaio con un’interpretazione molto estensiva della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU è ancora in corso.

Come quella in Centrafrica, sempre su iniziativa francese e anche questa con una dichiarata aspettativa di durata di sei mesi.

 

Algeria Bouteflika- sito

 

Attenzione non minore suscita il decreto del Presidente Bouteflika.

Nei 51 anni d’indipendenza, Algeri è passata dal sistema a partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale al sistema pluripartitico con la riforma costituzionale del 1989 solo per un breve periodo.

Dopo appena due anni, con la vittoria alle elezioni amministrative del Fronte di Salvezza Nazionale i militari ripresero il potere aprendo la strada a 15 anni di guerra civile.

Guerra non conclusa ma solo e parzialmente delocalizzata dalla formazione Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) nei Paesi del Sahel e della regione sahelo-sahariana con estemporanei attacchi in Algeria, come dimostrato dalla strage a In Amenas.

Le elezioni legislative del maggio 2012 hanno premiato ancora una volta il FLN con 220 seggi su 462, seguito dall’Unione Nazionale Democratica, vicina al Presidente, con 68 voti.

La coalizione islamica Algeria Verde, data per sicura vincitrice soprattutto dopo le vittorie islamiche in Tunisia, Marocco ed Egitto, ha ottenuto solo 48 deputati e ancora meno la restante opposizione laica.

L’opposizione – Fronte delle Forze Socialiste, Partito dei Lavoratori, Fronte Nazionale Algerino, Fronte per la Giustizia e lo Sviluppo, Movimento Popolare Algerino – protestò per i brogli accusando l’ FLN ma venne sconfessata dalla Commissione di Vigilanza che verificò il risultato e dagli Osservatori dell’Unione Europea.

 

Anche nel silenzio internazionale le proteste in Algeria continuano perché i motivi della rivolta iniziata nel gennaio 2011 non sono stati rimossi.

La politica economica rimane basata sull’ assistenzialismo e la spesa pubblica non investe per la struttura produttiva.

La corruzione è generalizzata e ha coinvolto anche l’impresa simbolo del Paese, l’Azienda di gestione petrolifera Sonatrac, con procedimenti giudiziari che durano tuttora.

Il 47% della popolazione ha meno di 25 anni e il 30% è costretto a vivere al di sotto della soglia di povertà con meno di 2 dollari al giorno.

 

Le riserve dello Stato di 160 miliardi di dollari grazie al surplus petrolifero non sono utilizzate ma solo per aderire alle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, riuscito nell’intempestiva gaffe di citare il Paese come modello da seguire nel gennaio 2011, quando la rivolta dilagava da Algeri a Ouzou e Orano.

Gli scioperi continuano ancora oggi a bloccare interi settori dell’economia e riprenderanno vigore perché sono dirette contro un modello economico che alimenta la crescente divisione tra un’oligarchia sempre più ricca e intere classi di cittadini senza presente né futuro ma proiettate a divenire ineludibile protagonista politico.

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