venerdì 19 luglio 2019

Guerre democratiche
o guerre umanitarie?
Sempre prodotto lordo

Alcuni articoli che Ennio Remondino ha recentemente pubblicato su “Remocontro” fanno riflettere, una volta di più, sulle conseguenze dei tanti interventi armati occidentali che sono succeduti negli ultimi decenni in varie parti del mondo. Ci troviamo insomma di fronte a un quesito non certo nuovo: a che sono servite le cosiddette guerre “democratiche” o “umanitarie” […]

Alcuni articoli che Ennio Remondino ha recentemente pubblicato su “Remocontro” fanno riflettere, una volta di più, sulle conseguenze dei tanti interventi armati occidentali che sono succeduti negli ultimi decenni in varie parti del mondo. Ci troviamo insomma di fronte a un quesito non certo nuovo: a che sono servite le cosiddette guerre “democratiche” o “umanitarie” annunciate con grandi squilli di tromba e terminate – direi sempre – con una situazione sul campo assai peggiore di quella precedente all’intervento?

Ora abbiamo il caso libico con la possibile creazione di un “Emirato di Cirenaica”. Penso tutti rammentino i dubbi corposi circa la reale utilità di abbattere, proprio in quel momento, Gheddafi. Il defunto colonnello, che purtroppo all’epoca nessuno prendeva sul serio, trascorse gli ultimi mesi di vita mettendo in guardia l’Occidente circa il pericolo che il suo Paese diventasse – lui scomparso – un ottimo trampolino di lancio per Al-Qaeda e l’estremismo islamico in genere.

 

Nulla da fare. I bombardieri anglo-francesi, con il supporto dei droni USA, partirono colpendo a destra e a manca e avendo ben presto ragione di un esercito regolare già allo sbando. Fu detto che la Libia era piena di ribelli filo-occidentali decisi a farla finita con il tiranno e a instaurare finalmente una democrazia (liberale?) nell’ex “bel suol d’amore”. Si è poi visto com’è andata. Si trattava in realtà di tribù in lotta per il predominio largamente infiltrate dagli islamisti radicali.

L’elemento che va sottolineato è però un altro. I già menzionati interventi occidentali hanno sempre, quale esito, lo smembramento del Paese attaccato. Sta accadendo in Libia in fase – forse – embrionale. In pratica è già accaduto in Iraq dove sunniti, sciiti e curdi sembrano più che altro intenti a disegnare i confini di futuri Stati indipendenti. Non è difficile prevedere il caos in Afghanistan dopo il preannunciato ritiro delle truppe USA e alleate. In Siria, nonostante l’attacco sia stato evitato per un pelo, lo smembramento è in corso ed è difficile capire con esattezza quali ne saranno le conseguenze.

 

Ma, in fondo, anche l’Europa ci ha messo del suo. Si pensi alla disintegrazione della Federazione jugoslava che aveva, certamente, delle motivazioni reali e serie. Resta però il fatto che alcuni Stati europei, Germania in primis, hanno in questo modo allargato la propria sfera d’influenza al prezzo di attizzare focolai di radicalismo islamico in Bosnia e Kosovo, che parecchi segnali inducono a ritenere ora presenti anche in Albania.

Facile notare che la strategia americana e occidentale alla lunga non paga. Permane il quesito più serio di tutti. La divisione di Stati esistenti in entità più piccole ma pure più instabili rappresenta un disegno cosciente (un “blueprint”, per dirla in inglese) oppure è un risultato non voluto? Per quanto mi riguarda non ho risposte certe da offrire, anche se mi sembra che la prima opzione sia quella più plausibile. E, se è così, abbiamo un ulteriore esempio della confusione che attualmente regna in Occidente in tema di politica estera.

 

Potrebbe piacerti anche