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lunedì 18 20 Novembre19

Furbata indiana :
Colpa degli sbirri
e dei giudici pigri

Persino il ministro degli esteri di New Delhi è in imbarazzo e l’immagine del suo grande Paese ne risente. Polizia antiterrorismo che non c’entrava per nulla, magistratura improvvida o pigra, tempi del diritto che scorrono placidi come la corrente del Gange nel forse o mai di un equo processo

Il ministro degli esteri indiano Salman Khurshid ha dichiarato che i due marò italiani “possono avere ecceduto nelle loro funzioni, ma non sono terroristi”. Grazie ministro per avercelo detto, ma come ci spiega che l’indagine è stata affidata proprio a quella National Investigation Agency istituita dal governo indiano per combattere il terrorismo? La NIA è nata dopo gli attentati di Mumbai nel 2008, per la necessità di centrale dati e indagini per combattere il terrorismo. Il fondatore della NIA -leggiamo- era Radha Vinod Raju, fino al 2010. Poi è arrivato Sharad Chandra Sinha che sulla questione Marò ha messo abbondantemente mano fini al marzo 2013. Ora i Marò Latorre e Girone devono sperare sul buon senso di Sharad Kumar, nuovo capo della National Investigation Agency che, in India, ci tengono a presentare come una sorta di Fbi sull’altra costa dell’Oceano Pacifico.

 

 

Fbi non proprio, ammette indirettamente lo stesso ministro Khurshid in una intervista tv, dove non ha esitato ad incolpare di quello che ha definito un “disastro” proprio la polizia speciale Nia e la già molto discussa legge antiterrorismo e anti pirateria, che prevede la pena di morte. Il ministro Khurshid aveva a suo tempo inviato, a nome del governo indiano, una lettera al governo italiano assicurando che l’incidente che ha coinvolto Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non è fra “i casi rarissimi” a cui in India può applicarsi la pena di morte. “Quando l’Italia denuncia che sono passati due anni e che ancora non ci sono i capi d’accusa -ha detto il ministro- mi sento imbarazzato. Ma è la complessità del nostro sistema che fa sì che non possiamo ottenere un processo veloce”.

 

Di fronte all’ennesimo rinvio per la presentazione dei capi di accusa nei confronti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, Roma ha dunque rotto gli indugi ed ha imboccato la strada di un appello urgente alla massima istanza indiana, organismo che fra l’altro ha sotto tutela i due fucilieri di Marina fino all’inizio del processo per la morte di due pescatori indiani al largo del Kerala. Nel ricorso si sostiene che ‘”nel comportamento indiano è configurabile una figura di offesa al massimo tribunale” perché per un anno non è stato fatto nulla di quanto da questo raccomandato. Le indagini non si sono concluse, si dice, il processo non è cominciato, e potrebbe essere applicata una legge antiterrorismo (Sua Act) che non è fra quelle indicate dalla Corte Suprema. L’Italia chiede che “si presentino subito i capi d’accusa senza l’utilizzazione della legge antiterrorismo SUA Act”.

 

Venerdì scorso il ministro dell’Interno indiano Sushil Kumar Shinde, aveva chiesto ancora “due o tre giorni” per trovare una soluzione che permetta alla polizia investigativa Nia di presentare i suoi capi di accusa in modo giuridicamente solido. Ma fonti citate dall’agenzia di stampa statale Pti hanno detto che ci vorrà altro tempo e che un annuncio sarà fatto “probabilmente nei prossimi pochi giorni”. La stessa agenzia di stampa indiana ha peraltro rilevato come il ministero dell’Interno si trovi ora in un pasticcio perché la Nia, la polizia speciale, per statuto non può non utilizzare una legge indiana per la repressione della pirateria che è il ‘SUA Act’ che prevede la pena di morte, mentre il governo indiano ha assicurato in modo formale all’Italia che il caso non è fra quelli “rarissimi” per cui tale pena capitale è richiesta. Insomma, successione di errori clamorosa.

 

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