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mercoledì 23 Ottobre 2019

L’interventismo Usa
dai troppi errori
rischio ripiegamento

Michele Marsonet va a guardare in casa americana dove il politologo Edward Luttwak si è più volte chiesto se l’interventismo USA nei Paesi islamici abbia prodotto i risultati sperati. Risposta negativa, sino a sostenere che era meglio lasciare le fazioni religiose a regolare i conto tra loro

Il celebre politologo americano Edward Luttwak si è più volte chiesto, in interviste e articoli usciti negli ultimi mesi, se l’interventismo USA nei Paesi islamici abbia prodotto i risultati sperati. La risposta è ovviamente negativa, tanto da fargli dire: sarebbe stato meglio che le fazioni -e in particolare sunniti e sciiti- “regolassero i loro conti” da sole senza alcun apporto esterno.

Il ragionamento è in apparenza paradossale, e si noti subito che può essere esteso con facilità ad altre nazioni occidentali, in special modo a Regno Unito e Francia che dispongono ancora di un apparato militare abbastanza potente da consentire attacchi come quello condotto in Libia.

Il ragionamento di Luttwak si riferisce in particolare alle cosiddette “primavere arabe”, ma nulla impedisce di applicarlo a casi precedenti. Ci si può domandare, insomma, cosa abbiano guadagnato gli Stati occidentali dall’abbattimento di Gheddafi e di Saddam Hussein, e da quello indiretto di Mubarak. Io direi niente ché, anzi, il caos e l’instabilità sono aumentati in maniera esponenziale in Egitto, Libia e Irak.

 

Ma vado oltre, pur conscio che questa ulteriore nota susciterà molte critiche. Cos’hanno guadagnato gli americani in Afghanistan, prima appoggiando e armando pesantemente i mujaheddin (incluso il nucleo originario di Al-Qaeda) durante l’occupazione sovietica, e poi intervenendo direttamente in un Paese che nessun esercito straniero è mai riuscito a occupare?

Una vittoria ideologica, certo, poiché la guerra afghana contribuì in modo notevole alla disgregazione dell’URSS. Che altro?

A me viene in mente solo un numero altissimo di morti. E ora apprendiamo dal suo ex ministro della Difesa, Robert Gates, che il presidente Obama non sente quella guerra come “sua” e non vede l’ora di ritirare le truppe.

Se si aggiunge che l’attacco contro Assad è stato evitato sul filo di lana, grazie soprattutto alle pressioni internazionali (e soprattutto russe), il quadro è allarmante.

 

Le considerazioni di Luttwak cui accennavo all’inizio suggeriscono una ripresa in grande stile dell’isolazionismo che caratterizza lunghi periodi della storia –anche recente– degli Stati Uniti. Risulta infatti in aumento il numero di cittadini USA contrari a nuovi interventi all’estero e favorevoli a una maggiore attenzione per i problemi interni.

Il celebre slogan di Francis Fukuyama, “esportare la democrazia”, ha dimostrato tutta la sua debolezza. La democrazia non è infatti esportabile come le banane, e prima occorre verificare se gli eventuali beneficiari la vogliono o no. Parlo delle masse, e non delle élites filo-occidentali.

 

Non sarebbe tuttavia corretto trascurare le colpe degli alleati, Italia compresa. L’Unione Europea non ha alcuna strategia militare e le nazioni che ne fanno parte continuano a basarsi sullo “scudo americano”. Ciò consente -o, meglio, consentiva in passato- lo sviluppo economico, mediante una delega in bianco per tutto quanto concerne i problemi militari.

Ecco perché è ingiusto attribuire ogni colpa agli USA: gli europei hanno gravi responsabilità al riguardo. Non si può pretendere di avere la pancia piena lasciando ad altri la responsabilità di dettare le linee della propria politica estera.

 

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