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martedì 15 Ottobre 2019

Squadrismi verbali
squadrismi mentali

Gli insulti di molti militanti del M5S a Pierluigi Bersani, colpito da un gravissimo malore, ripropongono il tema della violenza verbale largamente praticata sui social network. E non basta certo la nota riparatrice postata sul suo blog da Grillo in persona ad attenuare l’impressione penosa che detti insulti hanno suscitato. Il problema non è certo […]

Gli insulti di molti militanti del M5S a Pierluigi Bersani, colpito da un gravissimo malore, ripropongono il tema della violenza verbale largamente praticata sui social network. E non basta certo la nota riparatrice postata sul suo blog da Grillo in persona ad attenuare l’impressione penosa che detti insulti hanno suscitato.

Il problema non è certo nuovo. Alcuni mesi fa, sul “Corriere della Sera”, Angelo Panebianco pubblicò un ottimo articolo in cui notava che la violenza verbale è tutt’altro che innocua come potrebbe sembrare di primo acchito. Non lo è, in particolare, in un periodo turbolento come questo.

In quel caso l’occasione fu offerta dal varo del governo Letta grazie all’accordo tra due schieramenti politici tradizionalmente ostili con l’aggiunta dei centristi. Notando che “l’ordine sociale è protetto da un sottile strato di ghiaccio che può rompersi in qualunque momento”, il politologo concludeva affermando che “occorrono continui sforzi per impedire che lo strato di ghiaccio vada in frantumi”.

 

L’immagine è assai efficace e rispecchia pienamente l’attuale realtà italiana. Il ragionamento è spesso sostituito dall’insulto becero che colpisce proprio tutti, incluso in molti casi lo stesso Presidente della Repubblica.

A quel tempo parecchi a sinistra continuavano a coltivare illusioni circa una presunta affinità con il movimento grillino, destinato in teoria ad appoggiare la nascita di un esecutivo diverso da quello attuale.

Per quanto mi riguarda non comprendo come tale illusione sia ancora presente dopo che tanti episodi ne hanno dimostrato l’inconsistenza. Né mi è chiaro quali siano le ragioni che inducono a etichettare l’M5S come “sinistra”. Vi sono abbondanti indizi per trarre conclusioni opposte.

L’incredibile ondata di violenza verbale che percorse i social network in coincidenza con il giuramento del governo e, cosa ancor più grave, con l’agguato ai carabinieri davanti a Palazzo Chigi, si è poi manifestata in tante altre occasioni, ultima quella di Bersani.

 

Vi sono tutte le ragioni per rammentare che in passato simili manifestazioni sono poi sfociate in violenza fisica, e non è poi così azzardato il timore che episodi di terrorismo possano manifestarsi in un futuro non troppo lontano. La violenza verbale è stata spesso l’anticamera di quella reale, lo insegna la storia italiana del secolo scorso.

Il problema è che, in democrazia, i social network non si possono controllare come succede, per esempio, in Cina. L’unico controllo avviene su eventuali messaggi o immagini pornografiche. E anche in questo caso non sempre. In ambito politico – e guai se così non fosse – ognuno può dire ciò che vuole. Il senso del limite è insomma di esclusiva competenza del singolo individuo.

 

E quando molte persone aggrediscono verbalmente e in modo pesante e offensivo coloro che percepiscono come avversari – anche se talvolta stanno in teoria dalla stessa parte – significa che il sottile strato di ghiaccio prima nominato ha già cominciato a incrinarsi.

Se si continua così è facile immaginare le conseguenze. Il massimalismo, verbale e non, è un vecchio tarlo della politica patria. Chi pensava che la storia l’avesse seppellito per sempre ora è costretto a ricredersi, e con una certa angoscia.

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