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mercoledì 18 Settembre 2019

Esplorazioni 2014:
passaggio a Nord-Est

Il 2013 è stato l’anno della rimilitarizzazione dell’Artico. La Russia per prima, ma non soltanto. Putin deve guardarsi dalla concorrenza di Stati Uniti, Canada e, soprattutto, Cina. Petrolio e rotte commerciali. 71 navi russe transitate per l’Artico attraverso il Mare del Nord

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Quest’anno non sarà più una rarità scorgere una nave solcare il Mar Glaciale Artico navigando lungo lo stretto di Bering, verso il mitico «passaggio a Nord-Est». Un sogno inseguito dal 1500 e coronato soltanto a fine ‘800 dall’esploratore svedese Nordenskjold che per la prima volta riuscì a raggiungere il Giappone attraverso la rotta artica. In seguito, con le navi rompighiaccio fu più facile, ma tutto circoscritto alla scienza e a poco d’altro. Ora il progressivo impoverimento della coltre ghiacciata ha cambiato in modo rilevante la scena, sia per la navigazione commerciale che per le risorse nascoste nel grande nord. E quest’anno sarà da record perché gli amministratori della Northern Sea Route-Nrs -l’ex North-East Passage- hanno autorizzato il transito di 204 navi; un vero balzo se si pensa che i permessi l’anno scorso erano stati soltanto 46 e nel 2010 appena quattro.

 

La situazione dei ghiacci artici continua ad essere preoccupante da un punto di vista ambientale ma cambia lo scenario da altri punti di vista. Prima tra tutte, la possibilità di collegamenti commerciali tra l’Atlantico e il Pacifico prima impossibili, con i vantaggi economici che è facile immaginare. Valentin Davydants della società russa Atomflot ha dichiarato al Financial Times che la facilità del passaggio a nord-est aumenterà i traffici di dieci volte entro il 2021 quando si prevede che le rotte potranno essere aperte almeno per otto mesi all’anno. La Nrs russa aggiunge che per il 2030 sarà la Corea del Sud a pesare per il 24 per cento di tutte le attività di trasporto su queste rotte. Il vantaggio è dato dalla possibilità di evitare il passaggio più a sud del Canale di Suez. In gioco c’è un notevole risparmio di tempo che notoriamente si traduce in denaro. Qualche esempio ben calcolato.

 

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Passando dallo stretto di Bering tra Siberia e Alaska, partendo da Rotterdam si arriva a Kobe, in Giappone, in 23 giorni invece di 33. Se il viaggio inizia dal porto russo di Murmansk occorrono 18 giorni al posto dei 37 di oggi. Un altro esempio riguarda i vantaggi nel trasferimento di materiali. Numerose nazioni si stanno muovendo per entrare nella nuova partita. L’Islanda progetta la costruzione di un porto artico a Finna Fjord che sarebbe coordinato dal porto tedesco di Brema e questo perché la località ora si prospetta libera dai ghiacci per tutto l’arco dell’anno, quindi utilizzabile a tempo pieno. Dall’altra parte del pianeta gli interessi sono già stati manifestati dalla Cina, da Singapore e, appunto, dalla Corea del Sud. C’è tuttavia qualche parere più prudente. «Il traffico si accentuerà ma nei prossimi anni le potenzialità commerciali resteranno ancora limitate».

 

Ai traffici si aggiunge lo sfruttamento delle risorse energetiche, valutate nel 30 per cento del gas e 15 per cento del petrolio ancora non scoperti. Contemporaneamente, lo scioglimento dei ghiacci capace di materializzare simili prospettive di navigazione commerciale dell’Artico è frutto di un cambiamento ambientale definito, per i danni causati, una «bomba economica a orologeria». Secondo uno studio delle Università di Cambridge e Rotterdam pubblicato dalla rivista Nature ciò costerebbe al mondo intero 60 mila miliardi di dollari. Non sarà facile trovare un equilibrio tra la difesa della Terra e gli interessi commerciali. Ma questo, oggi, è il problema da risolvere. Intanto la posizione strategica e il suo potenziale energetico fanno dell’Artico una regione appetibile per molti Stati. In prima fila la Russia, che deve però guardarsi dalla concorrenza di Stati Uniti, Canada e Cina.

 

Passaggio a Nord Est

 

Il 2013 è stato l’anno della rimilitarizzazione dell’Artico da parte della Russia. Ma il Cremlino negli ultimi dodici mesi ha guardato a quest’area anche per affari commerciali. 71 le navi russe transitate per l’Artico attraverso il Mare del Nord, fra il Mare di Barents e lo stretto di Bering. Il doppio del 2012. Un dato che conferma i crescenti interessi economici del Paese, tanto che Aleksandr Shokhin, presidente dell’Unione degli Industriali russi si è spinto a ipotizzare che la Northern Sea Route sarà presto la nuova alternativa al Canale di Suez per il commercio intercontinentale. Il presidente russo Vladimir Putin sembra seriamente intenzionato a mantenere l’egemonia di Mosca in questa regione, e per farlo non lascerà nulla al caso, tantomeno sul fronte militare. Anche in questo scenario, secondo la Difesa russa, la minaccia principale arriverebbe per il Cremlino dagli Stati Uniti.

 

Scene da Guerra Fredda che risalgono al novembre scorso, quando uno stormo di caccia norvegesi scortò dei bombardieri russi alla ricerca di sottomarini americani. Secondo alcuni analisti, però, le capacità degli Stati Uniti di operare nella zona artica sono molto sopravvalutate dalla Russia, che invece dovrebbe guardarsi da due sfidanti molto più temibili degli Usa, vale a dire il Canada e, soprattutto, la Cina. Anche su quello scacchiere la Cina di fa vicina. D’altronde l’Artico è appetibile non solo per il transito delle rotte commerciali ma anche per un patrimonio di risorse energetiche che ancora deve essere stimato con precisione, ma che si presume potrebbe rivelarsi piuttosto ingente. Motivo per cui presto presto si potrebbe assistere a nuovi dispiegamenti di forze militari, e non solo da parte dei russi. La partita lungo la Northern Sea Route è appena cominciata. Su più fronti.

 

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