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venerdì 20 Settembre 2019

Afghanistan Usa
ora è dietro front

Analisi. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan entro il 2014. Modalità e condizioni dipendenti anche dal ruolo del Pakistan nei confronti dei Taleban per favorire la possibile pacificazione con Kabul. Non si discute col Governo Karzai è la replica. Le troppe singolari iniziative statunitensi

Iniziative “singolari”. Numero 1.

Nel giugno 2013, gli Stati Uniti hanno favorito l’apertura di un Ufficio Politico dei Taleban a Doha come sede di rappresentanza di un Governo in esilio, suscitando la collera di Karzai arrivato al punto da congelare per tre mesi i negoziati con gli americani per il ritiro del loro contingente militare dal Paese, salvo una presenza residuale.

Sono stati i Taleban a chiudere l’ufficio per la scarsa chiarezza del quadro politico.

 

Iniziativa numero 2. All’inizio del novembre successivo gli USA -dopo aver ucciso in un raid l’ex capo Taleban del Tehreek-e-Taleban Pakistan Hakimullah Mehsud- avevano assicurato a Kabul e a Islamabad che non avrebbero eseguito altre operazioni militari senza ottenerne il consenso.

Il 21 novembre, una delegazione dell’Alto Consiglio di Pace afghano si stava recando nella capitale pakistana per concordare con quelle Autorità incontri con i capi talebani da poco scarcerati e negoziare un percorso di pacificazione.

Fra gli esponenti Talebani c’è anche il mullah Abdul Ghani Baradar, già numero due della Shura di Quetta che aveva contribuito a formare nel 1994 con mullah Omar.

Con una tempismo inverosimile, nella stessa mattina droni Usa sganciano missili contro una madrasa vicino al villaggio di Tandharo nel distretto pachistano di Hangu.

Rimangono uccisi Abdul Rehman e Maulvi Ahmed Jan, esponenti di spicco del clan Haqqani, e inviati afghani fra i quali mufti Hamidullah Haqqani, Qari Noor Waki e Gul Marjan.

 

L’ennesima iniziativa statunitense non poteva cogliere momento peggiore.

La Loya Jirga afghana doveva ancora risolvere due problemi nell’Accordo bilaterale con gli USA.

Il primo riguarda le incursioni delle Forze Speciali americane nelle case private afghane in merito alle quali Washington ha promesso di evitarle riservandosi un certo grado di autonomia preventiva.

Il secondo e più importante è l’immunità dei soldati USA dalla giurisdizione afghana in caso di ipotizzati reati.

Davanti all’Assemblea della Loya Jirga la sera dello stesso 21 novembre il Presidente Karzai si è dichiarato favorevole all’Accordo che riguarderà un numero di militari fra gli 8 e i 15 mila e ha aggiunto che la firma spetterà al Presidente nominato dopo le elezioni del 5 aprile 2014.

 

Pochi giorni dopo un raid della NATO nella provincia meridionale dell’Hellmand ha causato la morte di un bambino e il ferimento di due donne.

Ciò nonostante i 2.500 delegati della Liya Jirga hanno avallato la firma dell’Accordo per la permanenza dei soldati americani sino al 2024, l’uso di almeno 9 basi militari fra cui quelle di Bagram in esclusiva.

In cambio gli USA si impegnano a proteggere il Paese in caso di aggressione e a finanziare le Forze di sicurezza locali con una cifra pari ad almeno 4 miliardi di dollari all’anno.

Il Presidente Karzai non ha inviato il documento in Parlamento per la firma chiedendo garanzie per la cessazione dell’ingresso dei soldati nelle case degli afghani, la non interferenza nelle elezioni presidenziali, il rilancio del processo di pace gravemente compromesso.

 

E’ in questo difficile contesto che all’inizio di dicembre, il Premier pakistano Nawaz Sharif si è recato a Kabul per incontrare Karzai e i rappresentanti dell’Alto Consiglio di Pace.

Le rassicurazioni del Premier sull’interesse del suo Governo alla sicurezza dell’Afghanistan e all’impegno di favorire il processo di pace non hanno avuto effetto su Karzai.

Per almeno due motivi: le iniziative del Governo Sharif contro basi USA in Afghanistan e l’egemonia pakistana nei contatti con i Taleban.

Infatti, mentre il Premier pakistano parlava, nella provincia di Kunar nell’Est del Paese ad altissima presenza di Taleban e qaedisti, i militari pakistani lanciavano decine missili.

 

Secondo i dati della Polizia locale, nel solo 2013, a Kunar, una delle 4 province (con Nuristan, Lashkatgah e Nangarhar) confinarie con il Pakistan, i militari americani da basi protette hanno lanciato 1.466 missili provocando decine di morti e feriti anche fra americani e afghani.

A Sud inoltre Imran Khan fondatore del Partito Pakistan Tehreek-e-Insaf ha bloccato la strada ai camion che dal Pakistan portano rifornimenti alle truppe NATO in ritorsione contro i continui raid americani.

Per quanto riguarda i rapporti con i Taleban il Premier ha ascritto a suo merito la liberazione di Baradar, arrestato nel febbraio 2010 a Karachi dall’intelligence USA e pakistana.

 

In merito a Baradar Sharif non dice qualcosa che è noto anche a Karzai: l’esponente Taleban è libero ma sotto stretta vigilanza dell’intelligence pakistana.

Già uno dei più fidati consiglieri di mullah Omar, Baradar è divenuto un’importante contropartita negoziale per Islamabad anche nei confronti degli americani, che dall’inizio della guerra in Afghanistan (ottobre 2001) hanno versato al Pakistan oltre 20 miliardi di dollari.

 

La situazione di Kabul è ad alto rischio di implosione anche se rimane nell’interesse americano non solo per l’energia e le materie prime di cui è ricca ma anche per la posizione geo-strategica dividendo la frontiera a Sud per 2.430 km con il Pakistan, a Ovest 936 km con l’Iran e dal Nord al Nord Est con Turkmenistan (744), Uzbekistan (137), Tagikistan (1.206) e anche con la Cina (76).

Ma la strada della pacificazione appare estremamente difficile.

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