• 24 Febbraio 2020

Il 2014 in divisa
sarà più piccolo

Sono oltre 5mila i nostri soldati impegnati nelle missioni internazionali, 33 operazioni in 25 Paesi. Un numero spropositato e per fortuna, nella maggior parte dei casi, di pura rappresentanza e forma. In Marocco c’è la UN Mission for the Referendum in Western Sahara dal 1991. In Uganda la EU Training Mission addestra da tre anni le forze somale per pacificare il Corno d’Africa. In Pakistan c’è una missione dal 1949 per supervisionare il cessate il fuoco nello Stato di Jammu e Kashmir. Decisivo il contributo italiano al valico di Rafah tra Gaza ed Egitto. Uno solo, ma molto bravo.

 

Decisamente più onerose per uomini e impegno e, in qualche caso, rischio, le missioni italiane in Kosovo, Libano e Afghanistan. In Kosovo da qualche anno il numero dei nostri soldati, impegnati nella forza internazionale Kfor guidata dalla Nato, è stato progressivamente ridotto e continuerà a scendere. Di fatto le operazioni di natura militare in quell’area sono considerate ormai agli sgoccioli Nei Balcani resta la follia di 6 micro missioni in Bosnia o in Macedonia e sovente prive di senso. In Albania la Delegazione Italiana di Esperti “supporta e coordina” le Forze Armate albanesi ora Nato.

 

Altra missione ora di presenza quasi formale, la UNIFIL in Libano. Stabilizzazione del sud del Paese anche se l’attuale conflitto siriano ha episodicamente coinvolto solo le aree settentrionali del Libano. Vecchie logiche nate dalla guerra israeliana del 2006. Il nostro contingente opera “in stretto coordinamento con le forze armate libanesi”, recita la formula. I caschi blu rappresentano di fatto una garanzia di stabilità in un territorio in cui gli equilibri interetnici, spesso strumentalizzati dagli interessi esterni delle potenze regionali -pensiamo all’Iran degli Hezbollah- sono sempre più precari.

 

Decisamente più impegnativa la missione in Afghanistan. Nel 2014 è previsto il ritiro progressivo del contingente ISAF della Nato. Stati già chiusi i Provincial Reconstruction Team e diversi avamposti conosciuti come FOB, Forward Operating Base. Andarsene, spiegano, non vuol dire chiudere la porta e consegnare le chiavi al padrone di casa, ma richiede una attenta pianificazione in un’area in cui la politica della ‘conquista di cuori e menti’ di stampo Usa non ha dato i risultati sperati. Alle spalle i contingenti Isaf si lasciano tanti talebani ed estesissime coltivazioni di oppio.

 

La cessione agli afghani della base Tobruk -l’ultima postazione NATO che viene chiusa nella provincia, leggiamo da LookOut, segna anche il rientro in Italia di circa 400 nostri militari, nel piano di ridimensionamento del dispositivo del contingente che scende sotto le 2mila unità. Rimangono operative Camp Arena, la base che ospita il comando generale di RC-West, e la FOB La Marmora a Shindand, nella parte meridionale della provincia di Herat, dove negli ultimi tempi si sono registrati numerosi attacchi sia a convogli in pattugliamento sia contro la postazione FOB.

 

Ennio Remondino

Ennio Remondino

giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra

Read Previous

Speranza Stamina
tra gli insulti
rispunta Andolina

Read Next

Volgograd strage bis
bomba su un filobus
Esplode l’olimpiade