lunedì 17 giugno 2019

Tangentopoli turca
10 ministri a casa
Istanbul in piazza

Natale giorno qualsiasi per la Turchia, ma questo 25 dicembre farà storia. 10 ministri travolti dallo scandalo mandati a casa in un colpo solo. Istanbul scende in piazza. Scontri con la polizia. Il premier Erdogan, che vede minacciato il suo futuro di presidente della Repubblica, fa pulizia in casa

Un Natale non registrato ufficialmente come festività per la Turchia sempre meno laica e sempre più islamica, ma un 25 dicembre da ricordare. Nella mattinata le triple dimissioni del ministro dell’ Economia Caglayan, del ministro dell’Interno Guler e di quello dell’Ambiente Bayraktar. Tutti hanno lasciato l’incarico dopo che i loro figli sono finiti in manette in una tangentopoli di licenze edilizie in aree urbane che finora ha portato all’arresto di oltre 50 persone. Nel pomeriggio le dimissioni “spintanee”di altri sette ministri. Verso sera a Istanbul è arrivata la risposta della piazza. Migliaia di persone a Kadikoy, nella parte orientale della città, poi a Besiktas, nella zona europea di Istanbul, il quartiere di Taksim. La polizia spara gas lacrimogeni contro i manifestanti.

 

Una vera e propria bufera politico giudiziaria per il premier Erdogan a tre mesi dalle cruciali elezioni amministrative di marzo: sempre più in difficoltà per lo scandalo quello che per oppositori e molta parte dell’opinione pubblica è ormai «Il sultano», è tornato nei giorni scorsi a denunciare, come già fece all’epoca delle proteste di Gezi Park, un complotto internazionale per minare l’ascesa della Turchia e danneggiare il suo governo in vista del voto di marzo. Poi la decisione di cambiare la compagine governativa per allontanare il sospetto di proteggere uomini dell’esecutivo travolti dalle inchieste. Una scelta di pulizia radicale interna al partito di governo, l’Ak parti, fortemente sollecitata dal presidente della repubblica Gul, con sospetti di faide interne per ragioni di potere.

 

Questa volta Recep Tayyip Erdogan rischia. Uscito rafforzato dalla crisi di giugno-luglio, dopo le proteste del Gezi park e di piazza Taksim, si trova adesso affrontare una crisi senza precedenti che rischia di compromettere non solo le elezioni amministrative del 30 marzo ma la coesione dello stesso Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) di cui è leader indiscusso e, parte finale ma decisiva, il suo agognato futuro da presidente della repubblica per il prossimo decennio. Chiarita la dimensione degli interessi in gioco, va detto che lo scandalo sta scuotendo l’opinione pubblica con le prime proteste di piazza. L’AK parti, se lo leggi in turco (la parola ak) vuol dire partito “bianco”, “puro”. Sin dal suo esordio nel 2002 si era presentato come il partito anti corruzione e anti povertà.

 

Difficile prevedere come l’inchiesta tangenti potrà finire. Molti parlano di una lotta di potere tra il movimento di Fethullah Gulen e il governo o, ad allargare la portata della trama cospiratoria, un match della partita Stati Uniti e Iran. Gli arresti di Suleyman Aslan, boss di Halkbank, e Riza Sarraf, un uomo d’affari iraniano che si occupa di oro, crea lo scenario ideale della trama. Halkbank statale a triangolare soldi con l’Iran scavalcando l’embargo Usa Ue? L’arrivo in Turchia di David Cohen, sottosegretario del Tesoro Usa per terrorismo e intelligence finanziaria, alza il bersaglio. L’oro come denaro, la Cina come sponda e il petrolio iraniano venduto dalla Turchia torna a produrre ricchezza per gli Stati e tangenti per gli ingegnosi mediatori. Una trama alla Frederick Forsyth.

 

Proviamo a capire cosa sarebbe accaduto. La Turchia compra petrolio dall’Iran e deve pagare in oro per l’embargo bancario. In tre anni 8 miliardi di dollari di oro inviati in Iran. Per contrastare questo schema, gli Stati Uniti hanno vietato le esportazioni di oro in Iran nel luglio 2013. Risultato, quasi 13 miliardi dollari in oro importato in Turchia. Ma c’è dell’altro. L’Halkbank lavora anche per l’India che fa pagare all’Iran un miliardo di dollari al mese. Un flusso di denaro enorme e semi clandestino: impossibile resistere alla tentazione per chi aiuta a farlo circolare e, impossibile immaginare che nessuno ad Ankara fosse a conoscenza di una manovra strategica di tale portata. Ci guadagnava l’Iran, ci guadagnava la Turchia ufficiale e quella ufficiosa. Arrabbiati gli Usa.

 

Erdogan pare stia sbagliando qualche mossa di troppo dal punto di vista degli amici statunitensi, ad esempio, con la campagna di Siria condotta accanto all’Arabia Saudita. Ora questa storiaccia di dobloni d’oro da pirati.

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