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giovedì 12 Dicembre 2019

120 anni dopo Mao, il socialismo di mercato

Michele Marsonet ci ricorda che oggi Mao compirebbe 120anni. Ricorrenza da storici e non più da emozioni di popolo. Il Grande Timoniere non scalda più i cuori. E forse neppure l’ideologia dell’ultimo grande Paese al mondo a dirsi ancora comunista. L’analisi tra le pieghe nascoste del dopo Mao

120 anni dopo Mao. Il 26 dicembre 1893 a Shaoshan, nella provincia di Hunan, nacque Mao Zedong (o Mao Tse-tung, come si usava dire una volta). Pochi leaders politici hanno influenzato in maniera così decisiva la storia e il destino del loro Paese. E, in questo caso, non di un Paese qualunque si tratta, ma della nazione più popolosa della Terra, ormai diventata potenza globale in aperta competizione con gli Stati Uniti in ogni campo, incluso quello militare.
A 38 anni dalla sua scomparsa (9 settembre 1976) la sua eredità resta quanto mai enigmatica. Mentre la Repubblica Popolare si appresta a celebrarne la nascita, l’ossimoro del “socialismo di mercato” incombe sulla sua memoria senza alterare la popolarità del personaggio che resta più o meno intatta nelle masse popolari.
Mao, da vivo, avrebbe approvato la grande svolta economica promossa da Deng Xiaoping, fautore del “socialismo con caratteristiche cinesi” e del passaggio dall’economia pianificata a quella di mercato, per quanto strettamente sottoposta alle direttive del partito comunista e dello stato? E’ lecito dubitarne.

Mao era un radicale. Qualcuno ha opportunamente rammentato che a un certo punto si propose addirittura di fare a meno del denaro. Sogno poi realizzato dal suo allievo Pol Pot durante il breve e sanguinario regime dei Khmer Rossi in Cambogia. Nulla sembra collegare il socialismo di mercato oggi vigente sul suolo cinese alla Rivoluzione Culturale, anch’essa molto sanguinosa nonostante la grande popolarità di cui godeva in molti circoli intellettuali e studenteschi dell’Occidente. E nemmeno al precedente “Grande balzo in avanti”, causa – come ammettono gli stessi cinesi – di una delle più gravi carestie della storia con decine di milioni di morti.
Trasformato in icona (o santino, se si preferisce), il volto tranquillo e sorridente del Grande Timoniere si trova ovunque, dal megaritratto di Piazza Tienanmen agli angoli più sperduti del colosso asiatico. Il suo celebre Libretto Rosso costituisce tuttora lettura obbligatoria nelle scuole, come obbligatorio resta l’insegnamento del marxismo (in versione maoista) in tutte le università.

Con l’avvento al potere di Xi Jinping e della nuova leadership, inoltre, sono comparsi in gran numero nelle strade manifesti celebrativi della “lunga marcia” che incitano a seguire l’esempio di coloro che vi parteciparono. Non sfugge però che i “principi rossi” che oggi dominano la scena sono tutti – o quasi – discendenti dei principali compagni di Mao proprio nella lunga marcia. Una élite legittimata non da motivi dinastici, ma dal fatto di provenire dalle famiglie dei comunisti originari che con Mao fondarono lo stato attuale.
I costanti inviti all’austerità e la lotta alla corruzione non scalfiscono i privilegi dei tanti miliardari che vivono in condizioni di superlusso ben distanti da quelle dei comuni cittadini. Ed è ormai comune vedere i loro giovani rampolli acquistare tutto il possibile nei negozi più celebri delle metropoli occidentali.

Le statuine e i gadget di Mao si vendono in gran quantità non solo ai turisti stranieri ma anche – se non di più – agli stessi cinesi, parecchi dei quali inclini a considerare l’era maoista come un’epoca felice. Scordando che allora erano complessivamente molto più poveri e i campi di prigionia molto più duri.
Difficile capire dovrà andrà la Cina nel futuro prossimo. Esploderanno i tanti conflitti sociali che ora sono tenuti sotto ferreo controllo? Oppure prevarrà il neoconfucianesimo che predica l’ordine e scioglie l’individuo nel tutto? I tentativi di previsione si sprecano ma, come sempre, il corso della storia risulta in larga misura impredicibile.

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