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mercoledì 23 Ottobre 2019

Sveglia Babbo Natale !
Ci rubano il Polo Nord

Altro che slitta delle renne! Le regioni polari da cui provengono hanno regali in casa molto più preziosi. Ad esempio, alla Russia che il Natale festeggia poco, quelle terre regalano il quattordici per cento del Pil, l’ottanta per cento del gas naturale, il novanta per cento di nickel e cobalto

“Seconda stella a destra, questo è il cammino”, cantava Bennato rivisitando la favola di Peter Pan, indicando la strada per “l’isola che non c’è”. Se esci dalla favola ecco che Franco Fracassi ti guasta la festa raccontandoti su PopOff che venti di guerra soffiano sul Polo Nord, ma lui è esagerato. Sì, perché di fatto, quando di guerra se ne parla è già guerra, nel senso che la minaccia esplicita entra in partita. La guerra ancora con i guanti, al momento, guanti robusti come impongono la trazione buonista di queste festività e la stagione. Vediamo nel dettaglio, cercando di non guastarci la giornata.

L’Isola che non c’è, comunque esiste nell’artico, per restare in tema geografico-natalizio e prima di parlare delle minacce di guerra su cui ci dirà Fracassi. “L’isola che non c’e'” l’hanno trovata casualmente alcuni piloti russi mentre sorvolavano il mare artico di Laptev, nella repubblica siberiana di Yakuzia, vicino all’arcipelago delle isole di Novosibirski. All’inizio è sembrato loro strano, pensavano che non potesse esistere un’isola che non c’è sulle mappe. Un primo avvistamento, il dubbio, un secondo volo e hanno regalato alla Russia, che è già il Paese più grande e in alcuni casi inesplorato del mondo, altri 500 metri quadri di superficie. Si chiama “Iaia” e si era sino a ieri mimetizzata nel manto candido dell’Artico dal ghiaccio che la ricopriva interamente.

Eppure, sentite questa

«Quale sarà il teatro della prossima guerra? Ma è ovvio: l’Artico».
L’ammiraglio James Stadyris, comandante Nato in Europa, non ha dubbi. Come non ce li ha il direttore del Programma di Geopolitica dell’Artico presso lo Scott Polar Research Institute (Spri), Paul Berkmann: «Stiamo facendo il possibile per trovare un equilibrio tra interessi delle singole nazioni e quelli globali. Ma sarà molto difficile raggiungere il nostro obiettivo. Venti di guerra soffiano da nord».

Sotto la calotta di ghiaccio della regione artica, quella intorno al Polo Nord per intenderci, ci sono sepolte il venti per cento delle risorse energetiche future del pianeta, sostiene lo Spri. Per lo United States Geological Survey, si tratta di circa il tredici per cento delle riserve mondiali di petrolio e il trenta per cento di quelle di gas ancora non sfruttate.

Il ministro della Difesa statunitense Chuck Hagel: «Con un potenziale energetico che rappresenta un quarto delle riserve mondiali inesplorate di gas e petrolio è prevedibile che l’ondata di interesse nell’esplorazione energetica nell’area possa aumentare le tensioni su altri argomenti controversi».

«Fino ad ora le dispute sono state gestite pacificamente, ma nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe alterare questo equilibrio e innescare una corsa per lo sfruttamento delle risorse naturali, che saranno più accessibili. La necessità sempre crescente di risorse energetiche e materie prima da parte di tutti i Paesi del globo farà il resto», ha aggiunto Stadyris.

Un quadro è molto chiaro per il presidente russo Vladimir Putin che ha chiesto agli alti ufficiali delle sue forze armate di «prestare particolare attenzione alla realizzazione di infrastrutture e unità militari nell’Artico». Aggiungendo: «L’anno prossimo, dobbiamo completare la formazione di nuove grandi unità e divisioni militari nell’Artico», in riferimento ai siti di Tiksi e Severomorsk.

Ed è dall’agosto del 2007 che gli esploratori inviati dal Cremlino, viaggiando in mini sommergibili, stanno piantando la bandiera russa sul fondo del Mar Glaciale Artico. Il fermo di una nave di Greenpeace e l’arresto del suo equipaggio dopo aver protestato contro una piattaforma petrolifera artica russa, lo scorso settembre, ha evidenziato la sensibilità del Cremlino alle critiche della sua prospezione nella regione.

Secondo la Convenzione Onu per i diritti marini, i Paesi circumpolari dispongono di una zona economica esclusiva entro trecentosettanta chilometri dalle rispettive coste. Una fetta di polo (anche per forma) ciascuno. Ma ogni Stato può avanzare richiesta di estensione e di sfruttamento se dimostra che la piattaforma continentale supera questo limite.

Così, mentre il governo norvegese ha appena stanziato un milione e duecentomila euro per uno studio di impatto ambientale dello sfruttamento dei fondali intorno alle isole di Jan Mayen, la Russia ha concesso cinque nuove licenze (alle russe Gazprom e Rosneft) per estrazione di idrocarburi nel mare di Kara e di Barents.

La russa Rosneft sta collaborando con la ExxonMobil per lo sviluppo di giacimenti molto promettenti, e si è anche associata alla Statoil Norvegese e all’Eni Italiana per esplorare il potenziale di sfruttamento nel Mar di Barents.

Canada, Norvegia, Stati Uniti, Islanda e Danimarca (quest’ultima in virtù della sua autorità sulla Groenlandia) hanno spronato le compagnie energetiche a trivellare nell’area.

La Cairn Energy di Edimburgo ha appena aperto dei pozzi di esplorazione nelle acque a largo della Groenlandia, mentre la Royal Dutch Shell sta tentando l’esplorazione di campi a largo dell’Alaska.

La distesa di ghiaccio polare, insomma, non è più quell’insormontabile ostacolo di un tempo

Tutte le associazioni ambientaliste sono molto preoccupate. Scrive il “New York Times”: «L’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, nell’aprile 2010, ha mostrato che un disastro di simili proporzioni causerebbe danni ambientali ancora più drammatici in un ecosistema delicato come quello polare, sia per la mancanza di adeguate capacità di risposte operative, sia per la probabilità che il ghiaccio impedisca seriamente le operazione di bonifica. Mentre sempre più compagnie si spingeranno nell’Artico accelerando le loro attività esplorative, aumenteranno di conseguenza le probabilità di incidenti e fuoriuscite. Il fatto che la Shell (una delle compagnie petrolifere tecnologicamente più avanzate) si sia finora dimostrata incapace di superare questi rischi, accresce la preoccupazione che in quelle acque pericolose si trovino presto ad operare altre compagnie meno preparate ed efficienti».

Il commissario europeo per l’Ambiente Janez Potočnik ha dichiarato: «Nonostante tutte le sue promesse, l’Artico non cederà facilmente le sue ricchezze. In inverno, il ghiaccio copre costantemente le superfici marine e tempeste violente e frequenti sono un continuo pericolo. Il riscaldamento globale potrebbe, in qualche modo, contribuire a ridurre il ghiaccio nei periodi estivi e autunnali, permettendo così trivellazioni più prolungate, ma allo stesso tempo potrebbe causare condizioni meteorologiche inusuali e incontrollate ed altri pericoli correlati. Altro rischio che si aggiunge: molte delle linee di confine nella regione Artica, sono ancora da demarcare e alcuni Paesi artici hanno già minacciato di ricorrere alla forza militare nel caso in cui le compagnie energetiche occupino aree che considerate di loro sovranità».

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