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mercoledì 18 Settembre 2019

L’Ucraina natale di
Kruscev e Breznev

Domanda che si è posto Michele Marsonet: quali sono i veri (e nascosti) interessi occidentali in Ucraina? Perché tanta voglia di identità nel dopo Unione sovietica etnicamente plurale. L’esempio del georgiano Stalin, dell’armeno Anastas Mikojan e di Kruscev e Breznev nati in Ucraina

Forse sarò accusato di bieco cinismo e di eccessiva condiscendenza verso la cosiddetta realpolitik, ma desidero comunque esprimere un’opinione diversa da quella oggi maggioritaria circa quanto sta avvenendo in Ucraina. Intendiamoci, non voglio negare che i sentimenti anti-russi presenti in tante (anche se non tutte) le nazioni che facevano prima parte della defunta Unione Sovietica siano privi di fondamento. Notoriamente l’URSS non era certo un esempio di democrazia nel senso occidentale del termine.

 

Molti scordano, tuttavia, che l’innegabile prevalenza della componente etnica russa non impedì affatto l’ascesa ai vertici dello Stato e del partito di tanti esponenti che appartenevano a gruppi etnici diversi. L’esempio più emblematico è il georgiano Stalin, ma si possono citare molti altri casi. Dall’armeno Anastas Mikojan (nato pure lui in Georgia) a Nikita Kruscev e Leonid Breznev (entrambi nati, guarda caso, proprio in Ucraina). Si dimentica insomma che, nonostante i ben noti difetti, in ambito sovietico non venne mai meno l’afflato universalistico delle origini. Considerare l’Unione Sovietica come una mera riproposizione dello spirito panrusso e della tendenza imperialista degli zar è, almeno a mio avviso, un grande errore.

 

Breznev e Gheddafi

 

 

Tutti sappiamo inoltre che, tranne rare eccezioni, la presenza di forti minoranze russe in Stati ora indipendenti è dovuta alla russificazione forzata degli stati annessi dall’Unione Sovietica, senza ovviamente chiedere il consenso preventivo degli abitanti autoctoni. Stalin fu il principale artefice dell’operazione. Il dittatore georgiano era sempre particolarmente attento alle questioni linguistiche, tanto da scrivere persino un libro sull’argomento: “Il marxismo e la linguistica”, venduto in milioni di copie sia nell’URSS sia all’estero. In Italia fu tradotto e pubblicato per i tipi di Feltrinelli.

 

Stalin era meno rozzo e incolto di quanto oggi si voglia far credere. Si fidava certamente dei carri armati e degli aerei da combattimento, ma nello stesso tempo comprendeva bene che la cultura gioca un ruolo essenziale nella conquista del potere. Pur essendo georgiano, adottò una politica di russificazione forzata basata “anche” sulla lingua e, in tempi relativamente brevi, il russo divenne l’idioma ufficiale in tutto il territorio sovietico.

 

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il problema si pose anche per le nazioni satelliti che entrarono a far parte del sistema sovietico. Non si abolirono le lingue nazionali (impossibile farlo, per esempio, con i tedeschi della ex DDR), ma venne comunque imposto il russo come seconda lingua ufficiale. Per un lungo periodo di tempo esso fu una delle lingue più parlate in Europa, senza tralasciare le numerose Repubbliche asiatiche che erano in territorio sovietico.

 

 

La questione delle minoranze russe ha molto rilievo nei Paesi baltici. Innanzitutto si deve notare che i russi (o, ancor meglio, gli slavi) nell’area baltica, sono sì minoranza, ma corposa assai. In Estonia circa il 15% della popolazione, in Lettonia circa il 33%, in Lituania circa il 12%. Ripeto che sto parlando di slavi in genere, e non di cittadini di chiara origine russa. I tre Stati sono molto piccoli, con una popolazione a volte inferiore a quella di una media regione italiana. Ne consegue che minoranze di quelle dimensioni rappresentano comunque entità significative da ogni punto di vista.

 

Si ponga però attenzione a un fatto. Un’operazione di tali dimensioni era comunque destinata a lasciare tracce permanenti e ben visibili. Sperando di non annoiare i lettori ricorro a tre esperienze personali piuttosto recenti. Recatomi per ragioni di lavoro all’università di Vilnius in Lituania, mi resi conto che in ambito accademico si usava comunemente l’inglese. Ma fuori, in bar, ristoranti e negozi vari si sentiva poco lituano e molto russo. Mi accadde addirittura quando, alla partenza, dovetti cambiare in euro la valuta locale che mi era rimasta. Entrambe le addette parlavano tranquillamente russo e, se devo essere sincero, a Vilnius il lituano si sentiva poco.

 

 

Cambiando area geografica, trovai la stessa situazione nel Caucaso. In visita a un’università di Baku nell’Azerbaijan, altra repubblica ex sovietica e ora Stato indipendente, la situazione era ancora più chiara rispetto a Vilnius. Là l’azero si parla solo nelle campagne. Nelle città la lingua assolutamente predominante è tuttora il russo. Non solo. Parecchi colleghi non parlano neppure inglese, per cui occorreva chiamare un docente che lo conoscesse e traducesse la conversazione dal russo in inglese e viceversa.

 

Per farla breve, la lingua ufficiale dello stato è l’azero, quella realmente parlata il russo. Idem in Kazakhstan, dove ho visitato l’università Ablai khan di Almaty (l’ex Alma Ata sovietica). Il kazhako è lingua ufficiale, il russo è la lingua parlata.

 

E’ un fatto che il russo abbia mantenuto in tutti i Paesi citati una diffusione molto ampia. Estone, lettone, lituano, azero e kazhako sono rimaste lingue di nicchia, il russo no. Certamente questo è dovuto alla russificazione forzata, ma ci sono altri fattori da cui non si può prescindere. La storia in primo luogo, giacché la Russia ne ha una da grande nazione, del tutto comparabile a quella tedesca, inglese, francese o italiana. In secondo luogo le dimensioni geografiche. E infine la cultura: letteratura, arte e filosofia russe sono conosciute in tutto il mondo.

 

 

Il caso ucraino è piuttosto strano. La lingua che vi si parla è strettamente affine al russo, tant’è vero che non occorre il vocabolario per passare da una all’altra, e i motivi della rivolta sono dunque altri. Uno si chiede perché l’Ucraina voglia entrare in una Unione Europea in condizioni quasi comatose quando, tra l’altro, gli interessi economici e la parentela culturale dovrebbero invece spingere a un rafforzamento dei vincoli con il vicino slavo. E quale interesse ha l’Occidente -UE e USA- a mettere in difficoltà la Russia, che sta sempre più assumendo un ruolo di equilibrio sul piano internazionale (vedi il caso siriano) e di argine contro la diffusione dell’islamismo radicale?

 

Mistero fitto. E viene pure in mente l’appoggio fornito alla rivolta cecena, dove si rischiava di avere una Repubblica islamica fondamentalista collocata in un’area strategica. Sono certo che molti giudicheranno non “politically correct” queste mie brevi considerazioni, ma ribadisco che le nazioni occidentali dovrebbero smetterla di soffiare sul fuoco adottando una strategia più realistica e attenta ai fatti concreti. Invece prevale un approccio ideologico anche se, a questo punto, è difficile capire di quale “ideologia” si tratti.

 

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