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giovedì 19 Settembre 2019

Obama alla Cina:
scusate Compagni

Michele Marsonet, che se ne intende, la definisce la retromarcia politico-diplomatica più veloce della storia recente. Dopo il sorvolo dei B-52 statunitensi sulle isole Senkaku-Diaoyu e le asserzioni di fermezza da parte Usa, va a finire come la Cina voleva: per volare sulle isole chiedi a Pechino

I fatti sono espliciti. Gli aerei civili, inclusi quelli americani, che vogliano e debbano sorvolare le isole Senkaku-Diaoyu contese col Giappone, devono concordare con Pechino le rotte da seguire. Forse era pure lecito attendersela, ma la retromarcia dell’amministrazione USA sulla questione delle isole contese fa una certa impressione. Tutto come Cina voleva. Il “consiglio” diffuso dalla capitale cinese al Mondo, non vale per i velivoli militari ma, insomma, la sensazione di fondo resta. La Repubblica Popolare segna indubbiamente un punto a suo favore, giacché le disposizioni impartite dal presidente Obama alle compagnie aeree americane suona come un implicito riconoscimento che i cinesi hanno il diritto di istituire una vasta zona di identificazione e difesa aerea intorno alle isole oggetto di contesa con il Giappone (al quale finora appartenevano).

Non solo. Con questo si riconosce anche – sia pur sempre sul piano implicito – che la Cina può tranquillamente infischiarsene di autorità e regole internazionali. Considera il Mar Cinese Orientale come “mare nostrum” e non ammette che la sua decisione unilaterale venga contestata.

 

E’ troppo presto per fare previsioni sensate. Forse si capirà qualcosa di più dopo l’imminente visita del vicepresidente Biden in Estremo Oriente. Tuttavia il fuoco contro Obama è già cominciato, e i repubblicani lo accusano di aver minato la credibilità nazionale. Per non parlare delle reazioni di sconforto degli alleati nella regione, Giappone e Corea del Sud in primis i quali, però, non hanno seguito gli USA rifiutandosi di modificare le disposizioni alle loro compagnie aeree nazionali.

Un bel rebus. La Repubblica Popolare ne esce rafforzata, gli Stati Uniti indeboliti, i loro alleati quanto mai incerti. E non bastano certamente le dichiarazioni di un consigliere di Biden: “vogliamo conoscere le reali intenzioni di Pechino e siamo preoccupati per l’approccio della Cina alle dispute territoriali con i vicini”. Se, come ha detto lo stesso vicepresidente, “lo spazio aereo internazionale va difeso”, occorre farlo subito e con decisione, altrimenti si lasciano agli altri – la Cina, in questo caso – le opportunità di chiudere la partita appellandosi al fatto compiuto.

 

Mar cinese orientale
Mar cinese orientale

 

Certamente la situazione è ancora fluida e bisogna attendere gli eventi. Tuttavia la percezione di un continuo declino americano permane, e anche forte. Leggevo ieri che Maurizio Molinari ha scritto un saggio, “L’aquila e la farfalla”, in cui sostiene che tale declino non esiste, poiché gli USA possiedono, oltre a un enorme apparato militare, multinazionali presenti in tutto il mondo e, assai importante, un “soft power” basato su una industria culturale, scientifica e tecnologica senza pari.

Non ne dispone certamente la Cina, nonostante la politica di creare “Istituti Confucio” in ogni parte del globo per diffondere all’estero (e soprattutto tra i giovani) un’immagine più positiva del Paese. Vero. Però i dirigenti di Pechino possono (per ora) assumere le decisioni più rilevanti in totale assenza del consenso popolare. In America e nell’Occidente in genere questo non è possibile. In termini popperiani, quello cinese resta un sistema politico ermeticamente chiuso.

 

E’ ovvio però che, per evitare il declino, gli USA hanno bisogno di una leadership forte, altrimenti il potere militare, industriale e culturale conta ben poco. E qui si torna, ancora una volta, alla figura amletica di Barack Obama, ai suoi tentennamenti (si pensi alla Siria), alle retromarce cui ha ormai abituato il mondo. Non penso di dire cose nuove affermando che in questo momento agli Stati Uniti occorrerebbe un presidente diverso.

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