domenica 24 marzo 2019

Armi chimiche siriane
Che ne facciamo?
Buttiamole a mare!

Dopo la Terra dei Fuochi il mare chimico siriano? Veleni assortiti in offerta speciale. 600 tonnellate di sostanze tossiche raccolte in questi mesi nei 21 dei 23 siti dichiarati dal governo locale. Siria quasi ripulita e il mondo con 200 contenitori di veleni da smaltire. Si parla di scarico a mare

Forse in Siria si eviterà il temuto intervento militare internazionale, forse in Siria la guerra civile in corso sta perdendo la sue componenti più estreme e potrà trovare spazi di trattativa, forse in Siria stanno consegnando tutti gli arsenali di armi chimiche che avevano. Armi da disinnescare, ed è già un problema, ma poi che farne della micidiali sostanze tossiche che le armavano? A poche settimane dal termine fissato per il completamento delle operazioni di distruzione delle armi chimiche siriane, per l’OPCW, l’Organizzazione ‘for the Prohibition Chemical Weapons’ dell’Aja, e per i Paesi garanti, Usa e Russia, si presenta l’ostacolo più difficile da superare. Trovare una destinazione per portare a termine l’ultima fase della missione, vale a dire lo smaltimento delle sostanze tossiche in un luogo sicuro. Ed ecco che da qualche settimana trova spazio la follia di effettuare l’intervento in mare. E sembra la soluzione più quotata, dopo che i tentativi da parte degli Stati Uniti di affidare il compito a qualche Paese Nato sono andati a vuoto. L’ultimo No in ordine di tempo quello dell’ Albania.

 

Voi umani siete pazzi"
Voi umani siete pazzi”

 

Per tenere in piedi il piano proposto dalla Russia e faticosamente concordato con la Siria, gli Stati Uniti starebbero progettando di concludere il lavoro ‘sporco’ a bordo della loro “MV Cape Ray”. Si tratterebbe di mettere in funzione, sulla nave, un impianto di ‘distruzione cellulare’ degli armamenti, un sistema che utilizza l’acqua per diluire le sostanze chimiche rispettando -dicono- i necessari standard di sicurezza. «Diluire», che vuol dire allungare con acqua, e poi? Dell’acqua contaminata che ricaviamo, che se ne fa? La ributtiamo in mare ad avvelenare mezzo Mediterraneo? I tecnici non rassicurano e si limitano a darci lezioni di chimica: “il processo si chiama idrolisi, ossia una reazione chimica in cui le molecole vengono scisse in due o più parti per effetto dell’acqua producendo una reazione inversa alla condensazione. Secondo le stime, il procedimento dovrebbe produrre circa 7,7 milioni di litri di acque di scarico che verranno imballati in 4mila contenitori, il cui livello di tossicità può essere paragonato a quello di molti altri comuni scarti industriali”.

 

MV Cape Ray, la nave dei veleni
MV Cape Ray, la nave dei veleni

 

Al momento le circa 600 tonnellate di sostanze tossiche raccolte in questi mesi dall’ OPCW nei 21 dei 23 siti dichiarati dal governo siriano, con la mancia di 30 tonnellate di gas mostarda, potrebbero finire sulla MV Cape Ray ed essere lavorate in tempi definiti “relativamente brevi”. Questioni tecniche senza particolari insidie -dicono- salvo delicate questioni logistiche da affrontare. Intanto i materiali e i contenitori che verranno utilizzati per l’imballaggio delle sostanze chimiche sono arrivati in Siria dal Libano. Una volta imballato in circa 200 contenitori, il carico dovrebbe essere trasportato entro un paio di settimane in un porto del Mediterraneo, probabilmente uno tra Latakia e Tartus. Ma.. Primo problema. Chi è disposto a scortare il carico fuori dalla Siria, considerata la guerra civile in corso? Si fa strada di scaricare il compito sui ‘colpevoli’ d’origine, lo stesso esercito siriano. Sperando di potersi fidarsi di Assad. Ultima questione, l’opportunità che sia l’ormai nota nave americana ad attraccare in un porto per caricare il materiale tossico. Bersaglio da brivido.

 

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