• 28 Febbraio 2020

Questione
Israelo-palestinese
Ragioni a confronto

Il conflitto israelo-palestinese è tanto complesso che manca una condivisione persino su quando abbia avuto origine.

In merito, le tesi più accreditate sono due:

il libro “Lo Stato degli ebrei” scritto nel 1896 da Theodor Herzl, giornalista ashkhenazita che, visto l’enorme successo della pubblicazione, l’anno seguente organizzò a Basilea il Primo Congresso Sionista Mondiale per costruire un movimento permanente per affermare il diritto di autodeterminazione del popolo ebraico;

la lettera indirizzata il 2 novembre 1917 dal Segretario degli Esteri britannico Arthur James Balfour a Lord Walter Rothshild, esponente della comunità ebraica inglese, nella quale affermava che il Governo britannico “vedeva con favore la creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico… (e) nulla verrà fatto per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche esistenti in Palestina”.

 

La situazione palestinese oggi.

In ogni intervento nei Congressi Internazionali, da ultimo a Bruxelles nell’ottobre 2013, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas sottolinea l’accettazione della soluzione bi-statuale che prevede accanto a Israele lo Stato palestinese in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, area corrispondente al 20% della Palestina storica e che di fatto comporta la rinuncia al diritto di ritorno dei rifugiati.

La posizione di Abbas delude le aspettative dei profughi registrati dall’UNWRA nei 59 campi allestiti in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza con una popolazione totale aumentata dal 1948 al 2012 da 910 mila a oltre 5 milioni.

Altro motivo di conflitto interno è la mancata riconciliazione fra FATAH, Partito del Presidente, e il movimento islamico HAMAS presente a Gaza.

La rottura tra le due formazioni risale al 2006 con la vittoria degli islamici alle elezioni politiche e i successivi scontri del 2007 con FATAH, che dettero vita a un Governo emergenziale in Cisgiordania e a un Governo di fatto e non riconosciuto a Gaza.

Le numerosi iniziative di pacificazione inter-palestinese sono fallite.

Le elezioni programmate nel 2011 non sono state ancora svolte per il contrasto fra i contendenti con il risultato che il Governo emergenziale continua ad amministrare la Cisgiordania e l’altro Gaza.

La distanza fra le leadership dei due movimenti e la popolazione è sempre più profonda, con i primi impegnati più a salvaguardare le loro rendite di posizione che a tutelare la maggior parte dei cittadini, costretti a vivere un incerto presente con prospettive sempre peggiori.

 

La terza criticità è data dalla mancanza di strategie di lungo respiro e adeguati centri decisionali fin dagli Accordi di Oslo del 1993.

Da allora le funzioni svolte dall’OLP, riconosciuta dalla Comunità Internazionale nel 1974 come “sola e unica rappresentanza del popolo palestinese”, sono state amministrate dall’ANP, creando una confusione di competenze ancora irrisolta anche dopo il riconoscimento dell’ANP come Stato non membro dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel novembre 2012.

Questa situazione ha creato problemi strutturali a livello istituzionale sin dal rientro dall’esilio di Tunisi nel 1994 del Presidente Arafat e dell’intero Stato Maggiore di FATAH ed esponenti dell’OLP.

Arafat si circondò della “vecchia guardia” che posizionò in tutti i Vertici istituzionali dall’ANP a discapito dei giovani che nei Territori Occupati avevano combattuto sul campo Israele durante la prima intifada durata dall’8 dicembre 1987 sino agli Accordi di Oslo, con un bilancio di oltre 1000 morti, decine di migliaia di feriti e oltre 20 mila arrestati.

La mancata riforma dell’OLP non consentì l’inclusione delle nuove formazioni come HAMAS e gli altri movimenti, islamici e no, e permise a FATAH di restare il partito più forte e prevalere anche in seno al Consiglio Nazionale Palestinese occupandone tutti i centri decisionali.

 

Di particolare importanza, il CNP è l’organo legislativo dell’OLP di cui elegge il Comitato Esecutivo ed è composto da 669 membri, 88 dei quali sono nel Consiglio Legislativo Palestinese, 98 rappresentano Cisgiordania e Gaza e 483 i palestinesi della diaspora.

Le aspettative di Oslo, il supporto dei Paesi donatori e la cessazione dello scontro armato – mai totale – non venne accompagnato da una crescita socio-economica paritetica della popolazione.

I campi profughi di Gaza e Cisgiordania rimasero immutati mentre venivano costruiti alberghi a cinque stelle, nuove strade, infrastrutture, negozi, locali pubblici e persino un Casinò a Gerico ma la disparità fra una leadership arricchita e la gran parte della popolazione era evidente.

Ancora più chiara era la distanza fra HAMAS e FATAH.

I leader del movimento islamico vivevano nei campi profughi e assicuravano sanità, istruzione, alimentazione, abbigliamento. Al contempo, non riconoscevano gli Accordi di Oslo e il braccio militare continuava la lotta armata contro Israele.

Anche per questi contrasti interni, l’ANP non è riuscita ad acquisire un’efficace legittimazione nel consesso internazionale in termini di tutela a fronte di palesi violazioni da parte di Israele che non ha mai cessato dal 1967 colonizzazione, esproprio di terre, creazione di buffer zone, demolizione di abitazioni.

 

Gli Accordi di Oslo prevedevano la soluzione dei punti nodali del conflitto – confini, profughi, Gerusalemme est – entro cinque anni.

Dopo 20 anni la situazione per i palestinesi è drammaticamente peggiorata.

Arafat accettò tutte le iniziative USA per rinforzare la sicurezza di Israele anche mettendo a disposizione di Tel Aviv l’intero comparto intelligence con il Protocollo di Wye Plantation nel 1998 con modifiche alla Carta dell’OLP fino all’incontro di Camp David del luglio 2000.

Le “generose offerte” di Usa e Israele al Presidente palestinese prevedevano la rinuncia a Gerusalemme Est, ai confini antecedenti alla Guerra del 1967 e al diritto dei profughi al rientro.

Arafat rifiutò e un’orchestrata campagna mediatica lo indicò come il responsabile del fallimento dei colloqui “definitivi”.

Era l’inizio di quella campagna di delegittimazione del leader accelerato da due eventi che avrebbero mutato, e in peggio, la possibile soluzione della questione palestinese.

L’inizio della 2° Intifada a settembre 2000 dopo la provocatoria passeggiata del Premier israeliano sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme che scatenò tutte le formazioni combattenti laiche e islamiche non solo contro gli israeliani ma anche contro l’ANP che non riconosceva più come efficace e corretto rappresentante.

Un anno dopo, con gli attentati di Al Qaida negli Usa l’11 settembre scattò la guerra al terrorismo e ogni remora repressiva venne accantonata.

 

Fu l’Intifada delle stragi di civili innocenti e delle feroci ritorsioni israeliane, della devastazione dei Territori Palestinesi e dell’assedio ad Arafat fino alla sua morte in un ospedale di Parigi l’11 novembre 2004.

I numerosi tentativi USA per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, divenuti un inutile esercizio diplomatico, sono falliti come fallirà anche quest’ultimo proposto e avviato a luglio 2013 sempre dagli USA.

La soluzione è in realtà già stata trovata ed è quella indicata dal Premier israeliano pro tempre nel dicembre 2003 nella Conferenza di Herzliya in cui si ritengono non più applicabili le Risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU e del Consiglio di Sicurezza ONU sul problema palestinese (A.G. 194/48, status di Gerusalemme e rientro profughi, Consiglio di Sicurezza 242/67 ritiro dai Territori occupati, C.d.S. 338/73 cessazione delle ostilità e ritiro dai Territori occupati) “perché superate dai fatti sul terreno”.

Nello stesso senso si sono espressi il Presidente USA pro tempore nell’aprile 2004 e l’attuale nel novembre 2012, in occasione dell’ennesimo veto posto in occasione dell’accettazione dell’ANP come Stato non membro in seno all’Assemblea Generale ONU.

L’inefficace posizione dell’ANP che pur essendo Stato non membro rinuncia a denunziare alla Corte Penale Internazionale Israele per le continue violazioni sulla costante colonizzazione dei Territori Occupati è un indicatore preciso della debolezza dell’attuale leadership.

 

Aldo Madia

Aldo Madia

Aldo Madia, per oltre 40 anni ha svolto attività sul terrorismo in Italia e Paesi europei e dell’opposizione armata in Medio Oriente, Asia e Africa.

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