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venerdì 20 Settembre 2019

Usa-Nato in Libia:
bandito antibandito

L’Ammiraglio William H Mc Raven, capo del Comando Usa per le Operazioni Speciali propone: nuova missione per addestrare e armare una Forza Libica di 5 -7 mila soldati. E un’unità più piccola, separata, per missioni specializzate controterrorismo. Che potrà “non avere la fedina pulita”.

E’ ormai guerra aperta in Libia.

Nel solo mese di novembre, nella capitale il confronto tra diverse milizie ha causato 43 morti e 460 feriti ed è stato sequestrato in aeroporto il vice Presidente dei Servizi di Intelligence Mustapha Noah, rilasciato dopo qualche ora. A Bengasi è stato ucciso Tousef al Atrash responsabile dell’Intelligence di Ajilat ed è scampato ad un attentato con autobomba il Governatore della città Abdullah al Sayti.

Nel resto del Paese, le rivendicazioni autonomiste dei Berberi nel Fezzan e dell’intera popolazione nella Cirenaica si sommano alle dispute etnico-tribali particolarmente cruente lungo la rete delle risorse energetiche la cui protezione è affidata a gruppi armati spesso in conflitto tra loro.

Focolai degli scontri fra le milizie sono gli oleodotti principali da Tobruk a Bengasi, Brega, Misurata fino a Tripoli e quello dalla capitale a Murzuq; i gasdotti Tripoli – Wafa e Bu Attifel – Brega; le raffinerie di Bengasi, Brega e Ras Lanuf; i terminal per l’esportazione di Brega, Ras Lanuf e Tripoli.

 

La parcellizzazione della Libia fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan è evidente sin dall’estate del 2012 quando Misurata e Bengasi si autoproclamarono autonome dal Governo centrale di Tripoli, forti delle milizie che avevano contribuito alla caduta di Gheddafi grazie ai bombardamenti Nato (17 marzo – 31 ottobre 2011) e all’armamento ricevuto dalla Coalizione dei Paesi favorevoli alla “guerra umanitaria” contro il regime libico.

Le elezioni del luglio 2012 con la vittoria dei partiti laici venne accolta dai media come un segnale di discontinuità rispetto a quelle che in Tunisia, Egitto e Marocco avevano decretato l’affermazione dei Fratelli Musulmani e a quelle che avevano attribuito significativi risultati ai partiti islamici in Algeria e Giordania.

 

Poche e inascoltate voci avevano allora segnalato e sottolineato la mancata candidatura dei nuovi “signori della guerra”, i capi delle milizie super-armate dai Paesi intervenuti “per la protezione dei civili” e dal saccheggio degli arsenali di Gheddafi.

Queste formazioni, autonome di fatto dal potere centrale, e in parte presenti all’interno del comparto sicurezza in via di formazione, erano quelle chiamate da Premier e Ministri della “nuova Libia” per dirimere i numerosi conflitti creati dalle stesse milizie fra di loro, con i cittadini e con i rappresentanti del Governo di Tripoli.

Ed erano le sole in grado di risolverle.

 

Era stato trascurato anche un secondo ma non secondario particolare: la proliferazione di gruppi di matrice qaedista soprattutto a Bengasi, dove trovavano rifugio sin dagli anni ’90 oltre 300 mila egiziani accusati di appartenenza ai Fratelli Musulmani e/o di connivenza con formazioni terroristiche cairote.

Fra queste formazioni è presente sin dall’inizio di “rivoltosi” libici del febbraio 2011 Ansar al Sharia.

Questa organizzazione rivendicò la bomba fatta trovare a giugno del 2012 davanti al Consolato Generale statunitense di Bengasi, pochi giorni dopo che un drone USA aveva ucciso in Pakistan Hassan Mohammed Qaed, più noto come Abu Yahya al Libi, capo militare dell’originario nucleo di Osama bin Laden.

Pochi mesi dopo, l’11 settembre, Ansar al Sharia rivendicò l’attacco allo stesso Consolato che causò la morte dell’Ambasciatore Christ Stevens e di tre suoi collaboratori.

 

Nell’ottobre 2013 a Tripoli il Premier libico Alì Zeitan è stato sequestrato all’interno dell’Albergo Corinthia da un corposo commando di miliziani che lo hanno sequestrato e liberato dopo diverse ore.

L’episodio avviene a distanza di pochi giorni da quando a Bengasi Unità Speciali Usa hanno arrestato Nizal Ruqai, più noto come Abu Anas al Liby, sospettato per gli attentati del 7 agosto 1998 a Nairobi a Dar es Salaam contro le Ambasciate statunitensi che causarono 223 morti e oltre 4 mila feriti e vennero rivendicati da Al Qaida.

Abu Anas al Liby, che viveva a Benghasi da oltre due anni, è stato portato con un volo speciale negli Usa dove sarà processato.

Il suo arresto scatenò grandi manifestazioni di protesta contro il Governo ritenuto complice degli Stati Uniti nell’arresto e nel trasferimento di Abu Anas e Ansar al Sharia promise vendetta.

 

E’ molto probabile che gli eventi del 26 si inseriscano in questo quadro di alta instabilità che attraversa il Paese.

Instabilità in merito alla quale pochi giorni addietro l’Ammiraglio William H. Mc Raven, capo del Comando Usa per le Operazioni Speciali ha annunciato la preparazione di una nuova missione per addestrare e armare una Forza Libica di 5 – 7 mila soldati e un’ “Unità più piccola, separata, per missioni specializzate di controterrorismo”.

Il personale sarà scelto da specialisti del Ministero della Difesa Usa e della Nato, sarà formato fuori dal Paese e “può non avere la fedina pulita”.

 

Droni, operazioni mirate, “guerre umanitarie” non appaiono sufficienti a ricostruire un Paese se manca la capacità di “vincere anche la pace”, di ricostruire, di osare il coraggio di “Madiba” Nelson Mandela per superare l’orrore dell’apartheid con il Tribunale della riconciliazione.

L’instabilità somiglia sempre di più a quanto avviene in Afghanistan, Iraq, Mali e in altri Paesi che in passato sono stati oggetto di “guerre umanitarie”, come la Yugoslavia.

 

 

 

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