domenica 18 Agosto 2019

La strana politica Usa nel mondo islamico

La più potente democrazia occidentale nel mondo islamico predilige come amici emiri e sultani di regimi assolutisti con ordinamenti medioevali mentre contrasta più o meno sistematicamente quei regimi che in senso lato e certo imperfetto si potrebbero definire laici. Strabismo politico o altro?

Quando si esamina la politica USA nei confronti del mondo islamico è facile osservare un dato rimasto costante negli ultimi decenni, e confermato anche dal caso siriano. Mi riferisco alla preferenza – nei fatti e nella pratica – per emiri, sultani e via dicendo, e alla repulsione per regimi che in senso molto lato e imperfetto potremmo definire “laici”. Chi scrive fatica molto a comprendere le ragioni che sottendono una simile politica. Soprattutto da quando è entrato in auge lo slogan “esportare la democrazia” con le annesse guerre democratiche (o umanitarie che dir si voglia).

Si è notato a più riprese che una strategia di questo tipo ha avuto l’esito concreto di favorire la diffusione del fondamentalismo e dell’islamismo più radicale, e questo, almeno in teoria, agli americani non dovrebbe piacere. Il problema però è diventato evidente solo dopo l’11 settembre, quando gli Stati Uniti hanno sperimentato nel corpo vivo del proprio territorio gli effetti del terrorismo di marca islamica. Eppure i sintomi c’erano tutti ben prima, e appare quanto meno strano che gli apparati di sicurezza USA non li avessero percepiti. Oppure che li avessero gravemente sottovalutati (il che, all’atto pratico, è del tutto equivalente).

Per esempio, è strano notare che i commenti contrari all’eventuale intervento occidentale in Siria sono più frequenti sulla stampa di destra rispetto a quella di sinistra. Strano perché sarebbe (credo) lecito attendersi il contrario, essendo il pacifismo più consono ai progressisti che ai conservatori. Forse il mistero si può spiegare in base a ragioni umanitarie. Le immagini dei bambini avvelenati dai gas hanno colpito duro, e molti – facendo violenza alle proprie convinzioni – devono aver pensato che vanno bene pure Tomahawk e droni pur di fermare la strage. Ma è ormai chiaro che il caso siriano è un giallo internazionale con molte sfaccettature.

Difficile capire chi sia l’assassino, e solo gli ingenui possono sostenere che ne esista solo uno. Eppure il caos libico è lì a rammentarci la pericolosità degli interventi armati quando non si ha un quadro chiaro delle forze in gioco. In Libia due ex potenze coloniali, Francia e Regno Unito, partirono in quarta per abbattere il tiranno, ovviamente con l’appoggio militare e logistico degli Stati Uniti. Allora furono i tedeschi a osteggiare apertamente l’operazione defilandosi subito.

La storia, anche quella recentissima, non insegna mai alcunché. L’eliminazione di un dittatore può portare dalla tirannide al caos come avvenne con la caduta di Gheddafi. Si trascurò del tutto di valutare chi fossero realmente i ribelli, tanto che in alcune capitali occidentali si pensava addirittura di aver a che fare con sinceri democratici (e magari pure liberali).

In Siria la situazione è tutto sommato più chiara. E’ noto infatti che i fondamentalisti islamici hanno preso il sopravvento nelle forze Anti-Assad e che Al Qaida è presente in forze, sul terreno e a livello propagandistico. I dubbi sull’opportunità dell’intervento sono più che legittimi, e la situazione dev’essere davvero grave se perfino Magdi Cristiano Allam ha scritto: “Per fortuna che c’è la Russia di Putin che, a differenza dei governanti liquidatori dell’Occidente, ha chiaro in testa che la priorità deve essere la sconfitta del terrorismo islamico ovunque nel mondo, così come ha una ferma concezione sulla stabilità e la sicurezza della Siria e del Medio Oriente”.

saudi-usa sito

Non sono necessari commenti se appena si conoscono le idee di Allam. E ai tempi delle grandi illusioni sulle primavere arabe un altro conservatore, Franco Cardini, osservava che le rivolte erano invariabilmente indirizzate “contro Paesi musulmani retti da regimi che, se non democratici, sono (o erano) comunque grosso modo quel che noi – impropriamente – definiamo ‘laici’. Nemmeno uno dei ricchi e feroci tirannelli degli emirati, quelli che petrolio e turismo ha ormai resi arciopulenti e che sono interlocutori preziosi di banche e lobbies occidentali è stato rovesciato”. Non si deve infine trascurare il ruolo della disinformazione, roba da servizi segreti di cui però i fondamentalisti sono diventati maestri. Con l’Occidente che abbocca sempre all’amo.

Cardini ha purtroppo scordato di citare l’Arabia Saudita, il vero Paese-chiave di tutto quanto sta accadendo in Nord Africa e Medio Oriente. Alleati indispensabili dell’Occidente per tanti motivi, non ultime le immense risorse energetiche, i sauditi e i loro più piccoli satelliti come Qatar e Emirati manovrano ovunque per destabilizzare i Paesi a loro ostili, e con grande successo.

Il caso siriano è ancora una volta emblematico. Anche la Siria ha – o aveva – un ruolo importante nella regione. Tuttavia, rammenta Cardini, “dopo l’effimera unione con l’Egitto nella Repubblica Araba Unita, fra 1958 e 1961 – dal ’63 lo stato siriano è dominato dal regime monopartitico del Baath (‘rinascita’), a tendenza nazionalista e socialista originariamente nasseriana”. Lo stesso partito, detto per inciso, al potere per decenni in Irak, e al quale apparteneva anche Saddam Hussein.

Interessante notare la disomogeneità religiosa dei tre fondatori: un alawita, un cristiano ortodosso e un musulmano sunnita. Ideale del partito era un panarabismo ben diverso da quello ora in auge, in quanto fondato sul laicismo e sulla rinascita araba intesa in termini non confessionali. Naturalmente gli interlocutori privilegiati furono per lungo tempo i sovietici i quali, tuttavia, si accorsero ben presto che il termine “socialismo” aveva per il Baath un significato assai diverso da quello marxista. In ogni caso la convergenza ci fu, e si fondava su ragioni di convenienza reciproca. La Siria è ormai l’unica nazione araba importante in cui tale partito è ancora al potere grazie alla dinastia degli Assad. Nota ancora Cardini che “gli osservatori internazionali sono finora stati concordi nel sottolineare alcuni caratteri non negativi del governo di Bashar Assad, che personalmente non ha certo ereditato la spietatezza paterna. Lo stato sociale siriano si è distinto per un buon funzionamento, le istituzioni e le strutture pubbliche reggono bene, il sistema di welfare è – o era, aggiungo io – nettamente migliore di quanto non sia nella maggior parte dei Paesi vicino-orientali”.

Qual è, allora il punto? Esattamente questo: ci troviamo di fronte a una situazione che rammenta da vicino il caso libico e quello egiziano, soprattutto il primo. E’ in atto una guerra civile, con la presenza di mercenari, in cui non si capisce bene chi siano coloro che cercano di rovesciare Assad. O, meglio, si sa qualcosa, poiché è accertata la presenza di forze legate ad al-Qaida e di gruppi fondamentalisti. Questo perché, scrive ancora Cardini, “gli alawiti, nella cui dottrina musulmana sono presenti anche elementi d’origine cristiana e mazdaica, hanno sempre avuto tutto l’interesse a mantenere in Siria un clima costituzionale che noi definiremmo laico in quanto temono l’egemonia sunnita: ciò li ha portati tradizionalmente a fraternizzare con i cristiani che in Siria sono distinti in varie Chiese”.

Il patriarca melkita, per esempio, pur smentendo che i cristiani siano favorevoli al regime di Assad, ha pure rimarcato come “fino ad oggi la costituzione e il governo di Damasco abbiano garantito libertà e tutela alle Chiese cristiane”.
Situazione insomma assai complicata, in cui la distinzione tra “buoni “ e “cattivi” non è chiara come nei film western. E’ già accaduto in Egitto, Libia e Tunisia. Il rovesciamento dei dittatori “laici” non ha portato i benefici sperati, e ora persino l’attuale amministrazione USA sembra averlo capito. Conviene all’Occidente proseguire lungo questa strada? E si può finalmente dire che l’eliminazione di Saddam Hussein ha portato a risultati disastrosi, aumentando in modo esponenziale l’instabilità dell’intera regione? Spero che simili affermazioni non suscitino più lo sdegno dei benpensanti com’è avvenuto per lungo tempo.

Non credo che la strana strategia USA sia dovuta alla crisi politica interna che gli Stati Uniti stanno attraversando, poiché essa data a tempi ben più lontani. Né si può fare una distinzione tra amministrazioni democratiche e repubblicane, dal momento che la politica estera americana nel settore è rimasta sostanzialmente immutata con l’alternarsi dei vari presidenti.

Qualcuno forse rammenterà che nel 1988, durante la guerra sovietica in Afghanistan, Sylvester Stallone girò Rambo III. Il supereroe hollywoodiano interveniva per liberare il colonnello Trautman – suo mentore – imprigionato dai russi. Il film mostrava eroici mujaheddin afghani entusiasti dell’aiuto americano e grati per le generose forniture di armi che ricevevano. Eppure proprio in quel contesto stava nascendo al-Qaida, e i missili portatili Stinger vennero in seguito usati in abbondanza per colpire aerei ed elicotteri dei loro fornitori. Chissà se a Washington qualcuno ha riflettuto su tale nemesi: il caso della Siria sembra indicare il contrario.

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