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mercoledì 16 Ottobre 2019

Il Sinai dei beduini
il deserto e la jihad

La penisola che va dal canale di Suez alla striscia di Gaza. 240 km di frontiera con Israele. L’Egitto deluso ed affamato delle tribù beduine. Masse di giovani privati del presente e senza futuro reclutabili per ogni tipo di contrabbando -merci, armi, esseri umani- e sensibili al fondamentalismo

 

l 20 novembre ad Al Arish, nel Sinai egiziano, un gruppo di oppositori al colpo di Stato del 3 luglio ha attaccato con un’autobomba un convoglio di militari uccidendone 11 e ferendone 37. L’attentato è stato probabilmente opera del Battaglione Ansar al Bayt Maqdis, coinvolto nell’assassinio di un alto ufficiale del Cairo tre giorni prima e nel fallito tentativo di uccidere a Il Cairo il Ministro dell’Interno.

Lo stesso giorno nella capitale egiziana i componenti della Federazione sindacale di lavoratori e agricoltori ETUF hanno abbandonato i lavori dell’Assemblea Costituente che sta preparando la bozza della riforma costituzionale da sottoporre a referendum nel gennaio 2014.

La protesta è diretta contro il Governo di Hazem Beblawi accusato di non avere inserito alcuna norma per la tutela dei diritti dei lavoratori, ed è stata seguita da scontri in piazza Tahrir fra sostenitori del Capo delle Forze Armate e Ministro della Difesa Abdel al Fattah al Sisi e l’opposizione laica.

 

Anche nel 2012 in Egitto le manifestazioni contro l’incapace gestione della situazione socio-economica da parte dei Fratelli Musulmani si erano diffuse a macchia d’olio e avevano raggiunto il Sinai dove gruppi di beduini e salafiti avevano assaltato nel luglio 2012 il Campo di Sheikh Zuwayed, sede della missione di peace-keeping ONU sin dagli accordi di Camp David, ferendo 3 osservatori.

La penisola, che si estende dal canale di Suez alla striscia di Gaza e divide 240 km di frontiera con Israele, è da allora oggetto di una pesante campagna militare egiziana intensificata dopo che una rete qaedista attaccò ad agosto del 2012 un posto di frontiera con Israele uccidendone i sedici soldati egiziani e impadronendosi di due carri armati nel tentativo di penetrare il confine israeliano, dove il gruppo venne annientato.

 

Il Sinai presenta, inalterate, le medesime condizioni socio-economiche nelle quali si trovava durante la Presidenza Mubarak: rendite provenienti dal Canale di Suez e dal relativo indotto di supporto, alto indice di disoccupazione giovanile, sensibile percentuale di persone al di sotto della soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno.

La rivolta del gennaio 2011 e la successiva caduta di Mubarak, seguite dalla vittoria dei Fratelli Musulmani che si sono aggiudicati tutte le leve decisionali del Paese, non hanno comportato alcuna discontinuità con il precedente regime del quale hanno adottato lo stesso approccio neo-liberista.

 

beduini tende sito

 

Addirittura, i diversi Partiti presentarono quasi identici programmi economici le cui priorità sono: risanamento del debito statale, salito a 25 miliardi di dollari; abbattimento del debito estero di 34 miliardi; ripianamento delle riserve di valuta estera scese da 36 miliardi del 2011 a 15 miliardi nel 2012. Tutto a mezzo di privatizzazioni, tagli nel settore pubblico, apertura alla penetrazione estera, basso costo del lavoro.

Oltre all’assistenza militare Usa per 1 miliardo e mezzo di dollari, sospesa solo da novembre in attesa di chiarimenti dai militari, Il Cairo come Tunisi e Tripoli ha siglato con gli USA un accordo di 2 miliardi per promuovere investimenti privati nel Paese.

Il golpe del 3 luglio ha peggiorato la situazione nella penisola.

 

La popolazione beduina del Sinai è formata da una decina di tribù principali: Aleigat, Awlad, Awarma, Ayayda, Gebeleya, Haweitat, Laeilwat, Muszeina, Quararcha, Sawarka, Tarabin, Tiyana.

Ha attivamente partecipato alla rivolta del 2011 ma continua a essere trascurata dal Governo che dirotta ai siti turistici le residue risorse economiche a discapito del Sinai sempre più depresso.

Masse di giovani privati del presente e senza futuro sono facilmente reclutabili per ogni tipo di contrabbando -merci, armi, esseri umani- e sensibili al richiamo del fondamentalismo religioso fino al jihadismo.

 

Infatti, fra il 2011 e il 2013, vi è stato un crescente numero di militanti di matrice qaedista, quantificabile in 2 – 3 mila persone operative all’interno di diverse reti alimentate anche da militanti combattenti palestinesi: Ansar al Islam, Ansar al Jihad, Al Salafiya al Jihadiya in the Sinai, Takfir wil-Hijira, Battaglione Ansar al Bayt Maqdis con obiettivi non sempre coincidenti.

La maggioranza dei militanti del Sinai proviene dalla criminalità comune e ha solo un recente accostamento al radicalismo jihadista con attività che vanno dall’assalto a caserme agli attentati contro siti politico-religiosi, dal danneggiamento di pipeline al contrabbando e ai sequestri di persona per autofinanziamento.

La posizione assunta dall’attuale leadership formata da militari ed esponenti del regime di Mubarak ha deluso le aspettative degli oppositori che proseguono la lotta armata con le richieste di lavoro, libertà, istruzione, sanità adottate sin dall’inizio della rivolta del gennaio 2011 e rimaste inevase.

 

Beduini sito

 

Manifestazioni e attentati sono proseguiti nel Sinai anche dopo la vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani con attacchi a infrastrutture energetiche come il più importante gasdotto che attraversa Egitto, Giordania e Israele, ad Al Arish, nel febbraio 2012, sequestri di persone tra cui nel luglio 2012 quello di due cittadini americani.

Ripetuti assalti contro siti militari e Forze di sicurezza sono in crescita anche dopo il 3 luglio nonostante le ingenti Forze impiegate sul campo con l’interessato placet di Israele.

 

La potenzialità delle reti terroristiche, di matrice islamica e/o criminale, assume i caratteri di una minaccia destabilizzante sia per l’Egitto che per Israele, Paesi già colpiti da un sensibile decremento del turismo per gli attentati subiti, rispettivamente, a Sharm el Sheikh e ad Eilat e del settore energetico per i frequenti danneggiamenti delle condutture di trasporto.

Ancora più preoccupante è l’osmosi di militanti jihadisti tra il Sinai e Gaza, la cui popolazione, circondata da cielo, mare e terra sin dalla vittoria elettorale del movimento islamico Hamas nel gennaio 2006, trova nel contrabbando di alimenti, armi, danaro e persone la possibilità di sopravvivenza attraverso la rete di oltre 2000 tunnel scavati lungo i 16 km della Philadelphy road, a Rafah, al confine Egitto – Israele.

 

Il passaggio dei jihadisti tra Gaza e Sinai preoccupa non poco anche l’Autorità nazionale Palestinese.

Il Presidente Mahmoud Abbas in una intervista rilasciata alla TV egiziana CBC il 12 novembre ha accusato Hamas di coinvolgimento del movimento islamico nelle operazioni terroristiche eseguite in Sinai contro il nuovo Governo e ha auspicato il prosieguo della campagna militare che ha consentito la distruzione di 800 tunnel portando a 1.500 il numero di quelli demoliti dal 2011 e la chiusura quasi permanente del valico di Rafah.

La saldatura tra reti salafite del Sinai e omologhe realtà presenti nella Striscia emergerebbe dal fatto che fra i circa 100 jihadisti uccisi dalla Sicurezza egiziana ve ne sarebbero decine provenienti da Gaza.

 

La collaborazione sulle attività di contrabbando risale alla spaccatura, nel giugno 2007, fra Hamas e Fatah, con conseguente divisione di fatto tra un “Governo” islamico nella Striscia e quello dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e si è andata consolidando nel tempo.

La reazione repressiva di Hamas che ha imprigionato centinaia di militanti gazawi accostatisi al salafismo nel Sinai con il fine di costituire un califfato a Gaza non è stata efficace e ha aggravato l’isolamento del movimento islamico già abbandonato da Turchia e Qatar ed emarginati di fatto dall’ANP che collabora con Israele nella repressione a Gaza e Cisgiordania in danno dei militanti di Hamas.

 

La radicalizzazione del Sinai sembra destinata a durare non solo per la connotazione orografica dell’area, desertica e con montagne alte oltre 2 mila metri, e per la tentacolare rete dei rapporti con altre formazioni jihadiste ma anche per gli accordi di Campo David.

Accordi che prevedono una modesta presenza di Forze Armate egiziane soprattutto lungo la linea confinaria e che richiedono il preventivo accordo di Tel Aviv, non sempre concesso.

Il pericolo è la trasformazione dell’intera penisola in una “zona grigia”, un’area a scarso controllo statuale e, quindi, una sorta di “safe haven” per insediamenti terroristici.

 

 

 

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