• 19 Febbraio 2020

Turchia pace coi curdi
ma sarà guerra al web

Diyarbakir, la città simbolo -la “capitale”- del sudest a maggioranza curda della Turchia. In quella città, e non poteva essere altrove, sabato e domenica il primo ministro Erdogan ha accolto il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani. Un passo decisivo verso la pacificazione nazionale e verso l’obiettivo strategico degli “zero problemi” portato avanti del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu.

 

Era dal 2005 che ci si aspettava qualche nuovo passo in avanti sulla questione curda. Allora Erdogan aveva proposto, sempre a Djarbakir, di negoziare una via d’uscita dalla guerra civile coi ribelli del PKK di Ocalan, ponendo fine alle politiche di assimilazione nei confronti della minoranza curda di ben 15-20 milioni di cittadini turchi e di riconoscere a tutte le minoranze pieni diritti e piena dignità. Poi, sviluppo economico.

 

La visita di Erdogan e Barzani a Diyarbakir va però oltre le apparenze ufficiali ed ha numerosi obiettivi nascosti. In Turchia a marzo elezioni municipali. Un rilancio del processo di pacificazione -niente morti negli ultimi undici mesi- oltre ad un aumento significativo degli investimenti infrastrutturali e produttivi nell’area, porta certamente consenso. E Barzani è stato presentato come alter ego di Ocalan, il leader del PKK in carcere.

 

Consolidata dunque l’intesa tra Ankara ed Erbil contro i curdi dell’Unione Democratica del Kurdistan filo-PKK, che in Siria stanno costituendo una regione autonoma. Infine viene confermato l’uso del territorio turco per commercializzare in Europa il petrolio e il gas naturale del Kurdistan iracheno, oleodotti nella cui realizzazione gli imprenditori turchi già sono massicciamente presenti. Sullo sfondo la possibilità di un’amnistia per il PKK.

 

curdi bazar sito

 

Minor apertura in politica interna da parte dei militanti dell’Ak Party, “partito per la giustizia e lo sviluppo” di Erdogan. I media turchi hanno riferito che nel mese di settembre l’AKP ha formato una squadra di 6mila per operare sui social media e contrastare i critici e gli oppositori. Parliamo di oltre 30 milioni di utenti di Facebook e quasi 10 milioni di Twitter connessi in Turchia tutti i giorni. Questa rivelazione non è stata confutata dal AKP .

 

Ma chi sono gli oppositori web di Erdogan? L’agenzia di stampa semiufficiale Anatolia ha pubblicato un pezzo su “i gruppi che stabiliscono l’ordine del giorno sui social media turchi”. Chi fa opinione. Secondo Anatolica, i gruppi sono quattro: “Sosyal Akincilar” (Raiders sociali), “Birlik” (l’Unità) , ” TT aksiyon ” (TT azione). Motto, “contrastare la disinformazione relativa a Gezi Park”, “essere la voce dei senza voce”.

 

E sono state proprio quelle proteste di Gezi Park a spingere l’AK Parti ad adottare un programma più aggressivo sui social media. Celal Karaman, membro di spicco della commissione delle organizzazioni giovanili dell’AK , ha spiegato ai militanti come spingere hashtags dei temi di tendenza su Twitter. “Se il partito vuole un certo tweet per essere popolare, tutti i membri devono retweet nella determinato lasso di tempo”.

 

 

Del resto Erdogan stesso il 30 ottobre aveva detto, “Cose belle hanno cominciato ad accadere su Twitter riferendosi al crescente numero di tweets filogovernativi. Propaganda da un lato -cosa legittima- ma aggressione e minacce dall’altro. E ciò non è lecito. Solo militanti Ak Parti fuori controllo per tanti, troppi tweets di minaccia? O una organizzazione ben oliata in preparazione alle delicate elezioni del 2014? Gezi Park non insegna soltanto ai buoni.

 

 

Ennio Remondino

Ennio Remondino

giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra

Read Previous

Maledetta Cleopatra

Read Next

Ieri Sardegna,
ma è l’Italia
che si sgretola