Privacy Policy Barhein: i buoni imbarazzanti sono cattivi utili -
mercoledì 22 Gennaio 2020

Barhein: i buoni
imbarazzanti
sono cattivi utili

Per molti il Bahrein esiste da quando ospita il Gran Premio di F1 e Manama ne è la capitale per il circuito Sakhir. A Manama il 14 novembre i fedeli sciiti sono stati bastonati e arrestati dalla Forze di sicurezza di mercenari sunniti pagati dal regime. Il Sultanato medioevale amico dell’occidente

Questioni di fede. Il mese sacro di “Muharram”, primo del calendario lunare, l’inizio del nuovo anno islamico, il 1434 dall’emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina. I primi 10 giorni sono dedicati alla celebrazione dell’ Ashura, il ricordo del martirio di Hussein bin Alì, figlio del Profeta Maometto.

Commemorazione molto sentita in tutto l’islam ma in particolare tra gli sciiti.

Hussein bin Alì fu ucciso e poi decapitato nella battaglia affrontata insieme a soli 72 seguaci contro il Califfo omayyde Yazid a Karbala nell’attuale Iraq vicina a Baghdad nel 680 degli anni contati dalla nascita di Cristo.

Centinaia di migliaia di fedeli si dirigono verso i luoghi sacri eseguendo il rito della flagellazione per espiare la colpa di aver lasciato da solo nel combattimento Hussein. Nel calendario gregoriano quest’anno l’ Ashura è caduta il 14 novembre.

 

Questioni di potere. La repressione degli sciiti -chiamati per dileggio i “Baharina”- maggioranza del 60% nel Paese è diventata la regola nel piccolo Sultanato dispotico che resiste alla storia e alla logica. Repressione  particolarmente dura contro la “Coalizione del 14 febbraio 2011”, la sollevazione popolare disarmata in Piazza della Perla contro il re Hamad bin Isa al Khalifa: chiedevano pari dignità con la minoranza sunnita al potere, rispetto dei luoghi sacri, cessazione degli arresti arbitrari e liberazione dei detenuti, cambiamenti in senso democratico.

In Bahrein il Sultanato, divenuto Monarchia costituzionale nel 2002 -grande alleato occidentale nell’aera- è un accanito avversario di Iran ed Hezb’Allah per l’appoggio alla Siria guidata dall’alawita Bashar al Assad. Formalmente per questioni di fede tra obbedienza musulmana sunnita o sciita. Si torna a Hussein bin Alì, figlio del Profeta Maometto.

 

Questioni di democrazia. Il “Wefaq”, maggior Partito di opposizione del Regno, e le organizzazioni “Bahrein Center for Human Rights” (BCHR) e “Bahrein Youth Society for Human Rights” (BYSHR)  accusano il Re di alimentare il settarismo perché descrive le manifestazioni come “un progetto di Teheran volto a espandere lo sciismo iraniano nella Regione”. Nella denuncia si elencano le 25 moschee e le 18 sale di preghiera demolite dal 2011, e l’intervento armato dell’Arabia saudita dalla quale vennero inviati mille militari e mezzi blindati, rimasti sino all’estate 2011 con il supporto attivo degli Emirati Arabi Uniti (EAU), il consenso del “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (CCG) di cui oltre ad Arabia Saudita, Bahrein ed EAU fanno parte Kuwait, Oman e Qatar) e la silenziosa acquiescenza della Comunità Internazionale.

Ne è seguita una sanguinosa repressione con picchi nell’aprile 2012 e nel luglio 2013 e un bilancio di oltre 100 morti -secondo i dati forniti dall’opposizione- e migliaia di arresti conclusi con condanne pesantissime sulla base di “confessioni” degli imputati in processi di dubbia legalità in merito ai quali il Sovrano non ha mai consentito all’inviato ONU per i reati di tortura, Juan Mendez, l’ingresso nel Paese.

 

Questioni strategiche. Perché questo silenzio? A Juffair, porto del Bahrein, a 5 km di Piazza della Perla, staziona la V Flotta degli USA con 4.800 uomini della base, mille300 contractor oltre a militari di diversi Paesi dall’Australia all’Italia (la missione del personale è stata prorogata dall’ 1 ottobre al 31 dicembre 2013), i 25 Paesi inclusi nelle Combined Maritime Forces a guida USA.

La posizione geo-strategica del Bahrein, proprio di fronte all’Iran, è ideale: navi da guerra e portaerei si muovono agevolmente tra Umm Qasr (Iraq) e lo Stretto di Hormuz (tra Iran e Oman), nell’Oceano indiano e nel Mar Rosso da dove transita il 25% del petrolio diretto in Occidente e si controlla l’area che va dalle coste somale  all’Afghanistan.

Da Juffair sono partite le portaerei che hanno svolto un ruolo decisivo nell’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003 e quelle inviate davanti alle coste libiche nel marzo 2011.

Migliaia di uomini garantiscono il transito delle petroliere da Hormuz e le missioni di antiterrorismo, antipirateria e cooperazione nel Golfo in 2 milioni e mezzo di miglia quadrate.

Juffair è anche il punto centrale del progetto di “scudo antimissile” statunitense che ha installato i missili difensivi “Patriot.Pac-3” in Qatar, Dubai, Kuwait e Bahrein, nel programma con l’Arabia saudita per lo sviluppo di sistemi di difesa anti-Iran degli impianti petroliferi.

 

Questione di interessi.  Il Comando Centrale delle Forze USA (Uscent.Com) ha le sue basi, in Kuwait a Camp Doha, Camp Arifjan oltre a quella aerea di Alì al Salem; in Qatar la base aerea di al-Udeid e il Comando Centrale( Cent.Com) che gestisce le operazioni in Iraq e Afghanistan.

Gli Stati Uniti hanno investito 213 milioni di dollari per ampliare le basi in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti con un considerevole ritorno da parte dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo” (di cui oltre ad Arabia Saudita, Bahrein ed EAU fanno parte Kuwait, Oman e Qatar) che stanno acquistando armi dagli Usa per decine di miliardi di dollari, 60 dei quali dalla sola Arabia Saudita.

 

 

 

 

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