mercoledì 19 giugno 2019

Marx e Confucio

I comunicati del Comitato centrale comunista cinese vanno interpretati. Spunta un Deng Xiaoping di 35 anni fa. Passo passo, con gradualità verso cosa? Gestire meglio il rapporto fra Stato e mercato. Più mercato ma sempre tanto Stato alla Deng, colui che mandò i carri armati su piazza Tian An Men

Il Terzo Plenum del Comitato centrale era considerato dagli osservatori occidentali una riunione ad alto rischio, non essendo del tutto chiari gli equilibri di potere a Pechino. Tuttavia la Cina è un’inesauribile fonte di sorprese per tanti motivi, non ultimo il rifiuto del PCC di pubblicizzare le notizie che lo riguardano.

 

Gli scenari previsti erano parecchi. Si pensava a una possibile battaglia interna condotta dalla cosiddetta “ala sinistra” che fa riferimento a Bo Xilai, ora imprigionato per motivi di corruzione dopo un processo che ha destato parecchi sospetti. Altri ipotizzavano la volontà dell’esercito – che conserva dimensioni enormi e si è negli ultimi tempi molto modernizzato – di assumere un peso maggiore negli organismi dirigenti del partito. E l’ormai celebre “Documento numero 9”, la circolare destinata ad allertare i quadri e l’opinione pubblica circa i sette “pericoli” che provengono dall’Occidente, induceva a credere che fosse in atto un ritorno (per quanto mitigato) alle origini con il marxismo di stampo maoista di nuovo in auge.

 

Da quanto si è capito, nulla di tutto questo è avvenuto. Sottolineo però il “da quanto se ne sa”, poiché le notizie che filtrano dalla Repubblica Popolare sono sempre accuratamente filtrate e addomesticate, essendo il controllo del PCC su stampa e mass media assoluto. Sembra dunque che il Plenum, contrariamente a parecchie attese, abbia promosso una svolta che accentua i caratteri capitalistici – per quanto anomali – dell’economia cinese. Si insiste insomma sulla competitività e sul miglioramento della qualità a scapito delle originarie idee marxiste.

 

Non si tratta di novità così eclatanti per chi segue con una certa attenzione le vicende del colosso asiatico. Esattamente un anno fa, nell’ottobre 2012, e proprio quando Bo Xilai – che pure era già stato giubilato – godeva ancora di un certo seguito tra i quadri, uscì un importante articolo sul “Wall Street Journal”. L’autore era un economista cinese di spicco come Zhang Weiying il quale scriveva della necessità di abbandonare le politiche keynesiane a favore del liberismo della celebre Scuola Austriaca di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Un appello, impensabile sino a pochi anni orsono, a lasciare che il mercato si regoli da solo rescindendo i suoi legami con la politica (che, in Cina, coincide con il partito comunista). Si noti che Zhang Weiying non è un fuoriscito: insegna tuttora in un ateneo di Pechino.

 

Hanno dunque prevalso idee di questo tipo nell’ultimo Plenum? Forse sì, ma solo fino a un certo punto. Il liberismo di matrice austriaca è del tutto incompatibile con qualsiasi idea di controllo o regolamentazione statale, e men che meno partitica. E i dirigenti cinesi, d’altro canto, non sembrano affatto disposti a lasciare che il mercato si autogestisca da solo (ammesso che ciò sia realmente possibile, poiché tanti ne dubitano).

 

Al contrario, il presidente Xi Jinping pare intenzionato a creare un National Security Council sul modello USA, un organismo che darebbe origine a una concentrazione di potere ancor maggiore di quella esistente. Senza contare che il paragone con gli Stati Uniti non regge. I presidenti americani dispongono sì di un NSC, ma senato e congresso sono contrappesi tanto forti da limitarne in buona misura i poteri.

 

La “stranezza” del modello cinese è quindi presente più che mai. Sul “Corriere della Sera” del 14 novembre Luca Giustiniano ha fornito un’interessante interpretazione degli ultimi avvenimenti affermando che i dirigenti cinesi vorrebbero dar vita a un’idea di merito – e a un mercato – in stile “confuciano”. E neppure questa è una novità, dal momento che Confucio viene oggi proposto nella Repubblica Popolare come un modello da seguire a causa del concetto di ordine armonioso che domina il suo pensiero. Giustiniano scrive che l’apertura al mercato va quindi intesa come possibilità dell’impresa privata di entrare nel sistema economico in base al “merito”. Fermo restando che controllo e autorità del partito sono e restano indiscutibili.

 

Chi scrive preferisce sospendere il giudizio in attesa di vedere se il modello confuciano-comunista funzionerà davvero. E se si troverà il modo di sradicare la corruzione endemica che si annida tra i quadri del partito, inclusi quelli massimi. E’ di oggi la notizia che la figlia dell’ex premier Wen Jiabao è coinvolta in un grosso scandalo, mentre sono sempre più frequenti i viaggi di rampolli dei “principi rossi” che fanno acquisti a man bassa nei grandi negozi di lusso delle capitali occidentali (si pensi al caso recente della ragazza cinese che ha speso una fortuna in Via Montenapoleone a Milano).

 

Il cittadino medio della Repubblica Popolare queste cose non può neppure sognarle. Si dirà che lo stesso accade in Occidente, ed è vero. Ma almeno qui il sistema non ha la pretesa di definirsi “comunista”.

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