domenica 24 marzo 2019

Nassiriya, a 10 anni
dalla guerra bidone

Dieci anni dalla strage di Nassiriya che provocò la morte di 19 italiani. Era la guerra contro l’Iraq iniziata il giorno di San Giuseppe del 2003 da Stati Uniti e Gran Bretagna. Tutti a caccia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che non esistevano. Ora Al Qaeda in Iraq risorge.

L’Iraq dell’inganno, l’Iraq dei morti anche italiani, l’Iraq frantumato, l’Iraq terra di coltura di proselitismo e addestramento per nuove cellule di al-Quaeda. Secondo i dati dell’Onu, dall’inizio del 2013 gli attentati terroristici hanno provocato la morte di 5.500 persone (nel solo ottobre 1.100 persone di cui 900 civili) e più di 25 mila feriti utilizzando 500 autobombe e oltre 100 kamikaze. A questo terrorismo di matrice qaedista che privilegia attentati spettacolari e uccisioni di massa, si aggiunge quello di una feroce guerra civile su base etnico-religiosa i cui obiettivi sono per la maggioranza sciiti ma anche sunniti, curdi, operatori del comparto sicurezza, civili.

 

Dalle elezioni politiche del 2010, Baghdad attraversa una grave fase di instabilità con un Governo incapace di adottare efficaci misure. Con le poche leggi promulgate dal 2010 e raramente applicate, il Governo di Nuri Kamal Al Maliki non riesce a garantire neppure la continuità della fornitura di servizi essenziali come elettricità, benzina, acqua -paradosso per il “Paese dei due fiumi”, il Tigri e l’Eufrate- mentre la contrapposizione tra sciiti e sunniti e quella fra Governo centrale e comunità curda del Nord di Erbil e Sulimaniya, formano l’humus ideale per la crescita esponenziale di formazioni jihadiste.

 

Il picco della violenza dopo l’aprile 2013 quando nel Kurdistan iracheno, a Kirkuk, le Forze governative hanno represso -anche con l’aviazione- manifestanti curdi e sunniti che protestavano contro le discriminazione cui erano sottoposti dalla caduta di Saddam Hussein. L’episodio in cui vi furono più di 60 morti e altrettanti feriti, dette il via ad una campagna di attentati in tutto il Paese nonostante l’invio sulle montagne di Himreendi tre divisioni dell’Esercito con 30 mila uomini tuttora impegnati sul campo.

 

Il governo iracheno deve fronteggiare sia la pesantissima eredità lasciata da una guerra che ne ha distrutto e saccheggiato gran parte del territorio, sia la crisi delle risorse energetiche favorita una corruzione dilagante. Un quadro regionale di gravissima tensione con due questioni esplodenti: la crescente autonomia curda; la ricostruzione di al Qaeda. La guerra civile nella confinante Siria grava pesantemente su Baghdad che ha subito l’ingresso di 160 mila profughi, nonostante la chiusura delle sue frontiere sin dall’agosto 2012. Da quelle frontiere premono anche formazioni terroristiche provenienti da Cecenia, Afghanistan, Libia, Paesi del Sahel ora attive a Damasco e in rapporto con organizzazioni gemelle che stanno riprendendo forza in Iraq subito dopo la partenza delle truppe statunitensi del dicembre 2011.

 

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Il Premier Maliki, sciita, pur essendo alleato dell’Iran è stato costretto a chiedere supporto agli Stati Uniti senza però ottenere alcun supporto concreto ma solo consigli su come rimodellare l’intero comparto della sicurezza -oltre un milione di militari- prima delle elezioni legislative previste il 30 aprile 2014.

Non meno complesso è il rapporto del Governo con la comunità curda i cui Governatorati controllano di fatto, dal 2012, il Nord del Paese e le ricche riserve energetiche che difendono sia dalle richieste del Governo centrale -con il quale vi sono stati scontri anche armati- sia dai diversi gruppi di ribelli che se ne vorrebbero impossessare.

 

Terzo ma non ultimo problema, la pubblica ricostruzione di Al Qaeda dichiarata mentre si svolgeva il Vertice di Doha del 2012, quando il Qatar ottenne la presenza della leadership degli insorgenti al posto del governo legittimo della Siria sospeso dalla Lega Araba. In quell’occasione venne annunziata la formazione dell’ ”Esercito Libero Iracheno” (EIL) -confluito nell’ “Islamic State of Iraq” (ISI) – che avrebbe portato in Iraq le istanze jihadiste presenti in Siria.

Struttura di natura orizzontale sin dalle origini anche se presentata dai media come una piramide guidata da Osama bin Laden, l’attuale formazione terroristica resta vitale. Nonostante la caduta di leader carismatici, forti problemi finanziari e le crescenti difficoltà a trovare campi di addestramento non individuabili dai droni, l’organzzazione ha tratto nuova linfa dal difficile percorso di quel “vento mutante” che ha attraversato e attraversa l’arco mediterraneo da Rabat a Teheran dal 2009.

 

Al Qaida era ritenuta sconfitta dalle proteste popolari e dai moti che si sviluppavano lungo l’intero arco del Mediterraneo con manifestazioni di protesta iniziate a Teheran in quel giugno 2009 e nel successivo mese di ottobre dai Saharawi del Fronte Polisario contro l’occupazione dell’area West da parte del Marocco.

Ma questo “vento mutante” sta cambiando direzione e torna la restaurazione, come dimostrano il colpo di stato in Egitto del 3 luglio di quest’anno, la caduta dei governi a guida islamica in Tunisia e Marocco e le continue manifestazioni di protesta in Algeria, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait, Yemen e oltre.

Manifestazioni che la gran parte dei media etichetta con il termine di “primavere” più o meno colorate ma che sono, nella loro differenza, il grido di masse senza presente né futuro che hanno raggiunto il punto di saturazione e hanno iniziato la lotta per ottenere lo status di cittadino e non di suddito, per fruire dei diritti di base e non essere limitati ai soli doveri.

 

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Attualmente Al Qaeda affronta il “nemico vicino” -gli Stati islamici ritenuti eretici- e solo saltuariamente il “nemico lontano” -gli Stati Occidentali- colpendone i siti sensibili negli stessi Paesi islamici.

Come Al Qaeda fece sin dalle origini, quando nell’agosto 1988 attaccò le Ambasciate Usa a Nairobi e Dar El Salam e, come replicò dopo la sconfitta di Tora Bora, novembre 2002 in Afghanistan, sceglie il proseguimento della lotta col “jihad personale”, cellule di lotta anche nella fuga, in qualunque posto i militanti si sarebbero rifugiati.

 

In Iraq, Shaker Wahiyib al Fahdawi, 27enne, evaso nel 2012, ha preso il comando dello “Stato Islamico in Iraq” (ISI) e ha fornito uno slancio all’organizzazione con attentati eseguiti in contemporanea in diverse città del Paese, mirando soprattutto agli sciiti e alle Forze di sicurezza e rivendicandole con documenti e video attraverso la rivista “Inspire”.

Wahiyib che si sposta dal deserto occidentale dell’Iraq alla sua roccaforte ad al Anbar condivide con al Baghdadi il progetto di dare vita a uno stato islamico di matrice qaedista comprendente Siria e Iraq, basato sugli insegnamenti dei primi quattro “Califfi ben guidati” ed emarginare definitivamente gli eretici sciiti.

 

Anche se il leader di Al Qaida Ayman al Zawairi ha annunciato pochi giorni fa il rientro di Baghdadi in Iraq per evitare i problemi operativi con Jabbat al Nursa in Siria, la capacità operativa di ISI rimane in questa “nebulosa del terrore” che comprende ma non esaurisce questi gruppi:

1) “Al Qaida nella Penisola Araba” (AQAP), guidato da Nasser al Wahishi, attivo nello Yemen e in Arabia Saudita, che conterebbe su 2-3 mila militanti e si ispira alla scuola di Deobad (nell’Uttar Pradesh, in Nepal, 170 km nord New Delhi), con azioni di guerriglia continuate nel tempo per destabilizzare il Governo;

2) “Al Nusra”, comandato da Abu Mohammed al Juliani, il più strutturato e addestrato gruppo presente in Siria;

3) “Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI) del leader Abdel Malek Drukdel che spazia dall’Algeria al Mali, alla Mauritania, al Burkina Faso e al Niger e in contatto con i somali “Al Shabaab”, comandati da Mohamed Abodi Godane e i nigeriani “Boko Haram di Abu Bakar Shekau.

Referente “obbligato” Ayman al Zawahiri, presumibilmente in Pakistan da dove potrebbe avere contatti con Hafiz Saib, il leader di “Lashkar e Taiba” e il ceceno Doku Umarov, al comando dell’ “Emirato del Caucaso”.

 

Molte di queste formazioni sono armate da paesi occidentali e dal “Consiglio di cooperazione del Golfo” (CCG), come avvenuto di recente nella guerra contro la Libia, per poi ritrovarsi gli stessi gruppi tra i terroristi che assaltano le Ambasciate (11 settembre 2012, Benghasi, Ambasciata Usa dove venne ucciso l’ambasciatore e 3 funzionari).

Il “vento della restaurazione” sta depotenziando le speranze del 2009 -2010 con i nuovi Governi che hanno in realtà replicato i precedenti assumendone le alleanze con l’ Occidente e, a livello economico-sociale, l’orientamento neo-liberista comportante privatizzazioni, smantellamento del welfare e dei diritti di lavoro, sanità, istruzione.

La scelta potrebbe essere la disperazione, quella di passare “dalle armi della critica alla critica delle armi” ingrossando le fila dell’area jihadista.

 

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