Personaggi e interpreti. Un dossier dei servizi segreti esteri italiani, l’allora Sid. Sigla in codice M.Fo.Biali. Un documento tanto scottante che è costato la vita, nel 1979, al giornalista Pecorelli che lo deteneva illegalmente. Una faida tra “branches” degli stessi servizi, una capitanata dal generale Miceli, l’altra dal generale Maletti. Tra il settembre 1974 e il maggio 1975, il servizio “D” del SID diretto dal generale Gian Adelio Maletti, alle dipendenze del generale Vito Miceli, riceve precise disposizioni dall’allora ministro della difesa Giulio Andreotti, preoccupato per la nascita di un Nuovo Partito Popolare che si poneva in competizione con la Democrazia Cristiana. Vengono effettuati pedinamenti e intercettazioni nei confronti di Mario Foligni, promotore della nuova formazione politica cattolica, persona in stretto contatto con monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, la banca del Vaticano.
Maledetto dossier M.Fo.Biali, Miceli-Foligni-Libia, secondo la tesi più seguita. L’acronimo M.Fo.Biali avrebbe per l’appunto indicato il nome e il cognome del Foligni e, anagrammato, il nome dello stato africano. Va ricordato che la sola persona che aveva fatto cenno all’esistenza del dossier M.Fo.Biali era stato il giornalista Carmine Pecorelli nel ’79, ucciso proprio in quello stesso anno da ignoti sicari. La lettura del dossier M.Fo.Biali, ancora oggi, è quindi estremamente utile e spiega i metodi che tuttora s’impiegano per ricattare e diffamare i “nemici” ovvero per ricattare organi dello stato “utili” al potere personale di uomini corrotti al vertice e delle istituzioni. Per dirlo con le parole del mio collega Piergiorgio Gosso, “se è lecito ricavare un qualche insegnamento dall’esperienza del passato, è dunque lecito augurarsi che la parte sana della nazione sappia costantemente e responsabilmente vigilare, ad ogni livello, affinché non abbiano a ripetersi altre nuove e nefaste collusioni tra pubblici poteri e illeciti arricchimenti clandestini”.
Petroli, riciclaggio e mafia. Attraverso indagini in Svizzera si giunse alla scoperta di filoni comuni tra il riciclaggio del denaro della corruzione con quello del denaro di persone legate al traffico di stupefacenti e a Cosa Nostra. Iniziò da quella pista la collaborazione col P.M. di Milano Ilda Boccassini e di Firenze e con l’allora Giudice Istruttore di Palermo Giovanni Falcone. Il ramo d’inchiesta torinese portò -qualcuno forse lo ricorderà- di un clamoroso caso di riciclaggio che coinvolse il ministro della Giustizia svizzero Elisabeth Kopp, il cui marito avvocato Hans Kopp era in affari capo della mafia turca Yasar Musullulu per riciclare circa un miliardo di dollari nel 1986.
La legge del ritorno. Per questa inchiesta ebbi non solo modo di collaborare con alcuni giudici svizzeri, ma anche di essere testimone nella commissione parlamentare d’inchiesta svizzera. Fiducia che determinò gli svizzeri a consegnarmi copia di una lettera “privata” dell’allora Presidente del consiglio Bettino Craxi che patrocinava la non estradizione di un personaggio del riciclaggio legato all’alta finanza milanese di origine siro-ebraica, Albert Shammah, poi fuggito in Israele e non più estradato grazie alla legge del “ritorno” in vigore in quel Paese. Utile ricordare che alcuni dei protagonisti della corruzione nella Guardia di finanza sono ritornati in evidenza nel 1992-1998 nell’inchiesta di Mani Pulite, questa volta come avvocati e consulenti “tecnici”.
Processi in parallelo. Non è possibile dimenticare che nell’affare “petroli” si è iniziata per la prima volta l’esperienza del processo in parallelo tra giudice penale e procura della Corte dei Conti grazie alla sensibilità di Giovanni Falcone nel ruolo d Direttore generale degli affari Penali al Ministero della Giustizia Modifica legislativa che permise successivamente anche la creazione di nuclei speciali della Guardia di Finanza stabili presso le Procure della Corte dei Conti. Collaborazione e processi paralleli amministrativi e penali che hanno poi trovato, uno sbocco a livello europeo negli accordi di cooperazione tra OLAF (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e Procura Generale della Corte dei Conti, che dopo molte difficoltà si è riusciti a concludere nel 2006 e rinnovare ed estendere nel 2013.
La santificazione popolare non assolve. Conoscere e studiare gli avvenimenti e le condotte di cosi numerosi soggetti pubblici e politici che sono attori del dossier Mi.Fo.Biali illumina le premesse quasi inevitabili del successivo ulteriore degrado politico e civile degli anni ’90 e l’avvento del ventennio berlusconiano con il suo carico ulteriore di incultura e corruzione quasi “santificata” dal voto popolare.