Privacy Policy An palestinese-Israele quale pace possibile?
sabato 14 Dicembre 2019

An palestinese-Israele
quale pace possibile?

Il 6 novembre il Segretario di stato Usa John Kerry ha incontrato il Premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Obiettivo, rivitalizzare il processo di pace annunciato il 18 luglio ma in fase di stallo nonostante la ripresa del dialogo fra i contendenti. John Kerry ha assicurato Abu Mazen. che […]

Il 6 novembre il Segretario di stato Usa John Kerry ha incontrato il Premier israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Obiettivo, rivitalizzare il processo di pace annunciato il 18 luglio ma in fase di stallo nonostante la ripresa del dialogo fra i contendenti. John Kerry ha assicurato Abu Mazen. che gli USA considerano illegali gli insediamenti israeliani e cercheranno di limitarne l’espansione, aggiungendo la promessa di un contributo di 75 milioni di dollari per l’ANP, in grave crisi finanziaria.

 

La visita dell’esponente statunitense è stata contestuale alla diffusione da parte dell’emittente del Qatar “Al Jazeera” del rapporto di 108 pagine degli specialisti svizzeri dell’Università di Losanna sul corpo riesumato di Arafat, dove veniva riscontrato “un innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino […] con l’83% di probabilità che sia stato avvelenato”. Nabil Shaath, già Ministro degli Esteri dell’ANP, e Tawfiq Tirawi, già capo dell’intelligence in Cisgiordania, hanno invocato un’inchiesta internazionale per accertare responsabili e modalità dell’avvelenamento, evitando di accusare Israele che negli ambienti palestinesi è ritenuta responsabile della morte del leader avvenuta l’11 novembre 2004 a Parigi.

 

Attualmente gli esponenti dell’ANP e in particolare Abu Mazen sono in forte difficoltà interna per il basso profilo mantenuto sul caso Arafat e per essersi impegnati, alla ripresa delle trattative a luglio, a non fare ricorso per 9 mesi ad alcuna corte di giustizia internazionale per denunciare Israele. La possibilità della composizione del conflitto israelo-palestinese iniziato nel 1948 è contraddetta dai numerosi nodi strategici irrisolti: confini, status di Gerusalemme, rientro dei profughi palestinesi. Una situazione sensibilmente deteriorata rispetto agli “Accordi di Oslo” del 13 settembre 1993, che prevedevano la compiuta pacificazione entro 5 anni.

 

Dai dati raccolti sul terreno risulta che nel 2013 il numero dei progetti di colonizzazione approvati in Israele è il 70% in più rispetto all’anno precedente (oltre 2.000 le unità abitative approvate ad agosto poche settimane dopo la ripresa negoziale), nella totale inerzia della Comunità statunitense ed europea nonostante la Corte Internazionale di Giustizia dichiari illegali le colonie perché violano l’articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra.

 

Pochi giorni prima dell’arrivo del Segretario di stato USA, il Premier israeliano aveva beffardamente annunciato la costruzione di altre 1.500 case a Gerusalemme est e il progetto per 3.360 abitazioni in Cisgiordania (860 negli insediamenti di Ariel, Maaleh Adumin, Givat Zeev, Beitar Ilit, Carnei Shomron ed Elkana; 1.400 in colonie e insediamenti isolati a ridosso delle principali città palestinesi; 1.100 a Shilo e Nokdim).

 

Tel Aviv ha quasi ultimato il “Muro di Difesa” iniziato nel 2002 durante la seconda Intifada, Al Quds” (28 settembre 2002 – 2005). Lungo 730 km, il muro segue solo per il 20% la “Linea Verde” che dovrebbe demarcare, come da riconoscimenti internazionali, i confini tra Israele e Territori Palestinesi. Il muro invece penetra nelle terre palestinesi per una profondità che varia dai 18 ai 5 km, assorbendo il 45% delle terre coltivate e1/3 dei pozzi d’acqua. In merito, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con Risoluzione ES-10/13 del 21 ottobre 2003 ne condannò la costruzione sui Territori Palestinesi Occupati e la Corte Interazionale di Giustizia dell’Aja la dichiarò contraria al diritto internazionale (9 luglio 2004).

 

Il Premier israeliano, dopo aver rinforzato con una barriera di 15 km il Golan siriano e Metulla al confine con il Libano, sta realizzando un muro di 240 km dalla costa di Gaza sul Mediterraneo a Eilat sul Mar Rosso, e ha riproposto il piano già delineato nel giugno 2012 per realizzare un muro di contenimento per l’intera Valle del Giordano lungo il confine con il regno di Giordania.

 

Quest’ultimo progetto ha rafforzato le manifestazioni pacifiche di migliaia di palestinesi di villaggi della Valle (Bir’am, Iqrith, Kuf Bir’im, Bil’in, Kafr Kaddum, Nabi Saleh) che intendono tornare nei luoghi da dove fuggirono nel 1948 quando vennero distrutti 531 villaggi arabi e svuotati degli abitante quasi 400 mila palestinesi mentre la “legge sulla proprietà degli assenti” permise a Tel Aviv di confiscarne le terre.

 

In merito, la stessa “ Banca Mondiale” (BM) nel rapporto dell’ottobre 2013 ha evidenziato che nei quasi 2/3 della Cisgiordania -conosciuta, per gli “Accordi di Oslo” come “area C” (60% del territorio), cioè sotto l’esclusivo controllo israeliano fino al mai avvenuto passaggio all’ANP previsto nel 1998- Israele ha realizzato oltre 200 colonie sottraendo ai palestinesi terre fertili e ingenti risorse (cave di marmo, minerali del Mar Morto, siti archeologici e turistici) dalle quali l’ANP avrebbe potuto ricavare entrate stimate il 3,4 miliardi di dollari l’anno, riducendo il deficit di bilancio, la disoccupazione (ora al 23% con punte del 40-50% a Gaza),e il numero di quanti vivono al di sotto della soglia di povertà (meno di 2 USD/day).

 

Non solo. La Compagnia petrolifera israeliana “Givot Olam” ha annunciato (4 Novembre 2013) che il pozzo Meged 5 (esplorato nel 2012), presso Rosh Hayin, vicinissimo alla “Linea Verde” che divide secondo le leggi internazionali Israele dai Territori Occupati, avrebbe riserve di greggio di 3,53 miliardi di barili. Esso si estende in un’area fra i 125 e i 250 kmq (dalla città israeliana di Rosh Hayin a quella palestinese di Rantis) e, quindi, anche in territorio palestinese che, dunque, dovrebbe partecipare al beneficio. Ma i giacimenti sottomarini davanti alle coste di Gaza non sono neanche accessibili ai palestinesi che non hanno mai potuto sfruttarli, come non lo sono all’Area C.

 

Per quanto riguarda la pubblicizzata scarcerazione di 104 detenuti palestinesi come gesto di distensione alla ripresa colloquiale, nel periodo agosto/ottobre 2013, a fronte di 52 rilasciati, l’Esercito israeliano durante numerosi raid in Cisgiordania e Gaza ha ucciso 21 persone e ne ha tratto in arresto altri 1.100. Attualmente i prigionieri palestinesi sono 5.007 di cui 180 minorenni -al di sotto dei 14 anni, età in cui vengono considerati maggiorenni mentre gli israeliano lo diventano a 18- e 137 in detenzione amministrativa, cioè senza accuse, processo, visite parentali e/o legali.

 

Non aiuta poi la rottura fra i partiti Hamas e Fatah, rimasta irrisolta dal 2006, dopo che Hamas vinse le elezioni e fu boicottato da Fatah che rifiutò un Governo Unitario di coalizione. Nel giugno 2007 si arrivò allo scontro armato che divise i Territori in Gaza con guida Hamas e Cisgiordania con guida ANP di Abu Mazen. Tutti i tentativi di formare un Governo ad interim per le elezioni nazionali che si sarebbero dovute svolgere d’emergenza nel 2008 sono falliti mostrando una leadership inconcludente e frammentata.

 

Dall’altra parte, emerge la forza e la compattezza di Israele che dal 21 novembre 2013, insieme a Usa, Italia e Grecia, svolgerà l’esercitazione “Blue Flag” nel deserto del Negev che impegnerà oltre 100 aerei e 1.000 militari. Esercitazione a fuoco con impiego di bombe e missili a guida di precisione simulerà un attacco in territorio nemico dotato di forti difese aeree sperimentando, secondo quanto dichiarato dal generale israeliano Amikan Norkin, procedure “per abbreviare la durata delle future guerre […] accrescendo di dieci volte il numero di obiettivi individuati e distrutti”.

 

Lo stesso generale ha rivelato a “Defence News” che negli 8 giorni dell’operazione “Pilastro di difesa” a Gaza (364 kmq, 1,75 milioni di abitanti) nel novembre 2012 l’aviazione israeliana ha attaccato 1.500 obiettivi, il doppio di quelli attaccati nei 34 giorni della guerra in Libano nel 2006. In quegli 8 giorni 170 palestinesi furono uccisi, 450 abitazione distrutte e altre 800 danneggiate. Nella successiva operazione denominata “Piombo fuso”, sempre a Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, i morti furono 1.285, 4.336 i feriti, le abitazioni distrutte 2.800, 121 le officine, 30 le moschee, 28 gli edifici pubblici, tra cui il Quartier Generale dell’ “United Nations Relief and Works Agency for Palestinians Refugges in Near Est” (UNWRA).

 

Il processo di pace a guida Usa sembra difficilmente avviarsi a una definizione.

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