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domenica 15 Settembre 2019

II° scandalo petroli
il peccato originale

Memoria. Cosa accadute ieri che hanno molto da dirci e insegnarci ancora oggi. Corruzione e coperture politiche. Autore di queste assaggio di memoria, Mario Vaudano, un magistrato di Torino ora in pensione, all’epoca Giudice Istruttore e successivamente membro dell’Ufficio Europeo Antifrode.

Duemila miliardi, in lire. Un gigantesco traffico clandestino di prodotti petroliferi dal 1973 al 1979 che interessò l’intero Nord-Italia, dalla Lombardia al Veneto, dal Piemonte alla Liguria e si estese fino al centro della penisola. Per lo Stato, molte migliaia di miliardi di lire di evasione delle Imposte di Fabbricazione previste dalla legge sui derivati del petrolio. Tutto venne scoperto -pur tra mille difficoltà ed ostacoli- dalla Magistratura di Torino e di Treviso, con l’aiuto decisivo di sottufficiali e ufficiali della Guardia di Finanza che non cedettero alle pressioni della loro stessa gerarchia e dal mondo politico, per insabbiare tutto. Sul fronte della magistratura, a Torino furono i Giudici Istruttori Mario Griffey, Piergiorgio Gosso, lo scrivente Mario Vaudano; a Treviso il Sostituto procuratore Domenico Labozzetta e il Giudice istruttore Felice Napolitano.

 

L’Articolazione della corruzione. L’organizzazione della frode aveva una forma monolitica: ogni elemento perturbatore era prontamente isolato con severe normalizzazioni su chi -operatore economico o personale subalterno -non stava al gioco e costituiva un pericolo. I comandi centrali e quelli periferici della Guardia di Finanza e della Direzione Dogane, che erano coinvolti, eseguivano le incombenze di copertura ai vari livelli. La presenza discreta ma temibile dell’Ufficio I, il potente servizio segreto di informazione della Guardia di Finanza, garantiva il controllo di ogni devianza: complicità, tolleranze, autorizzazioni, concessioni, nomine, trasferimenti, avevano un prezzo ed erano concessi sempre dietro adeguate gratificazioni all’interno del sistema di frode.

 

L’ombrello protettivo. Il meccanismo di protezione si articolava ai vari livelli. Ombrello protettivo messo in campo da quei poteri di controllo che avevano scelto di violare il dovere di fedeltà, segretezza, imparzialità e vigilanza. Meccanismi di fedeltà rovesciati che garantiva il riparo da azioni ostili e la copertura delle aziende coinvolte nella colossale frode fiscale. Tutto regolato e compensato in base al ruolo di comando esercitato o dell’importanza di singoli atti od omissioni rese necessarie per superare emergenze non previste. Entrambi i profili, gerarchia o emergenza, venivano profumatamente remunerati secondo specifiche intese, all’unico scopo di preservare l’impianto complessivo che avrebbe assicurato la continuità del saccheggio del pubblico danaro.

 

Contropotere e Logge. «La potenza dell’organizzazione criminale si manifestò con la forza e la consapevolezza di un contropotere in grado di resistere ad ogni contraccolpo e di condizionare gli stessi magistrati inquirenti che timidamente muovevano i primi passi verso l’accertamento dei fatti». Cosi scrive Domenico Labozzetta, all’epoca dei fatti sostituto procuratore della Repubblica a Treviso nel volume “Scandalo Petroli-Corruzione elevata a sistema e collusioni con poteri criminali ed occulti”;edito a cura dell’osservatorio veneto sul fenomeno mafioso e dalla Fondazione Berro -Castelfranco Veneto- 2011. «Molti componenti dell’organizzazione risulteranno affiliati alla P2 di Licio Gelli. Si tentò di ostacolarne l’opera attraverso denunce ed istanze di ricusazione.

 

Quel processo non s’ha da fare. «Dal dicembre del 1979 a tutta l’estate del 1980, nei mesi in cui le istruttorie in corso a Treviso e a Torino rendevano palesi le dimensioni e coperture del contrabbando petrolifero, il Capo dello Stato, il C.S.M., diversi ministri, le procure della Repubblica di altri centri del nord d’Italia e di Roma, vennero letteralmente sommersi di esposti anonimi tesi a costruire una sorta di “controprocesso” che trovò anche la via per essere accreditato come tale, dopo che la Procura Generale di Venezia, seguita da altri uffici, trasmise gli atti alla Corte di Cassazione, con richiesta di indicare l’autorità giudiziaria competente. Venne indicata la magistratura di Modena ma i procedimenti in atto a Torino e Treviso non si arrestarono. Il Giudice Istruttore di Modena, prosciolse r magistrati indicati negli esposti da ogni accusa e iniziò un procedimento per calunnia incriminando il Generale Lo Prete ed il suo avvocato Wilfredo Vitalone».

Wilfredo, fratello di Claudio Vitalone, noto magistrato romano legatissimo a Giulio Andreotti e poi passato alla politica nella corrente andreottiana della D.C. negli anni 80.

 

La tela del ragno. A trent’anni di distanza, nel tirare le somme di quella stagione giudiziaria, due gli elementi chiave. Primo: si accertò che una così lunga e imponente attività criminosa era stata resa possibile attraverso la creazione di un fitto reticolo di strutture operative (raffinerie, depositi petroliferi, imprese di distribuzione e di commercializzazione, società di comodo, aziende di autotrasporti, ecc.) allestito con l’attiva partecipazione di ex appartenenti alla stessa Guardia di Finanza che avevano messo l’esperienza acquisita nel complesso settore della lavorazione degli oli minerali al servizio di un sistema occulto di evasione talmente ramificato da rendere assai difficile un penetrante controllo di legalità, diventandone essi stessi i diretti beneficiari.

 

Le complicità essenziali. Dall’altro lato è stato provato che per mantenere per così tanto tempo quel sistema di frodi al riparo dalle indagini e a ritardarne l’accertamento fu decisiva la copertura che venne fornita da alcuni apparati istituzionali dello Stato: partiti politici (percettori di rilevanti sovvenzioni), uomini di governo, servizi segreti, altissimi ufficiali della Guardia di Finanza, dirigenti degli uffici finanziari, quasi tutti legati da una comune adesione a quell’organizzazione eversiva che faceva capo alla loggia massonica P 2. Basterà ricordare il generale Raffaele Giudice nominato nel luglio del 1974 comandante generale della Guardia di Finanza scavalcando con la protezione di alcuni politici di primo piano altri generali che lo precedevano per meriti di servizio.

 

La spartizione della torta. Il generale Giudice si attivò subito per favorire quell’immenso traffico, partecipandone agli utili e rimuovendo quegli ufficiali che rischiavano di ostacolarne i profitti illeciti: dal colonnello Salvatore Florio, allontanato dal servizio informazioni del corpo; al colonnello Aldo Vitali che, con un suo dettagliato rapporto aveva aperto per primo un velo sull’organizzazione criminosa; al generale Arturo Dell’Isola, sostituito, nell’incarico di capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, da un suo uomo di fiducia: il generale Donato Lo Prete, anch’egli intimamente compromesso con gli artefici del traffico.

Ma il racconto di tante complessità impone una seconda puntata.

 

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