domenica 26 maggio 2019

Ci hanno rubato
la Libia liberata

Neanche i mitici berberi, gli “uomini liberi”, sono più quelli di una volta. Intanto perché assaltano via mare e non a gobbe di cammello e, arrabbiati con chi gestisce l’estrazione del petrolio non sguainano la scimitarra o imbracciamo un Kalashnikov ma fanno un “Sitt In” su una nave Eni.

Lo narra Luigi De Biase su Il Foglio dell’Elefantino rompendo un silenzio quantomeno sospetto. Parliamo dell’industria del petrolio libico e di ciò che si riflette sulla produzione globale e sugli interessi dell’Italia nella regione. Le stime Reuters più recenti dicono che la produzione è scesa del 10 per cento, che vuol dire novantamila barili in meno sui mercati internazionali. Di chi sia la colpa è materia di dibattito. E di scarica barile (non barili). In questo gioco delle parti le società petrolifere assicurano che i lavori nei principali snodi del paese proseguono. Anche al terminal di Mellitah, che è gestito da Eni e costituisce il punto di partenza per il gasdotto Greenstream diretto in Sicilia.

 

Tre gli anelli della catena libica del greggio. Tre anche i problemi che si pongono. Si parte dalla produzione nella parte più interna del paese. Si temevano i danni delle guerra come nell’Iraq di Saddam, e scopriamo invece che il lavoro si ferma soprattutto per le proteste e gli scioperi degli operai libici, che chiedono stipendi più alti e migliori condizioni di vita. Poi la questione oleodotti, una rete lunga centinaia di chilometri contesa tra milizie locali che cercano di imporsi una sull’altra. Infine l’insicurezza dei porti dove operano autentici gruppi di pirati che agiscono sotto la bandiera della loro kabila o in nome e per conto di milizie e gruppi terroristici anche jhadisti presenti.

 

I conti in tasca alla “democrazia”. Nel 2010 la Libia di Gheddafi era in grado di fornire ai mercati un milione e mezzo di barili al giorno, l’1 per cento della produzione globale, a prezzi bassi, precisa Luigi De Biase. 50 miliardi di dollari il fabbisogno libico negli ultimi dieci anni, mentre le entrate di petrolio e gas toccavano il tetto dei 60 miliardi. Poi il caos seguito alla “rivoluzione”. Ora per il governo sembra quasi impossibile pagare gli stipendi alle forze dell’ordine e garantire un futuro ai giovani che hanno combattuto contro le milizie di Gheddafi, e che oggi chiedono una ricompensa per la rivoluzione. Quindi livello della sicurezza delle infrastrutture al minimo e futuro incerto.

 

Caos in Cirenaica, col rischio di un blocco dei centri  di distribuzione del greggio di Marsa el Brega, Zuetina, Bengasi e Marsa el Hariga. Qualche problema in meno, per ora, sui giacimenti marini. Per  l’Italia problemi passano per le raffinerie di Sarroch e Priolo, nelle province di Cagliari e Siracusa. Il petrolio di Tripoli, il più pregiato nel bacino del Mediterraneo, è usato nei cicli di lavorazione particolarmente redditizi, ma il crollo nelle forniture ha costretto le due raffinerie a cercare altrove, soprattutto in Russia e in Azerbaigian, con un aumento considerevole dei costi. Ora il governo libico chiede aiuto tecnico per riuscire a riportare la produzione ai vecchi livelli entro il 2014.

 

La democrazia in Libia (e non solo), puzza molto di petrolio.

 

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