giovedì 23 maggio 2019

Tiziano Terzani, Vietnam e Diaz

Dopo le polemiche sugli episodi di violenza alla manifestazione No Tav a Roma e la citazione della notissima polemica di Pasolini sulla polizia figlia del popolo contro le violenze studentesche del ’68,  cito oggi Tiziano Terzani, il giornalista che avrei voluto essere. E Mark Covell, collega inglese, massacrato alla Diaz di Genova. Contraddizioni? Soltanto complessità. «Certo, ogni conflitto […]

Dopo le polemiche sugli episodi di violenza alla manifestazione No Tav a Roma e la citazione della notissima polemica di Pasolini sulla polizia figlia del popolo contro le violenze studentesche del ’68,  cito oggi Tiziano Terzani, il giornalista che avrei voluto essere. E Mark Covell, collega inglese, massacrato alla Diaz di Genova. Contraddizioni? Soltanto complessità.
«Certo, ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l’esistenza degli altri e il loro essere eguali, finché non accetteranno che la violenza conduce solo ad altra violenza».
Tiziano Terzani *Foto, Saigon 1972
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«Non so cosa mi sia accaduto realmente, alla Diaz, dieci anni fa. Quel che so è che il mondo attorno, d’un tratto, è collassato. L’ho perso. Ed oggi, è come se quell’eclissi non fosse mai finita. Non sarò più capace di danzare, non sarò più capace di essere felice, non sarò più capace di amare, non sarò più capace di sorridere. Il mio mondo è dolore e lacrime. Il mio mondo è la solitudine. Il mio mondo è una torre nera in un mare buio. La vita è scappata via dal mio corpo. E’ questa l’esistenza che voglio continuare a portare avanti? Isolamento. Dolore, più profondo e più forte che mai. Perché non posso semplicemente continuare? Perché non riesco più a rimanere fermo nel centro di una strada? Vorrei fare questa sosta. Vorrei fermarmi. Vorrei fermare quest’incubo. E mi sento isolato.     Solo in un mare di sofferenza, solo con le mie urla. E quasi mi lacera. A nessuno importa e io sono impaurito dalla gente. Non mi faccio più vedere da nessuno. Vorrei nascondermi lontano. E se mi chiedessero cosa sto facendo? Cosa dovrei rispondere? Non ho più le parole. Solo urla. La mia casa non è più casa. Che cosa posso farci se sono spaventato anche dai miei stessi amici? Non oso lasciare la mia stanza. Il rischio di incontrare qualcuno è troppo alto. Sono solo e non sarò mai più felice. Qualcuno ha assunto il pieno controllo di me. Un fantasma cupo mi segue. E’ sui miei passi, mi getta in terra. Può succedere in ogni momento. da un momento all’altro posso perderlo di vista e ritrovarmi a mangiar polvere sul pavimento. Non so che sta succedendo fuori. Che succede fuori? Io resto a letto. Come potrei fare altro?     Più nulla ha senso. Piango. Piango come non ho mai pianto prima. Qualcosa spinge il mio stomaco fuori dal mio corpo. Sono malato? Non sono più me stesso. Non sono nessuno e sono tutto. Sono ogni prigioniero. Sono tutti i picchiati dalla polizia. Sono tutti i torturati. E’ una sensazione inarrestabile, che monta. Settimana dopo settimana. Mese dopo mese. Anno dopo anno. Mi vergogno. Non voglio apparire debole. Non voglio ammettere quello che ci hanno fatto ha avuto un tale impatto su di me. Sono un uomo forte. Ma adesso non sono nessuno. E nessuno può vedermi così».
Mark Covell, London *Lettera nel decennale dei fatti di Genova.

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