lunedì 24 luglio 2017

Terrorismo

Germania non solo bersaglio
«La Germania è al centro del terrorismo islamista. Attentati terroristici sono possibili, in qualsiasi momento adesso e in futuro».
Lapidario il ‘Bundesamts für Verfassungsschutz’, l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione l’impegnativo nome ufficiale, il BFV in sigla.
Rapporto analisi 2016 dei servizi segreti tedeschi presentato a Berlino a ridosso del G20 di Amburgo del 7 e 8 luglio, con dati da far paura.
Problemi in parte esclusivamente tedeschi, ma ricchi di indicazioni utili per ogni Paese occidentale coinvolto nel fenomeno Foreign Fighters, sia bersaglio diretto di terrorismo militante.

I numeri dei terroristi di casa
930 le persone che hanno lasciato la Germania per andare a combattere in Siria e Iraq, e il 20% di loro sono donne. I morti in combattimento sono stati 145, mentre 270 coloro che sarebbero riusciti a rientrare in patria.
Di questi, uno dei più noti -annota Stefano Piazza su LookOut- è il rapper Deso Dogg, alias Dennis Cuspert, divenuto il combattente Abu Talha al-Almani, responsabile dei media dell’ISIS. Da tempo di lui si sono perse le tracce.
Al di là delle smentite, Dennis Cuspert potrebbe essere davvero morto in uno scontro fratricida con un commando di qaedisti di Jabhat Al Nusra, oggi la nuova coalizione jihadista Hayat Tahrir al-Sham.

Il rapper Deso Dogg, alias Dennis Cuspert, divenuto Abu Talha al-Almani

Cosa li spinge
Dennis Cuspert, l’ex rapper, per diversi anni è stato uno degli elementi di riferimento noti e pubblici del radicalismo islamico tra la Germania e l’Austria. Nel 2011, dopo la conversione all’Islam, fonda a Solingen un gruppo il cui obiettivo è imporre la sharia in Germania.
Al gruppo aderiscono presto circa 50 giovani che, in buona parte, seguono in Siria Dennis Cuspert prima della messa al bando del movimento, decisa a fine 2012. Tra questi c’è anche Abu Usama al-Gharib. Divenuto famoso per essere apparso in un video in cui bruciava il passaporto austriaco, anche di lui da tempo non si hanno più notizie.

I turchi tedeschi
In Germania gli elementi appartenenti o considerati vicini alle varie sigle della galassia islamista sarebbero 24.400. Da paura. Di questi, 10mila -sempre rapporto BFV- aderiscono a Millî Görüş ‘Punto di vista nazionale’, movimento estremista fondato negli anni Settanta dall’ex premier turco Necmettin Erbakan.
Da premier a presidente, si potrebbe dire visto che l’attuale super presidente turco Erdogan fu allievo/collaboratore di Erbakan, con cui condivise persino un breve periodo di carcere per il suo estremismo islamico. In Europa l’organizzazione conta più di 500mila membri attivi. Dei 10mila simpatizzati tedeschi, ‘mille -scive LookOut- sarebbero monitorati dall’intelligence perché pronti all’azione violenta’.

Lo scomparso leader islamista turco Erbakan con accanto un giovane Erdogan, attuale presidente

Germania bersaglio
Oltre ai cinque attentati che hanno colpito la Germania nel 2016, altri sette sono stati sventati dai servizi segreti di Berlino, ci dicono. Due di questi erano particolarmente gravi per bersaglio e dimensione, uno nella capitale, l’altro a Dortmund. Nel loro rapporto, gli analisti del BFV pongono l’accento sull’incessante proselitismo portato avanti in Germania dai movimenti salafiti attraverso i sermoni di “predicatori itineranti” come il convertito Pierre Vogel o tramite l’operosità di gruppi come “We Love Muhammad”.

‘Missionari’ e proseliti
Il reclutamento è mirato soprattutto nei confronti dei giovani definiti nel rapporto del BFV «particolarmente suscettibili alla propaganda jihadista, in particolare alla sua diffusione attraverso i social media».
I video e i testi che vengono fatti circolare in rete sono confezionati in modo da «far sviluppare una prontezza a obbedire, e di conseguenza a rispondere all’ordine di uccidere i non credenti».
Le frenetiche attività di proselitismo degli islamisti tedeschi sarebbero rivolte anche alle migliaia di profughi giunti in questi ultimi anni in Germania. Massima attenzione sul rientro dei foreign fighers e sulla possibilità che percorrano le rotte classiche della migrazione, soprattutto quella balcanica per ritornare in patria, spesso aiutati dai loro vecchi documenti.

Perché negli ultimi anni nel cuore dell’Europa solo l’Italia è stata risparmiata da grandi attentati terroristici? Ce lo chiediamo silenziosamente da tempo in molti, con teorie assurde su presunte complicità italiane sul transito di migranti come moneta di scambio. Se lo domanda per fortuna seriamente il quotidiano britannico The Guardian che, attraverso esperti individua una serie di fattori che, hanno reso il nostro Paese meno esposto alla minaccia del terrorismo islamico.

Innanzitutto c’è l’esperienza maturata, sia dal punto di vista legale che investigativo, durante gli anni di piombo. “Abbiamo imparato una lezione molto dura durante i nostri anni di terrorismo”, spiega al Guardian Giampiero Massolo, ex ambasciatore e per quattro anni direttore del Dis, il Dipartimento per la sicurezza che fa da coordinamento tra le due agenzie di intelligence vere. Il rapporto tra intelligence e forze dell’ordine nella prevenzione e controllo del territorio evidentemente più efficace.

Vantaggio dell’Italia l’assenza di luoghi paragonabili alle banlieu parigine o il ghetto di Mobembeck a Bruxelles, e la predominanza di città medio-piccole dove è più facile tenere d’occhio la situazione. Altro fattore centrale, per Francesca Galli, assistente universitaria alla Maastricht University ed esperta di politiche di antiterrorismo, il fatto che «l’Italia non ha una consistente popolazione di immigranti di seconda generazione che sono stati radicalizzati o che potrebbero esserlo».

L’assenza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere sensibili alla propaganda dell’Isis consente alle autorità italiane di concentrarsi su chi non ha la cittadinanza, che può quindi essere allontanato da Paese al primo segno di minaccia, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo dell’Ispi. Il Guardian ci ricorda che da gennaio l’Italia ha già espulso 135 sospettati di radicalismo islamico. Se erano veramente terroristi non lo sono più a casa nostra.

Altro dato ‘tecnico’, le intercettazioni telefoniche. Da noi, a differenza che nel Regno Unito, le intercettazioni possono essere usate come prove nei processi e -in casi collegati a mafia e terrorismo – possono essere ottenute sulla base di semplici attività sospette. Altro vantaggio non invidiabile, le reti terroristiche relazioni sociali e persino familiari molto strette, proprio come nella Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. E noi italiani, su questo fronte abbiamo purtroppo vasta esperienza.

Poi l’esperienza del ‘pentitismo’. Francesca Galli, Maastricht University: «Le persone sospettate di jihadismo sono incoraggiate a dissociarsi dal gruppo e cooperare con le autorità italiane, che utilizzano i permessi di residenza e altri incentivi. C’è inoltre la consapevolezza della pericolosità di tenere in carcere i sospetti terroristi, dal momento in cui la prigione è vista come un territorio particolarmente fertile per il reclutamento e la radicalizzazione, come avveniva con i capi mafia».

L’articolo del Guardian passa in rassegna alcuni esempi di come vengono gestiti, in Italia, gli individui sospettati di attività terroristiche. L’esempio più recente è quello di Youssef Zaghba, il 22enne italiano di origini marocchine identificato come uno dei tre attentatori del London Bridge. Scrive Guardian: «Ogni volta che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno che lo aspettava in aeroporto. Non era un segreto in Italia che il 22enne [..] era sotto stretta sorveglianza».

La madre del giovane, Valeria Collina: «Venivano a parlargli in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, ufficiali di polizia venivano un paio di volte al giorno a controllare. Erano amichevoli con lui. Gli dicevano: ‘Hey, figliolo, dimmi cosa hai fatto ultimamente. Cosa ti sta succedendo? Come stai?». Il capo della polizia italiana ha raccontato degli sforzi dell’Italia per allertare il Regno Unito: Scotland Yard, dal canto suo, ha ripetuto che Zaghba «non era un soggetto attenzionato».

La notizia di ieri, dell’arresto in provincia di Alessandria della 26enne Lara Bombonati, l’italiana convertita all’islam e accusata di terrorismo internazionale, sembra ricalcare il ‘metodo’ descritto sopra per il giovanissimo Zaghba da Bologna. Lara, che da almeno tre anni si faceva chiamare Khadija, era costantemente monitorata dalla Digos, che aveva iniziato a indagare su di lei dopo una denuncia di scomparsa da parte dei familiari, preoccupati dalla sua progressiva radicalizzazione.

A Parigi il ‘terrorista fai da te’ si arma di martello

Un uomo armato di martello e due coltelli da cucina, ha aggredito diversi passanti e un poliziotto gridando «questo è per la Siria». Le forze dell’ordine hanno reagito, neutralizzando la minaccia e ferendo l’uomo alle gambe. Il poliziotto aggredito sarebbe rimasto ferito solo lievemente al collo da un colpo di martello, mentre l’aggressore è stato portato via pochi minuti dopo in ambulanza.

Dentro la chiesa sono rimasti bloccati 900 turisti, cui è stato chiesto di sedersi e alzare le mani per consentire alla polizia di verificare la presenza di eventuali complici mimetizzati tra i fedeli. Immagini abbastanza sconvolgenti all’interno della cattedrale francese quelle braccia alzate non per una preghiera. Intanto, all’esterno, le autorità avevano mobilitato la Brigata di pronto intervento per cercare possibili complici  nei dintorni.

L’aggressore è Farid Ikken, uno studente dell’Università di Metz, dottorando in giornalismo, con una tesi sui media, in particolare quelli del Nord Africa. All’università affermano che Ikken era giornalista in Algeria. Nato nel 1977 era dal 2014 in Francia. Nella sua abitazione trovato un video con il giuramento all’Isis e il proposito di commettere attentati.

A Londra il killer venuto dall’Italia

Youssef Zaghba, il terzo uomo della strage del London Bridge, ragazzo dalla doppia cittadinanza, italiana e marocchina, mamma italiana separata che vive a Bologna e il padre in Marocco. Lui è nato a Fez il 26 gennaio del 1995, 22 anni da fantasma. Per l’Intelligence e la Polizia britannica. Eppure l’Aisi, il nostro Servizio interno, lo aveva segnalato nel database europeo Sis, le informazioni di polizia degli Stati Ue.

Il 15 marzo 2016 all’aeroporto di Bologna, Youssef, con un biglietto di sola andata per Istanbul, alla domanda della polizia su cosa va a fare a Istanbul, fa lo sbruffone: “Vado a fare il terrorista”. Youssef non sale sul suo aereo per Istanbul. La polizia scopre che il giovale italo marocchino, la madre italiana separata dal marito vive a Bologna, il padre in Marocco, sta cercando fortuna a Londra e lo segnale ai colleghi.

Ora sappiamo che il padre,Mohammed, marocchino di 55 anni, commerciante, padre di Youssef , a un certo punto inizia a frequentare chierici islamisti radicali che fanno capo alla rete missionaria itinerante dei Tablig Eddawa. E al figlio impone ripetute sedute di “roquiya charaiya”, di lettura e recitazione ad alta voce del Corano.

Isis in Australia, attacco a Melbourne

Lo Stato islamico ha rivendicato come un suo attacco quanto accaduto a Melbourne, in Australia, dove un uomo ha preso in ostaggio una donna nel quartiere di Brighton e ha sparato contro tre agenti prima di essere ucciso. «Soldato dello Stato islamico», rivendica Isis attraverso l’agenzia di stampa Amaq «in risposta agli inviti a prendere di mira gli Stati della coalizione» anti Isis,

Nella sparatoria che è seguita a un negoziato con la polizia sono rimasti feriti tre agenti. Il killer è alla fine stato ucciso, ma prima di morire ha telefonato a un canale televisivo locale affermando di agire «in nome di al Qaida e dell’Isis». «Questo è per lo Stato Islamico, questo è per al Qaida». Appena diffusa la notizia i network jihadisti stavano celebrando l’evento.

Khayre era stato rilasciato sulla parola nel novembre scorso dalla prigione dove era detenuto per provocato incendio e crimini violenti non legati all’estremismo. In un primo momento anche l’attacco di Melbourne non sembrava di matrice terrorista, ma poi l’Isis ha rivendicato l’azione, definendo Khayre «un nostro soldato». Radicalizzazione carceraria.

E’ accaduto nuovamente su un ponte storico di Londra, sul London Bridge, poi la corsa dei tre assalitori che menavano coltellate sui passanti, verso Borough Market dove sono stati bloccati e uccisi dalla polizia. Testimoni raccontano che i tre, mentre correvano e colpivano, gridavano «Questo è per Allah». Terrore nel centro di Londra e sangue sulle elezioni in Gran Bretagna, a soli 4 giorni dal voto dell’8 giugno. Un attacco condotto nella notte nel cuore della capitale. Prima su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni e da cui ne sono usciti i tre aggressori che hanno accoltellato altri passanti, quindi nella zona di Borough Market, dove lo stesso commando ha continuato la sua azione di morte prima di cadere sotto i colpi della polizia.

La cronaca attenta dell’agenzia Ansa. Mark Rowley, numero uno dell’antiterrorismo di Scotland Yard, ha precisato prima dell’alba il numero delle vittime: ‘Sette morti, mentre i feriti sono 48 diversi dei quali sono in condizioni critiche’. Il funzionario ha descritto l’accaduto come “un attacco prolungato iniziato a London Bridge e concluso a Borough Market”, aggiungendo che non risultano altri assalitori e smentendo che vi siano sospetti in fuga. Ma ha evidenziato che le indagini proseguono senza escludere eventuali fiancheggiatori esterni.

Il movente del terrorismo, evocato inizialmente come “potenziale” dalla premier Theresa May, è stato confermato quasi subito dagli investigatori. La sequenza si è consumata in pochi minuti (ne sono passati 8 fra la prima telefonata di allarme e la sparatoria finale), a neppure due settimane di distanza dell’atroce attentato suicida commesso alla Manchester Arena il 22 maggio dove Salman Abedi, giovane britannico figlio di ex rifugiati politici libici anti-Gheddafi, si era fatto esplodere fra la folla che usciva dal concerto di Ariana Grande – fra cui molti giovanissimi – causando 22 morti e più di 100 feriti.

Ma il paragone più evidente è quello con un altro episodio avvenuto a Londra qualche mese fa, nella zona di un secondo ponte cittadino celebre, Westminster Bridge, quando un uomo, Khalid Masood, si lanciò alla guida di un Suv su un gruppo di pedoni, uccidendone 5, per poi scendere dalla vettura e accoltellare a morte un poliziotto all’ingresso dell’adiacente palazzo del parlamento prima d’esser ucciso a sua volta da un agente armato. Se in quel caso l’attacco si era svolto in pieno giorno, questa volta è avvenuto nel buio affollato del sabato sera in una zona amata da giovani e turisti.

A London Bridge numerosi testimoni hanno visto il van, un veicolo bianco noleggiato dalla Hertz, piombare ad alta velocità, attorno agli 80 chilometri all’ora, su un marciapiede e falciare una mezza dozzina di persone. Finché dal mezzo sono saltati fuori tre ossessi, tutti uomini e armati di coltelli che si sono scagliati sui passati a tirare fendenti gridando: “Questo è per Allah”. Panico, confusione tra chi correva per aggredire e chi per salvarsi. “Run, hide and tell” (Scappate, nascondetevi e riferite), ha twittato a un certo punto Scotland Yard rivolgendosi a chi si trovava nell’epicentro del caos.

I corpi stesi a terra di due dei tre terroristi uccisi

Il terzetto intanto era arrivato nella zona dei bar e dei ristoranti di Borough Market, dove vi sono stati altri accoltellamenti, l’attacco a un poliziotto e lo scontro a fuoco finale: suggellato dallo scatto d’un giovane fotografo italiano, Gabriele Sciotto, con l’immagine di due dei terroristi distesi sull’asfalto ormai senza vita, uno dei quali con indosso una simil-cintura esplosiva. Nessuna rivendicazione finora, ma sostenitori dell’Isis, in pieno Ramadan, hanno affidato come di consueto la loro esultanza ai social media.

 

I VIDEO DA LONDRA

http://video.repubblica.it/dossier/london-bridge-borough-market-attacco-londra-3-6-2017/londra-sotto-attacco-le-persone-in-fuga-la-scena-ripresa-dall-alto/277641/278238?video

L’attentato di Manchester ha rilanciato lo scontro di opinioni sul perché il mondo debba subire la ferocia jihadista proprio oggi. Inghilterra non solo per priorità di attentato, l’ultimo in ordine di tempo, ma anche per tese elezioni in casa.
L’osservatore attento è Gwynne Dyer, un giornalista canadese che vive a Londra, che scrive anche su Internazionale.
Cronaca dal Regno Unito, quando il leader laburista Jeremy Corbyn (che ha votato contro l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, contro quella in Iraq nel 2003 e contro la campagna di bombardamenti, durata sette mesi, che ha portato alla caduta del dittatore libico Muammar Gheddafi nel 2011) ha tenuto un comizio a Londra.

L’omaggio alle vittime della strage di Manchester

Corbyn cita analisi da parte degli stessi servizi segreti inglesi sui legami tra le guerre britanniche esportate e il terrorismo di ritorno. Quasi elementare nella logica la considerazione. Poi le furberie elettorali di Theresa May che volutamente travisa e accusa l’avversario di tradimento.
Si aggiunge anche quel campione di ‘finesse’ e simpatia di Boris Johnson che scarica ogni colpa sull’Islam “che ci odia e odia il nostro stile di vita”.
Un vecchio trucco dei politici, osserva Gwynne, quello di confondere volutamente spiegazione e giustificazione. Per lui, l’analista, ambedue la parti hanno torto.
Copn un taglio sulle ricostruzioni storiche dell’epoca coloniale, tutto nasce dal dopo 11 settembre, tutto volutamente provocato da Osama bin Laden.

Dato storico alla soglie del nuovo millennio. In tanti paesi musulmani erano in corso rivolte per rovesciare re e dittatori. Quasi duecentomila arabi sono stati uccisi in quelle lotte tra il 1979 e il 2000 ma nessuno di quei regimi sanguinari è stato rovesciato. Per conquistare il potere, gli islamisti avevano bisogno di una nuova strategia. Ed ecco bin Laden.
Lui non aveva combattuto in casa, ma in Afghanistan, contro l’invasione sovietica del 1979. Una guerra che gli islamisti hanno vinto, e islamisti afgani, i taliban, sono saliti al potere.
La strada per la presa del potere degli islamisti nel mondo arabo: «Spingere l’occidente a invadere dei paesi musulmani, guidare la lotta contro le forze d’occupazione occidentali, e quando queste gettavano la spugna e rientravano a casa (come, alla fine, succede sempre), prendere il potere».

Pensiamoci un attimo. Non è forse quello che è accaduto in Iraq, in Siria, in Libia? Dettagli diversi ma sostanza parallela. Obiettivo dell’11 settembre, spingere gli Stati Uniti nel ruolo dell’infedele invasore.
Conclusione? La lasciamo al canadese di Londra Gwynne Dyer, che parla di cose di casa sua, è può sostenere con maggiore autorevolezza certe accuse pesanti.
«I governi occidentali non hanno mai riconosciuto questa ovvia verità perché sono troppo arroganti per credere di essere stati semplicemente le vittime credulone di una strategia altrui. Il loro errore di politica estera è stato abboccare come pesci all’amo della provocazione di Bin Laden. Sedici anni dopo, continuano a fare lo stesso errore».

Dopo l’orrore e la paura, i dubbi
La polizia di Manchester ha diffuso nuove immagini di Salman Abedi nella notte in cui commise l’attacco. Il 22enne, figlio d’ex rifugiati libici legati a quella che fu l’opposizione islamica a Gheddafi, che lunedì s’è fatto esplodere all’uscita del concerto di Ariana Grande uccidendo 22 persone tra cui 7 bambini e ferendone decine. Ma adesso, a sconvolgere oltre l’orrore del fatto, è ciò che scopriamo qualcuno sapeva ma non ha fatto.
Ora scoprono, ora ci dicono che il fratello minore dell’attentatore di Manchester era membro di una cellula jihadista che stava preparando un attentato contro Martin Kobler, il capo della missione delle Nazioni Unite in Libia.
Secondo i servizi di sicurezza libici inoltre, il fratello minore di Salman Abedi, Hashim, di 20 anni, «avrebbe svolto un ruolo significativo» nella preparazione dell’attentato.

Nel cerchietto rosso Ramadan Alobeidi, il padre di Salman, l’attentatore di Manchester, è con il mufti Sadeq Al Ghariani

Ombre sull’attentato di Manchester

La famiglia jihadista. Non solo il fratello minore, ma la vita jihadista di papà Abedi sotto gli occhi degli 007 inglesi. La enigmatica storia di una famiglia di cui è stato persino a sino ad oggi storpiato il cognome. Che è Alobeidi e non Abedi. E non è poca cosa nel dare la caccia ad un ricercato. Un ‘dattaglio’ che ha certo meno agevole l’identificazione di Ramadan, il padre del “martire” Salman, che, a Tripoli, -scrive Carlo Bonini su Repubblica- conoscono anche i sassi.
«Un uomo dalla storia politicamente molto sensibile. Per le sue implicazioni con il governo di Londra e la sua politica estera in Libia. E per quelle, indirette, con la sicurezza nazionale Usa».
Cosa vuol dire Bonini? Vuol dire ciò che in parte si era già capito: che la plateale lita tra servizi nsegreti Usa e britannici non era solo una questione di segreti svelati alla stampa.
E che forse, questa volta, a farci una figuraccia non sono le ormai screditatissime 17 agenzia di spionaggio Usa, ma i tanto/troppo decantati  007 al servizio di Sua Maestà.

La Little Tripoli di Manchester
Caccia ad un secondo uomo, ad un altro attentatore libero, forse lo stesso artificiere, con altro esplosivo con cui fare strage. Per arrivare a questo secondo uomo, gli investigatori continuano a interrogare gli arrestati, ormai considerati parte di una vera e propria cellula. Sarebbero soprattutto i maschi di due famiglie della ‘Moss Side’, la «Little Tripoli» a Sud di Manchester.
Gli Alobeidi, appunto (Ramadan, padre di Salman e i suoi fratelli Ismail e Hashem) e i Forjani (padre e due figli). Un circolo ristretto e certamente particolare, -altra scoperta recente ma basata su elementi noti ma trascurati- visto che i quattro ragazzi hanno dimostrato un’educazione militare di tutto rispetto. Da quando, bambini, hanno seguito i padri, i cosiddetti ‘Manchester Fighters’ nel loro ritorno in Libia per dare la spallata definitiva al regime di Gheddafi.
Ricordare Cameron e Sarkozy e il pasticcio che hanno regalato al mondo?

Gli Alobeidi combattenti
Chi è davvero Ramadan Alobeidi? Lo conoscono anche l’antiterrorismo italiano. 52 anni, natali tripolini e appartenenza alla tribù degli Al Obeidi, di cui porta il cognome e che ha origini nella Libia orientale, nell’area di Al Gubbah. Ramadan nasce e vive da uomo d’armi, dettagli sempre da Carlo Bonini. Nella Jamahiriya di Muhammar Gheddafi, è un sergente maggiore dell’esercito regolare, di rigida osservanza religiosa e ideologicamente affine ai gruppi islamisti che coltivano la silenziosa opposizione al regime.
«Nel 1991, lascia la Libia con la sua famiglia e trova riparo in Arabia Saudita, dove addestra i mujaheddin che combattono in Afghanistan contro il governo di Najibullah che i sovietici hanno lasciato alle loro spalle dopo aver abbandonato Kabul. E’ un’esperienza cruciale nella vita di Ramadan. Se è vero che, nel 1992, dopo l’ingresso dei mujaheddin nella capitale afgana, lui si trasferisce in Inghilterra (a Londra prima, a Manchester, poi) per unirsi alle fila della diaspora islamista libica raccolta nel “Libyan Islamic Fighting Group”».

Altro terrorismo ancora
Abu Anas Al Libi, la mente delle stragi di Al Qaeda nelle ambasciate Usa di Kenya e Tanzania del 1998 viveva a sua volta a Manchester. E’ in questo contesto che Ramadan Alobeidi allaccia legami con Abdelhakim Belhahj, ex mujaheddin in Afghanistan e vicino a Osama Bin Laden. Con lui nel 2008 rientra in Libia a prendere parte alla guerra civile.
Dattagli nella cronaca di Bonini, Ramadan Alobeidi e la sua amicizia col gran Muftì Sadeq Al Ghariani, guida spirituale riconosciuta delle milizie islamiste radicali. Nel 2014, ci raccontano, partecipa all’operazione con cui le milizie islamiste riconquistano l’aeroporto internazionale di Tripoli. E veniamo a sapere che Salman, il figlio futuro attentatore suicida, arrivato da Manchester per combattere con la famiglia, viene ferito e sarà curato in Turchia.
Fonti libiche gli attribuiscono un ruolo anche nella “Bengasi Defence Brigade”, l’unità che l’11 settembre del 2012, a Bengasi, partecipò all’assalto all’ambasciata americana a Bengasi durante il quale sarebbe morto l’ambasciatore Usa Chris Stevens. Ecco perché lo spionaggio Usa sapeva tanto sulla famiglia Alobeidi.

Uno sporco gioco di spie e tradimenti
Possibile immaginare che il governo e l’Intelligence di sua Maestà non abbiano mai avuto a che fare con Ramadan Alobeidi, magari come utile informatore ed esponente di quell’area islamista su cui la diplomazia inglese aveva scommesso le sue carte nel post-Gheddafi? Le singolari circostanze del suo arresto e di quello di suo figlio a Tripoli. «Più simili a una consegna che alla cattura di due latitanti. E, guarda caso, avvenuta per mano della “Rada Force”, la milizia di “deterrenza” di matrice islamista alle dipendenze del governo di Tripoli. Per giunta, come documentato ieri da Repubblica, mentre atterrava a Misurata un “volo coperto” delle forze speciali Usa».
Qualcosa su tanti/troppi retroscena lascia trapelare la politica britannica alla vigilia elettorale. Theresa May, poco signora, cerca di farne «un’arma di campagna elettorale», contro Jeremy Corbyn che ha puntato il dito contro la politica interventista britannica e occidentale. E le numerose testimonianze dei legami qaedisti in Libia della famiglia Alobeidi qualche interrogativo cominciano a giustificarlo. Sulle falle di sorveglianza e d’intelligence dell’MI5, e sulle sulle coperture politiche accordate al padre di Salman, Ramadan.

Gli inglesi hanno perso decisamente il loro ‘aplomb’, anzi, si sono decisamente arrabbiati, sono ‘angry’, sinonimo e versione elegante del più vigoroso, ‘sono incazzati’, dopo la diffusione di notizie e di foto dell’inchiesta sulla stampa americana.
Ieri in mattinata era stato la ministra degli Interni britannica, Amber Rudd, a criticare gli Stati Uniti per i “dettagli confidenziali” sull’attacco di Manchester fatti trapelare sui media Usa.
Rudd -molto british- aveva definito la condotta di Washington “irritante”.

Il ministro non ha voluto dire esattamente a quali dettagli si riferiva ma da organi di informazione Usa erano arrivate le notizie che a colpire era stato un attentatore suicida e anche la sua identità, Salman Abedi, era stata resa nota al mondo da organi di informazione statunitensi.
Oggi la premier Theresa May che, al vertice Nato di Bruxelles, ha promesso di ricordare al suo amico Trump le regole del ‘grande gioco’, che sovrintendono alla condivisione delle notizie di spionaggio o di indagini: tenete la bocca chiusa, soprattutto con la stampa.

Quello dei segreti dal ‘sen fuggiti’ pare un problema dell’era Trump.
Lo stesso presidente che si vanta di segreti sull’Isis avuti da servizi segreti alleati, svelandoli al ministro degli esteri russo. Ma i servizi americani stessi erano già finiti sotto accusa di recente anche da parte dello stesso presidente Donald Trump, gara a chi è prende in castagna l’altro, per una serie di informazioni riservate finite ai media.
Il problema è che negli Stati Uniti è in corso una guerra interna ad organi dello Stato tra i più delicati, a partire dalla Casa Bianca.

L’irritazione del governo britannico per le continue fughe di notizie sull’attentato di Manchester da parte dell’intelligence americana, anche dopo il monito della ministro degli Interni britannico Amber Rudd. Questa volta la pubblicazione delle foto dei frammenti dell’ordigno sul New York Times. “Siamo furiosi”, aveva confidato una fonte di Whitehall al Guardian. ”Questo è completamente inaccettabile. Quelle immagini diffuse dall’interno del sistema Usa saranno angoscianti per le vittime, le loro famiglie e un pubblico più ampio’. La questione sarà sollevata a tutti i livelli rilevanti dalle autorità britanniche con la loro controparte Usa”.

Il sindaco di Manchester, Andy Burnham, ha affermato che lo stop alle informazioni sulle indagini nei confronti degli Usa è già in atto. “Non possiamo più permetterci di rischiare di più”. Parte della irritazione inglese sarebbe però legata anche alle notizia di fonte Usa secondo cui Salman Abedi, l’attentatore suicida, era conosciuto ai servizi di intelligence e aveva recentemente trascorso tre settimane in Libia. Discredito nei confronti dei ‘cugini’ o dettaglio delicato parte di una indagine in corso?
L’ex capo del terrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke, ha detto a CNN che non fa una colpa al governo britannico per l’aver spento il flusso di informazioni.

Le indagini da fonti britanniche

Caccia alla rete di complicità attorno al kamikaze Salman Abedi, il 22enne, che con un fratello avrebbe giurato fedeltà all’Isis. Altre due persone sono state arrestate in connessione con l’attentato di Manchester, portando così il totale a 8 fermi. “Arresti significativi”, li ha definiti il capo della polizia di Manchester Ian Hopkins, che ha così voluto rassicurare la cittadinanza. Nel corso delle perquisizioni è stato trovato materiale “molto importante”.
E dalle indagini, secondo quanto afferma l’intelligenge di Berlino citata da Sky News (altri segreti svelati dall’estero) emerge che Salman Abedi era a Dusseldorf quattro giorni prima dell’attacco.

Le indagini lasciano ormai pochi spazi a dubbi. Questa volta nessuno crede al lupo solitario di turno. Salman, figlio di rifugiati libici anti-Gheddafi sbarcati nel Regno Unito negli anni ’90 e nel frattempo tornati in patria, non è stato che una pedina, a quanto pare. L’ordigno che s’era caricato nello zaino con il quale si è fatto poi esplodere era abbastanza sofisticato da escludere che possa aver fatto tutto da solo. Il New York Times (pre embargo di news e foto verso gli Usa), ha pubblicato immagini da cui si evince che l’attentatore ha portato l’esplosivo in un barattolo di metallo, nascosto in uno zainetto blu e probabilmente attivato tramite un piccolo detonatore tenuto nella mano sinistra.

Di qui la convinzione che esista almeno una cellula, che questa sia ancora attiva e disponga come minimo di uno specialista. Una convinzione che ha spinto il governo di Londra, e il comitato di emergenza Cobra riunito due volte in poche ore dalla premier Theresa May, a portare l’allerta nel Paese al livello ‘critico’: il più alto nella scala delle minacce, proclamato solo due volte in passato, l’ultima 10 anni fa. Significa che un possibile nuovo attacco viene considerato imminente, come ha confermato la ministra dell’Interno, Amber Rudd, pur parlando di “progressi nelle indagini”.

Il capo della Greater Manchester Police, Ian Hopkins, che nella città del nord dell’Inghilterra ha coordinato nelle ultime ore un paio di blitz delle teste di cuoio, ha tenuto a precisare che nel mirino c’è un intero “network”. Un network che affonda le sue radici in Libia, a quanto è dato capire. In quel caos del dopo Gheddafi che proprio i bombardamenti della Gran Bretagna di David Cameron e della Francia di Nicolas Sarkozy hanno contribuito a creare sei anni fa. E’ nel Paese nordafricano che del resto è stato arrestato un secondo fratello di Salman Abedi (Hassan), dopo che il primo (Ismail) era stato catturato ieri a Manchester. Fermato pure il padre Ramadam.

Hassan è sospettato di aver pianificato un altro attentato in terra libica e, a dar credito a quanto rimbalza da Tripoli, avrebbe confessato di aver “giurato fedeltà all’Isis” con Salman, anche se lo avrebbe poi smentito in un successivo interrogatorio. Scavando nell’album di famiglia si scopre che Salman era già noto non solo agli 007 britannici, ma pure ad americani e francesi, ai quali ultimi risulta avesse viaggiato di recente in Siria, oltre che in Libia. Di rapporti con l’Isis parla anche Tripoli, mentre SkyNews rivela frequentazioni con un nucleo di adepti del Califfato a Manchester, tra cui uno dei reclutatori dello ‘Stato islamico’ nel Regno Unito, Raphael Hostey, poi ucciso in Siria.

Anche se il collegamento familiare più evidente degli Abedi sembra con la galassia di Al Qaida. Ramadam Abedi sarebbe legato da tempo a un gruppo, il Libyan Islamic Fighting Group, o Al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya, fusosi sotto la guida del qaedista Abd al-Muhsin Al-Libi con milizie islamiche cooptate nella cosiddetta ‘primavera araba’ e nella guerra civile libica. Prima di essere sdoganato dagli Usa nell’era dell’amministrazione Obama e assorbito nelle attuali forze di difesa libiche del governo di coalizione. Governo che nega oggi sdegnato d’aver affidato, come scrive l’Ap, un qualche incarico recente ad Abedi senior. Ma pare imbarazzato.

Rivelazioni, scoperte, frammenti di percorsi di vita che via via li scopri, prima ti stupiscono e poi ti terrorizzano.
La famiglia del giovanissimo stragista Salman Abedi aveva avvertito in passato le autorità britanniche della pericolosità del giovane: lo ha detto un funzionario dell’intelligence Usa alla NBC News. Se vero, molte spiegazioni richieste.
La bomba utilizzata da Abedi, ha aggiunto, era “grande e complessa”, realizzata con materiali difficili da ottenere nel Regno Unito.
E questo può significare solo una cosa: “E’ quasi impossibile che non abbia avuto aiuto”.

La famiglia Abedi
Il sito della tv emiratina Sky News Arabiya, citando proprie fonti e documenti dell’epoca di Muammar Gheddafi, descrive il padre del kamikaze di Manchester come un elemento filo-Al Qaida.
“Secondo le informazioni ottenute da Sky News Arabiya”, il padre di Salman Abedi, Abu Ismail Abedi, è stato “un componente del Libyan Fighting Group”, organizzazione islamica armata per lungo tempo legata ad al Qaida.
Arrestato ieri Ismail Abedi, fratello di Salman. Un curriculum online lo definisce come esperto informatico che ha lavorato per il Manchester Islamic Centre della moschea di Didsbury frequentata dalla famiglia Abedi.

L’estremista sottovalutato
Mohammed Saeed El-Saeiti, l’imam della moschea di Didsbury, ha ricordato Abedi come un pericoloso estremista, scrive il quotidiano Daily Telegraph: «Salman mi ha mostrato il volto dell’odio dopo il mio intervento contro l’ISIS» ha dichiarato l’imam. «Posso dire che questa persona non mi piaceva. Il suo gesto non è una sorpresa per me».
Manchester è la patria di una delle più grandi comunità libiche del Regno Unito e i vicini di cassa della famiglia hanno parlato di una bandiera libica che sventolava fuori dalla casa in certi periodi dell’anno.
Il direttore della BBC, Mark Easton, ha dichiarato che l’area è conosciuta per essere stata dimora di alcuni estremisti islamici negli ultimi anni, alcuni con collegamenti diretti sia in Siria che in Libia.

La pista libica dell’attentato
Il ministro degli Interni Amber Rudd ha confermato in una intervista alla Bbc che Abedi: “Era una persona che i servizi di sicurezza conoscevano ma solo fino a un certo punto”. Come già accaduto per l’attentatore di Westminister Khalid Masood, era considerato una figura marginale. Errori gravi di valutazione.
Secondo altre fonti Abedi avrebbe conosciuto Abdalraouf Abdallah, 24 anni incarcerato con l’accusa di sostenere e architettare atti di terrorismo. Abdallah ha aiutato diversi “foreign fighters” ad andare in Siria per combattere nella guerra civile. Tra questi anche Stephen Gray, covertito all’Islam dopo aver lasciato l’aeronautica nel 2004 e condannato a 9 anni per terrorismo.

Le reazioni in Libia
Salman Abedi aveva “legami con al Qaida” e aveva ricevuto addestramento terroristico all’estero. Lo ha dichiarato alla Nbc News un funzionario dell’intelligence Usa, spiegando che l’uomo è stato identificato grazie a una carta bancaria trovata in una sua tasca sulla scena dell’esplosione, al Manchester Arena. La fonte citata da Nbc non ha escluso che il presunto attentatore potesse avere contatti con altri gruppi e ha riferito che la Libia è stato uno dei Paesi in cui l’uomo si è recato negli ultimi 12 mesi.
Dopo la strage di Manchester rivendicata dall’Isis, in Libia c’è chi si dice per nulla sorpreso e chi invece manifesta stupore e auspica che “non si creda che tutti i libici sono terroristi”. Il giornale online Libya Herald ha dato voce a Reda Fhelboom, giornalista libico che ha vissuto per anni a Manchester. “La Gran Bretagna paga il prezzo per aver trascurato la loro ideologia estremista”.

La morte contro la vita. Distruggere l’amore per la vita di quella folla di adolescenti e di ragazzini a un concerto o che l’ideologia salafita jihadista combatte con «l’amore per la morte».
Ad uccidere 21 di quei giovanissimi nella Manchester Arena, è stato Salman Abedi, 23enne britannico di origini libiche già noto alle autorità. Il capo della polizia di Manchester, Ian Hopkins, ha confermato la sua identità e sciolto la riserva sulla dinamica di quanto accaduto.  Mentre il pubblico composto soprattutto di teenager lasciava l’Arena, impianto da 21mila posti, il giovane ha azionato l’ordigno tra la folla che usciva: 22 i morti, 59 i feriti, tra questi almeno 12 sono bambini sotto i 16 anni, e sono gravi. Tra di loro, lo stesso attentatore.

Il giovanissimo terrorista
“Ha agito da solo -ha detto il capo della polizia- Riteniamo fosse in possesso di un ordigno improvvisato, che ha azionato causando questa atrocità”. Tre persone arrestate, tra loro potrebbe esserci anche il fratello di Abedi
Secondo quanto riferito dal Telegraph, Salman Abedi è nato a Manchester nel 1994 ed è il terzo di quattro figli di una coppia di rifugiati libici scappati in Gran Bretagna durante il regime di Gheddafi. La madre, Samia Tabbal, 50 anni, e il padre, Ramadan Abedi, agente di sicurezza, sono nati in Libia e, una volta emigrati in Gran Bretagna, hanno vissuto prima a Londra, prima di trasferirsi nell’area a sud di Manchester, dove vivevano da almeno 10 anni.

La rivendicazione dell’Isis
Lo Stato Islamico ha rivendicato la strage nella tarda mattinata prima che il nome di Abedi fosse reso noto. Il comunicato è stato diffuso dall’agenzia di stampa fiancheggiatrice Amaq: “Uno dei soldati del Califfato – si legge – è riuscito a posizionare ordigni esplosivi in mezzo a un raduno di crociati nella città britannica di Manchester, dove è avvenuta l’esplosione nell’edificio Arena. Per chi venera la Croce e i loro alleati il peggio deve ancora venire. Sia lode al Signore”.
I siti jihadisti festeggiavano da ore: “Le bombe dell’aviazione britannica sui bambini di Mosul e Racca sono tornate al mittente”.

Le vittime
La prima vittima identificata aveva solo 18 anni. Il suo nome, Georgina Bethany Callander, lo riporta l’Independent, assieme a una foto tratta dal profilo Instagram che la ritrae assieme alla sua beniamina Ariana Grande. Era stata scattata nel backstage di un concerto di due anni fa. La più giovane finora identificata aveva appena 8 anni, Saffie Rose Roussos di Leyland, nel Lancashire, riferisce la Bbc.