lunedì 24 luglio 2017

Turchia, un anno dal tentato golpe, il despota e la post democrazia

A un anno dal tentato golpe del 15 luglio 2016, migliaia di persone sono in carcere e sotto processo in Turchia. E molte domande e dubbi sui tragici eventi di quella notte restano ancora senza risposta. Erdogan, presidente ormai dichiaratamente despota. Democrazia ‘autoritaria’ e limitata. Addio alla Turchia laica, l’islamismo conservatore.
Turchia, più lontana dall’Europa e più ambigua con la Nato

Un anno dal tentato golpe nella notte tra il 14 e il 15 luglio 2016: paure, illusioni, scontri e una tragica repressione successiva. 249 morti quella notte, e andò ancora bene. Il peggio venne dopo. Da allora la storia ufficiale del tentato golpe, versione del governo che volevano cacciare, ha assunto toni epici ad esaltare l’eroe, il presidente autoritario e islamista contro cui si erano mossi i garanti del laicismo costituzionale imposto da Ataturk, facendo da allora di Erdogan un despota ufficiale, consacrato dal rischiato martirio, con poteri emergenziali ampiamente usati e di cui non si prospetta la fine.
Erdogan super presidente per altri 10 anni, golpe e salute permettendo, ma la Turchia in crisi economica oltre che di democrazia, resisterà a tanto?

Traditori e i patrioti
Nel dicembre 2016 il 15 luglio è stato dichiarato «giornata della democrazia e dell’unità nazionale». Su questa narrazione sono stati costruiti i numerosi eventi e commemorazioni dei martiri -şehit, in turco, spiega su Osservatorio Balcani e Caucaso Fazıla Mat.
«La marcia per l’unità nazionale», a cui dovrebbe partecipare anche Erdoğan
«La veglia per la democrazia» nella notte tra sabato e domenica.
Unità nazionale ufficialmente in frantumi col referendum imposto sulla repubblica presidenziale, col Paese spaccato a metà. Democrazia, a far ripiangere le precedenti normative penali turche, copia dell’italiano ‘codice Rocco’ di memoria fascista.

Presunti colpevoli
Un mandante, l’oscuro ispiratore di tutto, l’imam e magnate Fethullah Gülen – in esilio volontario negli Stati Uniti dal 1999, un tempo alleato di Erdogan nel partito piglia tutto ‘giustizia e sviluppo’, l’AK Parti. Il ‘diavolo’ necessario che emerge dagli atti di accusa in processi solo avviati e dal rapporto della Commissione di indagine sul golpe. Da allora, troppe domande senza risposta.
Nell’ultimo anno sono stati avviati centinaia di processi che vedono imputate migliaia di persone, accusate di avere legami con il movimento di Gülen, la nuova ‘Spectre’ turca. ‘FETÖ’, Fethullahçı teror Örgütü, organizzazione terroristica, come è stata definita ufficialmente dal governo di Ankara.

Galera Turchia
Circa 50mila persone attualmente in stato di arresto e 150 Mila rimosse dai loro incarichi pubblici, persone cacciate dal lavoro. Lo stato d’emergenza resta in vigore, ed Ankara non sembra avere alcuna intenzione a ritirarlo nel vicino futuro. 160 i procedimenti che riguardano direttamente il tentato golpe: circa 3mila persone imputate – per la maggior parte militari – accusate di aver preso parte al colpo di stato. Tra i processi più importanti in corso ad Ankara c’è quello che vede imputati 221 militari di alto rango oltre allo stesso Gülen. Secondo indiziato di rilievo nel processo iniziato il 22 maggio è Akın Öztürk, ex comandante della forza aerea militare. Con lui il generale Mehmet Dişli, fratello del vice segretario generale del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (l’AKP), Şaban Dişli. Mandante, braccio armato e traditore interno.

Dubbi e vuoti sospetti
Galere piene e magistratura attivissima ormai sotto diretto controllo dell’esecutivo, eppure non tutto è stato detto su quella notte di un anno fa. Un golpe che cambia orario, programmato per le 3 di notte del 16 luglio, è stato poi anticipato alle 20.30 del 15 luglio. Mistero sulle ragioni.
Ruolo di forze esterne: considerando l’organizzazione di Gülen, struttura eversiva interna, l’accusa parla di relazioni della stesso “con intelligence straniere”. Lo stesso Gülen, latitante negli Stati Uniti, fornisce l’indirizzo chiave sulle ‘intelligence straniere’ sospettate dagli attuali vertici sempre meno atlantici di Ankara di ‘sapere’. Silenzi complici.

Il golpe utile
Per Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP, il partito kemalista di ispirazione laica, la maggior forza di opposizione rimasta, quanto avvenuto la notte del 15 luglio 2016 corrisponde ad «un golpe controllato da Ankara». In un Paese dove servizi segreti e polizia politica ascoltano tutto e tutti, quelle migliaia di persone coinvolte nel golpe riescono a farlo di nascosto? Legittimo sospetto.
Con chi avevano stretto alleanza i membri di FETÖ per il tentativo del golpe i cui preparativi sarebbero durati otto mesi? E chi sono quelli che tra le 23 e le 3 di quella notte hanno preferito mettersi ad osservare quanto accadeva e quando hanno visto che stava vincendo Erdoğan hanno assunto il controllo delle proprie unità militari? Dubbi per tutti e su tutti i fronti.

Turchia e Nato
Un anno dopo il colpo di stato la Turchia appare sempre più fuori dall’Alleanza Atlantica e in sintonia sempre maggiore con Mosca che ha deciso tra l’altro di finanziare il gasdotto Turkish Stream. La geopolitica della Turchia a un anno dal golpe e’ cambiata, annota Alberto su il Sole24ore. «Russi, siriani e milizie sciite filo-iraniane hanno ripreso Aleppo mantenendo Assad in sella, Ankara è così venuta a patti con Mosca e Teheran mentre la crisi del Qatar ha aperto un solco con l’Arabia saudita. Solo poche settimane fa il parlamento turco aveva votato l’invio di migliaia di soldati in Qatar e ora la Turchia e l’Iran sono sullo stesso fronte a sostegno della dinastia degli Al Thani».

Turchia, Europa e futuro
L’Unione ci fa perdere tempo, ha detto Erdogan che minaccia col ricatto dei profughi siriani sulla rotta balcanica. Litiga ma non troppo. 60% di scambi commerciali e 70% dei debiti delle imprese turche sono con istituzioni europee. L’economia è il tallone d’Achille di Erdogan, l’inizio del trionfo del suo partito quando la crescita viaggiava su cifre cinese, oggi rischio vero di tracollo che non ha ancora trovato la strada politica per esprimersi.
Valanghe di arresti, epurazioni di massa e la contestata vittoria al referendum costituzionale hanno formalmente rafforzato la presa di Erdogan titolare oggi di una sorta di Califfato. Ma è vera forza?
Dubbi e sempre possibili colpi di scena, comprese audaci giravolte del presidente Sultano.

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