lunedì 24 luglio 2017

«Civis romanus sum», i liberti, Caracalla e Remigio dei Girolami

Allora come oggi, il percorso per diventare ‘Civis romanus’ aveva regole definite dalla politica. ‘Una decisione presa di volta in volta per un complesso di motivi non sempre strettamente giuridici’, racconta Giovanni Punzo.
Lo ‘Ius soli’ dell’imperatore Caracalla, e la lezione del maestro di Dante Alighieri sull’essere ‘cittadino’, pensiero che risale addirittura ad Aristotele.

Con le dita ancora doloranti per le bacchettate agli esami di diritto romano, capita in questi giorni di imbattersi in vaghi ricordi universitari a proposito del concetto di cittadinanza romana, e più esattamente con quali modalità fosse reso possibile perfino a un barbaro di pronunciare in qualche caso con orgoglio la frase, «civis romanus sum». Il percorso non fu sempre uguale per tutti e le leggi per regolare l’accesso a questa condizione cambiarono diverse volte, ma sempre considerando che la cittadinanza romana era un importante privilegio per pochi, una situazione di vantaggio rispetto ad altri, non facile da ottenere. La concessione insomma, era in primo luogo una questione politica, una decisione presa di volta in volta per un complesso di motivi non sempre strettamente giuridici.

Il maggiore e più consistente vantaggio era probabilmente quello di poter accedere al sistema giudiziario civile, poter insomma reclamare i propri diritti davanti a un magistrato romano per questioni di proprietà, per la divisione corretta di un’eredità o per altre questioni legate alla riscossione di un credito o la restituzione di un bene. Agli ambiziosi o ai più facoltosi era consentito poi accedere alle cariche pubbliche e nemmeno questo era un vantaggio trascurabile, data l’attrazione che la carriera politica ha sempre esercitato in tutte le epoche. Accanto alla concessione di natura politica c’era poi quella per merito, rivolta cioè a coloro i quali avessero prestato servizio in armi per Roma o contribuito in altri modi alla grandezza della città. Non pochi latini divennero cittadini romani a tutti gli effetti per aver fornito granaglie alla città, averle macinate coscienziosamente o per aver costruito a proprie spese una casa di prestigio tra le mura dell’Urbe.

Roma imperiale era una città enorme per quei tempi, popolata da un milione di abitanti già ai tempi di Augusto, e tra questi una buona parte non era nemmeno romana o di stirpe latina in senso stretto, ma proveniva dalle regioni soggette all’impero che avrebbe raggiunto la sua massima estensione sotto Traiano. Anche per gli schiavi al servizio dei cittadini e che provenivano da queste terre lontane era prevista in certi casi la concessione della cittadinanza e più di qualche intellettuale, scrittore o poeta latino apparteneva alla categoria dei ‘liberti’, ovvero degli schiavi affrancati. La ‘manumissio’, ovvero la liberazione dallo stato servile, come spiega il giurista Ulpiano, consentiva infatti che diventassero ‘cives romani’ o ‘latini’ (ovvero fossero liberi, ma non con la pienezza dei diritti), ma soprattutto garantiva libertà e cittadinanza ai loro discendenti. In primo tempo obbligati a vivere presso la casa del padrone, con il tempo divennero liberi del tutto. Un caso famoso di un liberto celebre per le sue ricchezze fu ad esempio quello di Trimalcione, satireggiato però da Petronio per i suoi gusti non proprio raffinati.

Solo nel III secolo l’imperatore Caracalla estese infine la cittadinanza a tutti i popoli soggetti a Roma. Dopo il crollo dell’impero, e dunque letteralmente in mezzo alle rovine, nel corso del Medioevo molti di questi concetti furono riutilizzati creandone e aggiungendone di nuovi. Pochi sanno che il primo a riscoprire valore e significato della cittadinanza in senso moderno fu un monaco fiorentino del XIII secolo, tra l’altro maestro di Dante Alighieri: Remigio dei Girolami in un suo trattato scrisse che l’uomo per essere tale doveva essere anche un ‘cittadino’, perché l’appartenenza a una comunità sarebbe stata la logica conseguenza di un altro antico pensiero addirittura risalente ad Aristotele. Secondo Remigio, che la pensava come il filosofo greco, l’uomo era un’entità sociale naturalmente portata a creare delle comunità di altri uomini e a perseguire con gli altri il bene comune senza sottolineare eccessivamente il carattere burocratico di questa condizione, ma semplicemente quello umano.

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