domenica 28 maggio 2017

Iran, presidenziali, un Paese tra chador e sviluppo

Venerdì l’Iran va alle elezioni: contro il presidente uscente, il riformista Rouhani, dato per favorito, emerge l’ultraconservatore Rajisi che piace ai religiosi e alla ‘Guida suprema’ Khamenei.

Come ogni quattro anni, questo venerdì di maggio gli iraniani tornano a eleggere il loro presidente che è sì capo dello Stato, ma sottoposto alla ‘Guida suprema’ che vigila sulla teocrazia iraniana. Scelta condizionata e limitata quindi: su 1.629 candidati, solo sei hanno passato il veto del regime guidato a vita dall’Ayatollah Ali Khamenei.
Una elezione in cui era data per scontata la conferma del presidente uscente Hassan Rouhani, ma che a sorpresa vede come minaccioso concorrente l’ultraconservatore Ebrahim Rais, membro della magistratura religiosa e dell’Assemblea degli Esperti, a capo della potente fondazione caritatevole Astan Qods Razavi, molto vicino ad Ali Khamenei.
Da trent’anni in magistratura, è noto perché nel 1988 sarebbe stato uno dei quattro membri segreti della cosiddetta «Commissione della Morte», che fece giustiziare migliaia di prigionieri politici.

L’essenza del voto presidenziale in Iran è stata sintetizzata da molti giornali internazionali come la scelta tra il fronte dell’“apertura economica” da una parte e quello della “resistenza economica” dall’altra.
Da una parte ci sono i moderati, i pragmatici e i riformisti che puntano sul dare continuità ai risultati ottenuti in questi quattro anni di primo mandato di Rouhani. In primo luogo, l’accordo sul ridimensionamento del programma nucleare iraniano raggiunto dal presidente nel luglio 2015 su spinta dell’ex presidente americano Barack Obama, che ha portato al congelamento delle sanzioni a carico dell’Iran, alla riapertura del Paese ai mercati internazionali e al graduale ritorno degli investitori esteri.
Dall’altra ci sono conservatori e ultraconservatori, che non mettono in discussione l’intesa raggiunta sul nucleare perché essa gode del favore dell’Ayatollah Khamenei, ma ne criticano i risultati, bloccati ancora oggi dalle pressioni contrarie esercitate dagli Stati Uniti.

Sulla carta, i numeri dovrebbero favorire Rouhani. Quando è stato eletto nel 2013 l’inflazione era a circa il 40%, oggi è scesa al 10%. Inoltre, il PIL cresce in media del 7% all’anno. Rimangono però dei problemi irrisolti, a cominciare dalla disoccupazione: la media è del 12% che arriva al 30% nella fascia giovanile.
Rohani ha spiegato che il suo governo ha restituito all’ Iran la fetta di mercato petrolifero che, a causa delle sanzioni, era finita in mano ai sauditi. «Avete consegnato il nostro mercato petrolifero all’Arabia Saudita. Noi l’abbiamo ripreso».
Raisi, invece, è tornato ad attaccare l’amministrazione Rohani indicandola come responsabile dei problemi economici del Paese e ha promesso una lotta senza quartiere alla disoccupazione. «Promuoveremo il lavoro e creeremo un milione di nuovi posti all’anno». Memorie di promesse anche italiane.

Risultati incerti anche per conoscerli. Il ministro dell’Interno ha annunciato che i risultati saranno resi noti soltanto dopo la conclusione dello spoglio e la convalidazione da parte del Consiglio dei guardiani. Nel 2009, quando i risultati delle votazioni arrivavano da diverse province in modo intermittente, esplosero violenti scontri di piazza.

Potrebbe piacerti anche