domenica 23 aprile 2017

Migranti soccorsi in mare e Ong: aiuto ai disperati o agli scafisti?

I soccorsi nel Mediterraneo e le accuse alle Ong. Le organizzazioni non governative, nonostante l’importante contributo nel salvare vite, spingendosi troppo in prossimità delle coste libiche potrebbero ostacolare il contrasto ai trafficanti. Gli eroismi, gli aiuti, i dubbi.
Un terzo dei soccorsi di migranti in mare fatti dai privati, documenta Frontex.
I sospetti su Ong che sbarcano i disperati sempre e soltanto in Italia.

Un dubbio che speriamo onesto, una polemica a volte forzata, un risultato comunque lacerante.
Organizzazioni di volontari impegnate e salvare vite, un terzo dei disperati che tentano la traversata del maledetto Canale di Sicilia, nel loro operare troppo a ridosso della costa libica,  favorirebbero di fatto il lavoro impietoso degli scafisti, ostacolando il contrasto ai trafficanti, denuncia Frontex.

Il diritto marittimo internazionale 
Ricerca, soccorso e salvataggio in mare, obbligo del comandante della nave, dei governi e dei centri di coordinamento del soccorso. Ma a preoccupare l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la nuova Frontex, è l’attività svolta da alcune Ong impegnate nel soccorso in mare. Il loro contributo nell’affrontare l’emergenza migranti è innegabile. L’aspetto su cui si sta indagando proprio Frontex riguarda i modi del loro intervento. Tutte le convenzioni internazionali impongono l’approdo dei naufraghi nel più vicino porto dal luogo del soccorso. Sempre e solo Italia e mai Malta o Tunisia?

Le accuse di Frontex
Spingendosi troppo in prossimità delle coste della Libia, le Ong sono state accusate di ostacolare la lotta ai trafficanti libici, se non, addirittura di cooperare con loro. Prima di partire a bordo di barconi, i migranti riceverebbero dai trafficanti precise indicazioni sulla direzione da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle associazioni. E le persone salvate dalle Ong sarebbero meno disposte a collaborare con le autorità italiane e con gli operatori di Frontex. Le accuse in due rapporti confidenziali dell’Agenzia europea, citati in un articolo del Financial Times.

Risk Analysis per il 2017
Analisi di Frontex, con le valutazioni sulla strategia usata dai trafficanti, che approfitterebbero della risposta umanitaria per organizzare più viaggi lungo questa rotta. «Conseguenze non intenzionali» di quel volontariato marittimo, l’ostacolo alle missioni di controllo dei confini. Chi ha ragione, chi ha torto, qualcuno vìola le regole? Le Ong dichiarano di osservare le varie Convenzioni sul soccorso in mare. Operativi nel Mediterraneo centrale dal 2014. Da allora un progressivo aumento della loro presenza in mare negli ultimi tre anni, soprattutto tra giugno e ottobre 2016.

Il nuovo Search and Rescue
Più naviglio di Ong e volontari, mentre diminuiscono negli anni le navi mercantili impegnate in attività di soccorso in mare. La Marina Militare, dalla fine del 2014, ha interrotto l’operazione Mare Nostrum, sostituita da Triton, con finalità diverse di pattugliamento delle coste. Altra novità è l’incremento degli avvistamenti aerei. In questo nuovo scenario, le operazioni di salvataggio avvengono sempre di più al confine con le acque territoriali libiche. E le Ong sono più vicine al luogo del soccorso rispetto a qualsiasi imbarcazione perché operano con il preciso obiettivo di salvare delle vite.

La Procura di Catania sospetta
Il proliferare delle Ong si soccorso marittimo è ora oggetto di un’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Catania. Ad oggi si registra la presenza complessiva di tredici navi appartenenti alle Ong, e ben cinque di queste sono tedesche. Delle navi umanitarie, due battono rispettivamente bandiera del Belize e delle Isole Marshall, paesi che non si distinguano per spirito collaborativo con le Autorità Giudiziarie. Le altre navi soccorso battono bandiera di Gibilterra, Nuova Zelanda e Olanda. La Procura si interroga sulla scelta del porto di approdo, o se esista un collegamento con i trafficanti.

Chi paga qui costosi soccorsi?
Dai primi accertamenti si è rilevato che i costi del naviglio di soccorso sono estremamente elevati: dagli 11.000 euro al giorno della nave Acquarius di SOS Mediterranée, ai 400.000 euro mensili che occorrono se alle spese per la nave si sommano quelle per il noleggio dei sistemi di localizzazione con droni in territorio libico. Capire da dove arriva il denaro che finanzia la flotta delle Ong, ed avere da loro spiegazioni sui i motivi delle violazioni sistematiche delle Convenzioni che vorrebbero come porto di approdo per i salvataggi, quelli più vicini, quindi Tunisia o Malta, prima dell’Italia.

Le Ong reagiscono agli attacchi
Sos Mediterranée e Medici Senza Frontiere che gestiscono due navi, il 31 marzo in una conferenza stampa a Catania hanno chiesto di “fermare la criminalizzazione delle Ong”. Una dichiarazione, firmata da ‘Proactiva Open Arms’ e altre otto Ong supportate da ‘Human Rights At Sea’, diffusa nella sede del parlamento UE, chiede di “mettere fine alle critiche immotivate all’azione umanitaria in mare, che -proseguendo- metteranno a rischio le operazioni di ricerca e salvataggio. Le ong respingono con forza qualsiasi accusa di complicità con network criminali, o di rappresentare un fattore di richiamo per i migranti in viaggio”.

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