domenica 28 maggio 2017

Armi di ‘distrazione di massa’ e bugie arruolate, da sempre

I gas siriani già troppe volte usati con tanti colpevoli e i 59 missili americani. La Corea del Kim e la flotta Usa di Trump. La superbomba Usa sull’Afghanistan fatto poligono da esibizione. Inganni o doppiezze. E la storia, ci ricorda Punzo, di questi inganni ne è piena. Da Annibale con Sagunto, a Saddam che le armi di distruzione di massa le avrebbe volute ma non le aveva, e morì male lo stesso.

I Romani, che di guerre se ne intendevano, lo chiamavano «casus belli»: senza un motivo valido non cominciavano mai una guerra e comunque ne parlavano prima a lungo. Il caso più famoso fu quello di Sagunto, una città della Spagna minacciata dai Cartaginesi intorno al 220 a. C. Gli abitanti, temendo di essere attaccati, invitarono una delegazione romana a verificare la situazione sul posto e i delegati si incontrarono perfino con Annibale che – sebbene avesse voglia di menare le mani – fu abilissimo nella trattativa e si atteggiò anzi a protettore della città.
Non era vero: non solo perché poi assediò e conquistò Sagunto, ma soprattutto perché, assumendo l’atteggiamento del difensore della città, deviò abilmente l’attenzione dei romani. Gli ambasciatori si convinsero così che ci sarebbe stata la guerra in Spagna, ma non sarebbe stata attaccata l’Italia e Roma non correva pericolo.

Lontano due millenni e oltre, l’episodio è stato però il precursore di una lunga serie di altri fatti in cui un evento più o meno vero ne ha sempre oscurato parzialmente un altro, come Annibale assediando Sagunto riuscì a nascondere il suo vero obiettivo di attaccare direttamente Roma. Da allora la storia ci ha lasciato decine di esempi sparsi nel corso dei secoli di casi non sempre trasparenti o che lo sono diventati semmai dopo.
Il più noto e recente in ordine di tempo risale all’inizio della campagna contro Saddam, dittatore dell’Iraq, che nel 2003 fu rovesciato da un intervento militare a guida americana. Probabilmente per la prima volta si parlò di ‘armi di distruzione di massa’ intendendo armi particolarmente micidiali, non ammesse nemmeno dalle leggi internazionali, in grado appunto di infliggere devastazioni di ampia portata, ma soprattutto pericolose in se.

La prima accusa mossa al regime iraqeno fu di detenere quantità rilevanti di uranio allo scopo evidente di costruire un’arma atomica. In effetti da prima della guerra con il Kuwait e cioè dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso esisteva un deposito di uranio presso un’installazione nucleare nei dintorni di Baghdad, ma si trattava comunque di un semilavorato non impiegabile in quel momento per scopi bellici.
Dopo un’indagine condotta dalla Cia, e nonostante le conclusioni dell’ambasciatore americano divergessero, l’Iraq fu accusato comunque di detenere depositi di uranio suscettibili di impiego bellico: la prova fu trovata esibendo in pubblico cilindri di alluminio usati per arricchire il minerale. Le accuse riguardo il possesso di armi di distruzione di massa tuttavia non si fermarono qui, ma furono citati anche aggressivi chimici e armi batteriologiche.

Per gli aggressivi chimici in effetti non fu necessario costruire elaborate teorie, perché indubbiamente il regime ne aveva fatto uso contro l’Iran e contro i suoi stessi cittadini, ma anche in questo caso si arrivò a dire che la produzione di gas nervini era facile come quella degli insetticidi. Si esagerò, benché un’industria chimica evoluta fosse in grado normalmente di farlo, ma si calcò la mano sulla facilità di produzione e di stoccaggio. Solo dopo la guerra, trascorso un periodo di tempo relativamente lungo, si dovette ammettere che le quantità erano molto inferiori a quanto rappresentato.
La terza questione riguardò le armi batteriologiche e in particolar modo l’antrace. Nel 2010 fu accertato definitivamente che le informazioni erano false: «Curveball», nome in codice della spia che aveva rivelato i segreti, era in realtà uno scienziato che non aveva inventato tutto, ma quasi, ricevendo in cambio una ricompensa più che adeguata dai servizi d’informazione tedesca che furono poi costretti a smentire la loro fonte.

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