• 28 Febbraio 2020

Aborto, le donne in nero hanno paralizzato la nera Polonia

Una marea di donne in piazza contro il governo bigotto e forcaiolo del leader Jaroslaw Kaczynski e della premier Beata Szydlo. Sciopero nazionale delle donne per difendere il loro diritto a mettere al mondo figli solo se sono sani e se la vita della mamma non è a rischio. E soprattutto se non sono frutto di uno stupro o di un incesto. Un “lunedì nero” come il colore del lutto e della collera per le donne morte di parto e per quelle violentate e costrette a non abortire da un Paese a stragrande maggioranza cattolica che ora vuole vietare qualunque interruzione di gravidanza, abolendo la già più che restrittiva legge del 1993. Inserendo anche il carcere -5 anni- sia per le donne che vivono il dramma dell’aborto sia per i medici che praticano l’intervento.

Molti uomini, anche personaggi di rilievo pubblico, si sono uniti a migliaia di donne nelle strade di Varsavia, Danzica, Breslavia, Stettino e in una cinquantina di altre città. Non ci sono state defezioni neppure a Czestochowa, la località dove sorge uno dei santuari cattolici più famosi al mondo, quello all’icona della Madonna Nera. In particolare una grande folla si è radunata nel centro di Varsavia sotto la pioggia e alcune migliaia di persone hanno attuato un sit-in davanti alla sede del partito ultraconservatore e antieuropeista Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski e della premier Beata Szydlo.

Lo scorso 23 settembre la camera bassa del parlamento aveva votato a favore di un disegno di legge che -se definitivamente approvato- vieterebbe praticamente ogni forma di aborto, in un paese dove la pratica dell’interruzione di gravidanza è già ristretta a pochissimi casi: 267 deputati su 460 hanno votato a favore della proposta, che ora dovrà affrontare altri due passaggi parlamentari. Da allora si sono intensificate le proteste delle donne polacche e di gruppi di femministe e attiviste di tutto il mondo. Ieri, lunedì 3 ottobre, lo sciopero generale. Da oggi altre forme di protesta via via da inventare.

Il nome del movimento è Czarny Protest, “proteste in nero”. ‘Czarny Protest, contro il disegno di legge attualmente in discussione che arriva da una proposta di diversi gruppi religiosi cattolici, appoggiata anche dalla Conferenza episcopale polacca, una delle più conservatrici in Europa: sono state raccolte 100 mila firme ed è stata presentata al governo una proposta di legge di iniziativa popolare che consente l’aborto solo nel caso in cui sia necessario per salvare la vita della madre, e che aumenta da due a cinque anni di carcere la pena per chi procura aborti illegalmente o per chi decide di averli.

Dall’ottobre del 2015 il partito di maggioranza in Polonia, Diritto e Giustizia, ha vinto le elezioni anche grazie al sostegno della Chiesa cattolica -il 90 per cento dei cittadini polacchi si definisce cattolico- promettendo, tra le altre cose, importanti riforme di politica interna a favore della cosiddetta ‘famiglia tradizionale’. Dopo gli interventi del governo per aumentare il proprio controllo sulla Corte Costituzionale, sulle agenzie anti-corruzione, sui servizi segreti e sui media, il governo sta cercando ora di far passare una legge che sostanzialmente rende impossibile interrompere legalmente una gravidanza.

Malgrado le proteste siano arrivate sulle prime pagine dei giornali solo negli ultimi giorni è dallo scorso aprile che ci sono in Polonia manifestazioni a cui partecipano migliaia di persone. Lo scorso 3 aprile, quando in tutte le chiese del paese i sacerdoti lessero un comunicato della Conferenza episcopale in cui si chiedeva alle autorità politiche di difendere la vita fin dal concepimento, alcuni gruppi di donne avevano abbandonato la messa. La pagina Facebook della prima ministra era stata riempita da migliaia di messaggi di cittadine che la accusavano di voler «controllare i nostri uteri, le nostre ovaie e le nostre gravidanze».

Tre ex first ladies polacche, Danuta Wałęsa, Jolanta Kwaśniewska e Anna Komorowski, avevano preso pubblicamente posizione. La Polonia ha già una legge sull’interruzione di gravidanza tra le più restrittive d’Europa. È stata approvata nel 1993 e consente l’aborto fino alla venticinquesima settimana solo in tre casi: pericolo di vita per la madre, gravissima malformazione del feto e stupro. Secondo i dati del sistema sanitario polacco, nel 2014 ci sono stati 1.812 aborti legali in Polonia, 500 in più circa dell’anno precedente. Ma molti, molti di più gli aborti clandestini con traumi e rischi per la vita delle donne.

Secondo le organizzazioni femministe sarebbero tra le 100mila e le 200mila le donne polacche che ogni anno sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino o ad andare all’estero per poter aver accesso a questo loro diritto, in genere in Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania o Ucraina. Secondo il sondaggio di un giornale locale, il 74 per cento dei polacchi è favore della legislazione esistente, mentre una ricerca di Ipsos dice che il 50 per cento dei cittadini sostiene l’idea dello sciopero. Se la nuova legge dovesse passare, come sembra accadrà, la Polonia diventerebbe uno dei paesi al mondo in cui l’aborto è quasi sempre illegale.

rem

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