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sabato 14 Dicembre 2019

La Rai e le regole: dopo i superstipendi i dirigenti esterni

Prima la bagarre ferragostana sui superstipendi che alla fine non ha tolto un soldo di tasca a nessuno. Con la vendemmia arriva il pasticcio delle assunzioni di dirigenti esterni fuori da regole e procedure, accusa l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Problemi sempre più evidenti di credibilità da parte di un gruppo dirigente che sembra aver interpretato il rinnovamento dei vertici aziendali con l’assunzione di amici degli amici o personali o aziendali.

La Rai, creatura aziendale antropomorfa, per metà ‘entità’ pubblica per funzioni e finanziamento dello Stato, e per metà azienda privata per stipendi dei suoi vertici e regole per selezionarli, forse sarà presto costretta a scegliere se essere uomo o animale. Ed era ora, anche se è imprudente contarci troppo.

Questa volta, reduci dallo scandalo ferragostano dei ‘superstipendi’, peraltro privo di soluzioni note, il ‘reato’ contestato non è neppure dei più gravi tra i molti di cui esiste pubblica memoria attribuiti alla Rai. I nuovi dirigenti massimi, già loro scelti non si sa bene in base a quali criteri, scelgono a loro volta i più stretti collaboratori nei ruoli chiave tra fedelissimi garantiti da amicizia personale o aziendale precedente. Criteri di selezione zero, trasparenza da nebbia in val Padana a dicembre.

Quasi da far rimpiangere l’antica lottizzazione che aveva il pregio di fornire all’azienda almeno delle identità chiare sulle appartenenze e sulle gratitudini future del raccomandato. Sulla professionalità, beh, eravamo alla scoperta, a volte persino con qualche felice sorpresa. Ora, nelle mani di chi, di volta in volta, crede di aver inventato lui la vera e televisione intelligente e di successo commerciale, si procede a tentoni e senza rotta aziendale riconoscibile.

Dell’andazzo dello ‘spoil sistem de noantri’, tutti sapevano, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Il novo che arriva si fa la sua squadra e i dirigenti Rai sui accumulano per strati geologici . Ma questa volta Campo Dall’Orto sembra aver esagerato, o forse non ha sentito che l’aria attorno all’azienda stava cambiando e che occorrevano altre attenzioni alle regole. Quasi che i silenzi dell’imbelle consiglio di amministrazione e della sua presidente di sola rappresentanza avessero trovato altra supplenza.

I FATTI
L’Autorità nazionale anticorruzione contesta all’azienda di Viale Mazzini la procedura di assunzione di alcuni dirigenti esterni, accogliendo così in parte un esposto dell’Usigrai, il sindacato giornalisti. Contestata anche l’assunzione di Gianluca Semprini, ex volto di Sky Tg24. La Rai prima di procedere a nomine esterne dovrebbe prima di tutto verificare le professionalità interne, ‘job posting’ vero e non per prendere in giro mentre sono state già avviate procedure di selezione esterna.

La verifica dell’Anac ha riguardato 21 assunzioni, 10 a tempo determinato, e 11 fortunatissimi, a tempo indeterminato. Problema chiave, “i criteri di selezione e valutazione dei candidati”. Ogni volta criteri a misura di candidato vincente in partenza, si legge tra le righe. Con qualche caso clamoroso. Dirigenti chiamati ad assumere ruoli per cui non possiedono l’abilitazione. O il caso in cui la società incaricata della selezione -si legge nel documento Anac- “ha proposto la candidatura del figlio di uno dei propri soci”.

Anche l’assunzione in Rai del giornalista già di Sky tg24 Gianluca Semprini sarebbe fuori regola. Arruolato a tempo indeterminato da caporedattore -di solito e per fortunati l’apice di un percorso professionale e non il suo inizio- è ora in Rai per condurre una trasmissione di approfondimento che, tra le altre cose, pare partita molto male. Osservazioni sindacali quelle di chi si chiede se tra i 1500 giornalisti Rai fosse solo il certamente valoroso Semprini ad avere le caratteristiche giuste. L’Usigrai  denuncia, ed è suo il merito di aver chiamato in campo l’Anticorruzione.

E I SUPERSTIPENDI?
Scandalo di ferragosto. La Rai aveva bellamente aggirato col trucco il tetto di legge agli stipendi di 240mila euro applicato persino al presidente della Cassazione. E’ dell’ex direttore generale Luigi Gubitosi l’invenzione di emettere un titolo di debito, un ‘bond’, che per strani meccanismi di legge ha permesso alla Rai, ma anche a molte altre aziende pubbliche, di dare soldi a palate ai suoi manager.

Per memoria veloce, i numeri più significativi dello scandalo. Campo Dall’Orto con 650.000 euro l’anno, mente la presidente Maggioni naviga sui 300 mila. Il secondo stipendio di Viale Mazzini per Antonio Marano (392.000), ex responsabile dei palinsesti,  rientrato a Milano per guidare Rai Pubblicità. Marano stacca di molto l’amministratore delegato della stessa Rai Pubblicità Fabrizio Piscopo (322.000). Dopo Marano c’è Giancarlo Leone (360.000 euro), da oltre vent’anni in Viale Mazzini, già capo di Rai Cinema e dell’ammiraglia Rai1.

Settore giornalistico, senza i numeri dei nuovissimi direttori. Nomine e compensi più discussi riguardano le reti: Ilaria Dalla Tana (Rai2, ex Magnolia) e Daria Bignardi (Rai3, ex conduttrice) con 300.000 euro anno per tre anni. Stipendi variegati per diversità di percorsi aziendali per i direttori dei telegiornali: Mario Orfeo (Tg1, 320.000), mentre, come già detto per Tg2 e Tg3 conosciamo soltanto le lussuose retribuzioni degli ex, Marcello Masi e Bianca Berlinguer a 280 mila l’anno.

GRAN FINALE
«Una situazione che mina la credibilità del Servizio Pubblico – conclude l’Autorità nazionale anticorruzione-, sulla quale serve una urgente riflessione dell’azionista, ovvero il ministero dell’Economia, e della Commissione parlamentare di Vigilanza. Anche perché è di tutta evidenza che questi atti illegittimi saranno valutati dalla Corte dei Conti per verificare l’eventuale danno erariale e le conseguenti responsabilità, a partire dal Direttore generale e dal Consiglio di Amministrazione».

Avviso di ‘reato’, potremmo definirlo, ad altri ora procedere nel giudizio. Azionista formale ministero dell’Economia, sostanziale il presidente del Consiglio in carica e la maggioranza che lo sostiene, poi la commissione parlamentare di vigilanza che, dovendo vigilare anche sulle interferenze della politica in Rai, dovrebbe mettere sotto accusa chi essa stessa rappresenta. La politica quindi che prima a poi dovrà dirci se sta dalla parte delle regole o da quella delle sue convenienze.

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